I casi di discriminazione e razzismo in Giappone riguardano soprattutto le minoranze etniche presenti nel Paese, talvolta emarginate e trattate con disparità in ambito lavorativo, scolastico e sociale dai giapponesi di etnia Yamato, che sono considerati i discendenti del gruppo etnico nativo dominante dell'arcipelago nipponico.

Secondo un rapporto del 2006 a cura delle Nazioni Unite le minoranze più discriminate in Giappone sono la popolazione Ainu, i Ōbeikei, i Ryukyuani, i discendenti degli immigrati dai Paesi vicini (Corea e Cina) e i nuovi immigrati giunti da altri Paesi (ad esempio brasiliani, filippini e vietnamiti). Ciò è dovuto principalmente alla tradizionale convinzione dei giapponesi che solo persone del loro ceppo siano in grado di capire e apprezzare la loro cultura.

Nonostante la costituzione giapponese proclami l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di razza, genere e religione, il sistema legislativo nipponico non prevede pene ai danni di coloro che compiono attività discriminatorie.

Storia Dal periodo Meiji alla fine della seconda guerra mondiale

La discriminazione etnica nei confronti degli asiatici dei Paesi vicini era un fatto comune già durante il periodo imperiale del Giappone, soprattutto nell'era del colonialismo.. Nei periodi Meiji e Shōwa il regime vigente prevedeva la divulgazione di ideologie fondate sull'orgoglio razziale e sulla supremazia dell'etnia giapponese, in sintonia con il concetto dello o "spirito giapponese". Secondo lo storico Shiratori Kurakichi «non esisteva niente al mondo paragonabile alla natura divina della casa imperiale e così pure alla maestosità del sistema politico giapponese. Per questo e per altri motivi il Giappone era considerato dagli stessi giapponesi una nazione di livello superiore».. Un rapporto del 1943 curato dal Ministero della salute e del lavoro sosteneva inoltre che i giapponesi fossero razzialmente e moralmente superiori ai non giapponesi; destinati dagli dèi a dominare gli altri e a erigersi a capi di tutta l'Asia...

Il caso più famoso di xenofobia di questo periodo (poco prima dell'inizio del periodo Shōwa) si verificò dopo il terremoto del Kantō del 1923 quando in seguito alla confusione causata dal sisma i coreani furono ingiustamente calunniati di aver avvelenato gli approvvigionamenti di acqua potabile. Ne conseguì una persecuzione razziale da parte delle forze dell'ordine che causò la morte di 6 000 coreani e la detenzione di altri 26 000. Negli anni novanta sono nate varie associazioni di coreani residenti nella regione del Kantō atte a fare luce sulla vicenda, le quali accusano inoltre il governo del Giappone di non aver mai voluto indagare sull'accaduto, preferendo distorcere i fatti per timore dell'opinione pubblica mondiale.

Dagli anni trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale i casi di discriminazione ai danni di stranieri divennero sempre più frequenti a causa dell'influenza del regime fascista introdotto nel periodo Shōwa. Il massacro di Nanchino del 1937, gli esperimenti chimici e biologici dell'Unità 731 su cavie umane nella Manciuria occupata e la coercizione sugli abitanti di Okinawa durante la guerra del PacificoNel 2007 suscitò polemica la decisione del governo giapponese di riscrivere i libri di storia sulla battaglia di Okinawa. Secondo l'allora ministro dell'educazione i suicidi di massa in seguito all'invasione delle truppe americane avvennero solo per patriottismo, non per coercizione dell'esercito giapponese. Vedi sono tre casi che esemplificano la forte mentalità nazionalista dell'epoca. Il razzismo era ormai onnipresente durante gli anni della seconda guerra sino-giapponese e persino i media erano atti ad azioni di propaganda nel tentativo di evidenziare la superiorità dell'etnia Yamato, il gruppo etnico nativo dominante del Giappone.. Questi casi di discriminazione, insieme ad altri fatti di violenza (come ad esempio l'atto di costringere donne coreane, cinesi e filippine a prostituirsi, fenomeno noto come comfort women) fanno parte dei cosiddetti crimini di guerra per i quali il Giappone è stato condannato a risarcire le popolazioni colpite e a proferire scuse ufficiali.È necessario precisare che ciò nonostante i rapporti Giappone-Cina e Giappone-Corea del Sud sono tuttora non idilliaci e la popolarità del Paese nipponico nei due paesi vicini è bassa. Vedi

Politica di governo nel dopoguerra

Dopo la fine della guerra, a causa della scarsa importanza attribuita alle questioni sociali a proposito delle minoranze etniche in Giappone e ai loro diritti, le leggi al riguardo ebbero scarsa priorità nel processo legislativo. Con l'entrata in vigore della nuova costituzione nel 1947, stilata con l'aiuto degli Stati Uniti d'America nel tentativo di democratizzare il Giappone, i diritti fondamentali dell'uomo vennero rivisti. Gli americani infatti spinsero affinché la nuova costituzione proclamasse l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e – citando l'articolo 14 della stessa – che non ci fosse «discriminazione alcuna nei rapporti politici, economici o sociali per motivi di razza, di religione, di sesso, di condizioni sociali o di origini famigliari». Tuttavia il Giappone non possiede una legislazione per i diritti civili che punisca o penalizzi le attività discriminatorie commesse da cittadini, imprese o organizzazioni non governative;. nel 2002 un disegno di legge al riguardo non ricevette i voti necessari per essere approvata.

Discriminazione nel Giappone moderno

Anche in tempi più recenti il Giappone continua a vedere in cattiva luce la presenza straniera nel Paese e più in generale l'immigrazione straniera. La causa di tale riluttanza è da ricercare nella mentalità intrinseca del popolo giapponese, noto per essere orgoglioso della propria omogeneità etnico-culturale e persino razziale... Nel 2005 l'allora primo ministro giapponese Tarō Asō descrisse il Giappone come una nazione di «una razza, una civiltà, una lingua e una cultura». Allo stesso modo Yasuhiko Torii, consigliere agli affari accademici dell'Università Keio, esternò che il tasso di criminalità in Giappone è bassoLa microcriminalità in Giappone è pressoché inesistente. Vedi . grazie alla natura omogenea del Paese. Di conseguenza dal 20 novembre 2007 è in vigore una legge sull'immigrazione che ricalca quella adottata dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Qualsiasi non giapponese che passa i controlli di frontiera nipponici viene schedato: a tutti (ad eccezione dei diplomatici, dei minori di 16 anni, dei militari americani in servizio nel Paese, dei coreani e cinesi residenti da lungo tempo in Giappone e degli "ospiti" dal governo giapponese) vengono prese le impronte digitali e viene scattata una fotografia.

Secondo uno studio riferito al 2012 condotto dal governo giapponese i residenti in Giappone di nazionalità straniera costituiscono l'1,6% della popolazione totale. Le statistiche riportate nella tabella non includono i 30 000 soldati americani residenti in Giappone, né prendono in considerazione gli immigrati clandestini. Le stesse inoltre non includono i cittadini facenti parte delle minoranze etniche quali gli Ainu (stimati tra i 30 000 e i 50 000 individui),. i ryukyuani (i quali sono a tutti gli effetti giapponesi), oltre ai cinesi e coreani di seconda generazione che hanno ottenuto la cittadinanza giapponese.In Giappone vige lo ius sanguinis, quindi viene attribuita la cittadinanza per sangue e non per il luogo di nascita. Vedi Questi ultimi sono gli stranieri numericamente più presenti in Giappone, seguiti dai filippini e dai brasiliani.

Un rapporto del 2006 a cura di Doudou Diène, Special Repporteur per l'ONU fino al 2011 ed esperto in razzismo, discriminazioni razziali, xenofobia e intolleranza, evidenzia come i giapponesi tendano a discriminare le minoranze etniche nazionali come gli Ainu (che vivono prevalentemente sull'isola di Hokkaidō), i burakumin, i ryukyuani (originari delle isole Ryūkyū e di Okinawa), gli immigrati provenienti dalle ex colonie giapponesi (Corea e Cina), i loro discendenti e gli stranieri o immigrati provenienti da altri paesi asiatici o dal resto del mondo. Secondo Diène le manifestazioni di tale discriminazione sono innanzitutto di natura sociale ed economica. Dai sondaggi risulta infatti che le minoranze vivono in uno stato di emarginazione, avendo accesso limitato all'istruzione, occupazione, sanità e alloggi. La discriminazione è in secondo luogo di natura politica: le istituzioni statali danno bassa priorità alle questioni legate alle minoranze nazionali. Infine vi è una profonda discriminazione di carattere culturale e storico che colpisce, oltre alle minoranze nazionali, anche i discendenti delle ex colonie giapponesi. Tutto ciò si riflette in una bassa considerazione della storia e della cultura di queste comunità, aggravando ancora di più la discriminazione nei loro confronti..

Nei confronti delle minoranze nazionali Ainu

Gli Ainu sono la popolazione originaria delle isole settentrionali del Giappone, delle quali l'isola di Hokkaidō è la maggiore. Fino alla metà del XIX secolo Hokkaidō non faceva parte ufficialmente del Giappone, ma a causa della possibile aggressione della Russia zarista il Paese nipponico fu costretto a stabilire dei confini ufficiali. Fu così che Hokkaidō divenne parte integrante del Giappone. Inizialmente erano pochissimi i giapponesi che vi risiedevano, ma a partire dagli anni ottanta, a causa del rapido sviluppo dell'isola, vi si registravano 250 000 coloni a fronte di 17 000 Ainu..

Gli Ainu sono considerati razzialmente distinti dai giapponesi e la loro lingua (lingua ainu), differente dalla lingua giapponese, venne proibita dal governo nel 1899, scomparendo quasi del tutto.La lingua Ainu, anche se non più in uso quotidiano, viene ancora trasmessa oralmente di generazione in generazione attraverso poemi epici, canzoni e racconti. Lo scopo della politica verso gli Ainu era infatti l'assimilazione e l'acquisizione della cultura giapponese. Solo nel 1997 con l'approvazione della Legge sulla Promozione Culturale (che di fatto abrogava quella del 1899) la cultura Ainu venne presa in considerazione, attraverso la sua preservazione e promozione in ambito culturale. Per l'attuazione di tale legge venne costituita una specifica commissione che nella sua prima composizione era formata da un solo membro di origine Ainu. Le proteste che ne seguirono indussero il governo a porre rimedio, aumentando il numero a tredici Ainu su trentacinque. Questo fatto fu solo il primo passo nelle successive conquiste in campo sociale da parte degli Ainu. Con la dichiarazione dell'ONU del 2007 che statuisce il diritto dei popoli indigeni di esseri liberi da discriminazioni, oltre all'aver diritto di stabilire proprie istituzioni politiche, economiche, sociali e culturali, gli Ainu sperano che il loro accesso all'educazione venga migliorato. Alla fine degli anni duemila la percentuale di Ainu giunti all'educazione superiore era circa la metà di quella nazionale.

Burakumin