È venerato come santo da diverse confessioni cristiane; la sua memoria liturgica cade il 28 maggio.

Biografia e opere Quanto è noto di Giusto d’Urgell deriva da un passo del De viris illustribusCap. XXI “Iustus Orgellitanae ecclesiae episcopus […], edidit libellum expositionis in Canticis Canticorum, totum valde breviter atque aperte per allegoriarum sensum dicutiens” (da C. Condoñer Merino, El ‘De viris illustribus’ de Isidoro de Sevilla: estudio y edición critica, Salamanca, 1964, p. 31). di Isidoro di Siviglia e dalle sottoscrizioni di alcuni conciliCompare nella sottoscrizione degli atti del secondo concilio di Toledo del 531 (per altri del 527) e del concilio di Lérida del 546. , che consentono di collocarne l’attività tra il terzo decennio e la metà del VI secolo. Giusto nasce da una famiglia ispano-romana verosimilmente della Tarraconense orientale che diede alla Chiesa della regione quattro vescovi, tutti fratelli: oltre a Giusto, Nebridio che fu vescovo a Egara (l’odierna Terrassa), Elpidio a Huesca e Giustiniano a Valencia, quest’ultimo attivo per più di 20 anni contro l’eresia di Bonoso di Sardica e forse di ArioQueste informazioni si desumono da un epitafio a lui dedicato e dal XX capitolo del De viris illustribus di Isidoro. L’eresia di Bonoso, durata dal IV al VII secolo, non riconosce la verginità di Maria e sposa l’adozionismo. L’eresia ariana, certamente più nota, principalmente nega la consustanzialità tra il Padre e il Figlio, ritenendo quest’ultimo subordinato al Padre.. Dopo il 546 non ci sono testimonianze che ci consentano di seguire il corso della sua vita: nel concilio Toletano III del 589 la firma degli atti è di un suo successore, Simplicio.

Oltre al commento al Cantico dei Cantici, non si hanno notizie di altre sue opere. Per lungo tempo gli è stato attribuito un sermone in onore di San Vincenzo scoperto alla fine del Settecento e pubblicato nel 1821, finché nel 1972 si è avanzata la ragionevole ipotesi che l’opera non sia di Giusto, ma del fratello Giustiniano. A Giusto è stata attribuita anche una raccolta di orationes usate nella liturgia visigotica e di cui si ha notizia da un interpolatore del capitolo del De viris illustribus sopra menzionato. L’informazione sull'esistenza di quest’opera è forse fondata, ma è molto probabile che la fortuna di cui si parla nell’interpolazione sia indebita e nasca dalla confusione con il Liber orationum psalmographus, attribuito a Leandro di Siviglia e che conobbe una vasta diffusioneLa questione relativa alle opere attribuite a Giusto è trattata in modo chiaro in Giusto d’Urgell, Explanatio in Cantica Canticorum. Un vescovo esegeta nel regno visigoto, a cura di Rossana E. Guglielmetti, Firenze, 2011, pp. XI-XIV..

L’Explanatio in Cantica Canticorum L’opera esegetica di Giusto si pone nel solco della tradizione dei commenti al Cantico dei Cantici e segna un punto importante, considerate le numerose riprese di cui fu oggetto nei commenti successivi. Un aspetto interessante è che Giusto sembrerebbe il primo, se si ritiene Apponio un suo successore, ad avere usato per l’interpretazione al Cantico la traduzione latina di San Girolamo, anche se per le altre citazioni dalla Bibbia presenti nell’Explanatio si serve della Vetus Latina.

L’opera è composta da un’epistola dedicatoria a Sergio, metropolita di Tarragona, cui segue una seconda dedica a un diacono di nome Giusto, è presentato poi il prologo e infine l’esposizione al Cantico dei Cantici. Grazie ai tre elementi prefatori si può avere un’idea chiara delle circostanze e delle finalità compositive. Nella lettera a SergioSergio fu attivo tra il 520 e il 555, amico di Giusto e promotore dei concili di Barcellona del 540 e di Lérida del 546, lo stesso cui partecipò Giusto. si susseguono vari topoi letterari: quello che Giusto gli dona è un regalo spirituale che desidera sottoporre al giudizio attento del suo amico e qualora Sergio vi trovasse qualcosa di buono, è merito di Cristo. In questa dedica è presente poi un’interessante informazione relativa all’aspetto materiale dell’opera: Giusto afferma che l’esemplare realizzato per Sergio è in condizioni di penuria materiale, la pergamena sarebbe risultata insufficiente nel momento della copiatura e i copisti avrebbero dovuto trascrivere il testo rimpicciolendo la scrittura e servendosi dei margini dei fogli. Giusto chiede al suo amico, qualora Sergio giudicasse il suo lavoro degno di lode, di far copiare l’opera su un esemplare più adeguato così da consentirne una migliore diffusione. Dalla seconda epistola si comprende che il diacono Giusto avrebbe chiesto al suo vescovo di realizzare un’opera di commento al Cantico dei Cantici. A questo punto, l’Autore coglie l’occasione per un'autodifesa: ciò che il diacono gli ha chiesto è un’impresa straordinaria in tempi in cui gli studi esegetici non sono perseguiti con adeguato ardore. Poi Giusto si difende preventivamente dalle accuse che eventuali detrattori potrebbero muovergli sullo stile, affermando che ciò che conta è il contenuto e non la veste stilistica che lo veicola. Nel Prologo il Vescovo di Urgell dichiara di voler esporre interamente il Cantico dei Cantici come dono per i suoi fratelli in Cristo. Dà poi tre informazioni programmatiche relative alla sua opera: nella prima dichiara di aver usato per il Cantico dei Cantici la traduzione di Girolamo, poi afferma di commentare il libro biblico secondo le tre regole di interpretazione (letterale, tipologico e tropologico, con prevalenza per il secondo, anche se non manca, sporadicamente, il ricorso al senso anagogico) e infine di voler accostare ai lemmi spiegazioni esegetiche concise, affinché il lettore dell’opera non sia turbato da un periodare prolisso.

A questo punto inizia l’esegesi vera e propria: dei 200 lemmi che compongono il commento solo 66 offrono un'interpretazione non originale, o perché desunta da altre fonti riconoscibili, o perché si tratta di immagini molto diffuse per la loro ovvietà. Giusto, nei lemmi non toccati dagli influssi di altri autori, non si mostra interessato a un percorso spirituale astratto, ma descrive, spesso con viva preoccupazione, la vita ecclesiale del suo tempo, colta soprattutto nella sua dimensione storica di insidie, eresie e prove difficili che deve affrontare. Già dalla lettere dedicatorie si desume come il periodo in cui vive e opera Giusto sia caratterizzato da uno scarso interesse verso il sapere e la sua trasmissione, fatto che venne favorito dai decenni di instabilità politica che si interruppero durante il protettorato sul regno visigoto esercitato da Teodorico tra il 508 e il 526. Un tema molto caro a Giusto è quello dell’immoralità del clero: in un passoSi tratta del capitolo 105, ma anche nel capitolo successivo Giusto ha dure parole per la condotta degli ecclesiastici. Cfr. Giusto d’Urgell, Explanatio in Cantica Canticorum. Un vescovo esegeta nel regno visigoto cit., pp. 86-88. egli associa le gocce della notte alla sporcizia del peccato dei chierici che, stando alle informazioni dei concili, erano dediti all’usura, all’omicidio e alla fornicazione. L’altra presenza costante nel suo commentario è l’allusione alle controversie dottrinali dell’epoca, unita alla minaccia sempre presente del rischio di persecuzioni. Le eresie che vengono chiamate in causa sono quelle dei Bonosiani e degli ArianiI capitoli in questione sono il 27 e il 13. Cfr. Giusto d’Urgell, Explanatio in Cantica Canticorum. Un vescovo esegeta nel regno visigoto cit., p. 38; 26.: gli eretici per Giusto, pur essendo eredi dello stesso patrimonio di fede, si sono resi nemici, poiché non hanno riconosciuto l’autorità di Cristo che solo la Chiesa cattolica ha rispettato, come depositaria della vera dottrina. Al rischio delle persecuzioni che viene tratteggiato nell’opera, Giusto accosta con insistenza il tema del martirio, a cui essere pronti per CristoAd esempio nel capitolo 170. Cfr. Giusto d’Urgell, Explanatio in Cantica Canticorum. Un vescovo esegeta nel regno visigoto cit., p. 126.. Il culmine di questa percezione di pericolo per la Chiesa è presente in una decina di capitoli (dal 107 in poi) caratterizzati da immagini drammatiche e inquietanti (devastazioni di chiese, deportazioni, divieto di culto), nate probabilmente da diversi elementi: la suggestione delle vessazioni subite dai cattolici africani, poi emigrati in territorio iberico, per mano dei Vandali, la memoria recente dei turbamenti causati dal reggente Amalarico, che si scontrò duramente con la moglie cattolica Clotilde, e probabilmente anche dal tentativo ariano di ottenere l’unità del Regno con la conversione dei cattoliciIl problema su dove nasca questo allarmismo – non motivato dalla condizione della Chiesa cattolica visigotica nel periodo ostrogoto – presente nell’opera di Giusto è discusso nel seguente articolo: Rossana E. Guglielmetti, Il commento al «Cantico dei Cantici» di Giusto d'Urgell e il suo radicamento nel contesto storico in IV Congresso Internacional de Latim Medieval Hispânico (Lisboa, 12-15 de Outubro de 2005). Actas cur. Aires Augusto Nascimento - Paulo Farmhouse Alberto, Lisboa, Universidade de Lisboa, Faculdade de letres, Centro de estudos clássicos 2006, pp. XVIII-1005, 613-616..

La lingua che usa Giusto nella sua opera è conforme all’ambito biblico-cristiano ed è caratterizzata dal ricorso a 490 clausole metriche; ben l’80% delle soluzioni adottate dall’autore è occupata dalle tre forme maggiori di cursus, il planus, il tardus, il veloxLa lingua e lo stile di Giusto sono stati studiati da Luigi G. G. Ricci, i suoi risultati sono presenti nell’edizione critica di Rossana E. Guglielmetti, Giusto d’Urgell, Explanatio in Cantica Canticorum. Un vescovo esegeta nel regno visigoto cit., pp. CLXXXII-CXCV..

Le fonti