Le università in Italia sono enti che hanno il compito di promuovere la ricerca, il progresso delle scienze e l'istruzione di livello superiore. Possono essere enti pubblici o di diritto privato; in ogni caso devono rispettare le prescrizioni del Ministero dell'università e della ricerca (MUR) ove previsto.

Storia Il medioevo ed i primi esempi

L’Italia già nel medioevo ospitava alcune università, come l'Alma Mater Studiorum a Bologna, la cui fondazione risalirebbe al 1088, l'l'università di Padova, nata nel 1222, o l'Università degli Studi di Napoli, istituita da Federico II di Svevia nel 1224. Nel corso dei secoli ne sorsero altre, come lo Siciliae Studium Generale a Catania nel 1434.

Dal risorgimento al Regno d'Italia Il Regno di Sardegna durante la prima guerra d'indipendenza italiana ebbe una prima legge organica di riforma degli studi superiori emanata con Regio Decreto 4 ottobre 1848 n. 818 (detta legge Boncompagni dal promotore Carlo Boncompagni di Mombello), di indirizzo centralistico e laicistico. La legge prevedeva un controllo governativo delle scuole e università di ogni ordine e grado, sia statali sia libere, attraverso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, cui competevano gli ordinamento degli studi, i piani didattici, l'approvazione dei programmi dei corsi e dei libri e dei trattati adottati. La legge eliminò anche il nulla osta vescovile per la nomina dei professori. Con la legge 22 giugno 1857 n. 2328 e con il successivo regolamento, furono aboliti i consigli universitari e i loro compiti affidati ai rettori e, per le parti di competenza, ai consigli delle facoltà universitarie.

Negli anni 1859-1860, con l'aumentare degli Stati annessi al Regno di Sardegna durante il processo di unificazione nazionale e, subito dopo, con l'unità d'Italia, cominciò, tra gli altri, a porsi anche il problema dell'unificazione universitaria, dal momento che aumentava anche il numero di università. Dal Regno delle Due Sicilie furono ereditate l'Università di Napoli e quelle siciliane di Messina, Palermo e Catania. Dal Granducato di Toscana le Università di Pisa e Siena, e l'Istituto di Studi superiori e di perfezionamento di Firenze. Dalla Lombardia l'Università di Pavia, dal Regno di Sardegna le Università di Torino, Genova, Cagliari e Sassari. Con l'annessione di gran parte dello Stato Pontificio, vennero inglobate nel territorio del Regno le Università di Bologna, Ferrara, Urbino, Perugia, Macerata e Camerino. Infine, nel 1866 si aggiunse l'Università di Padova e, dopo il 1870, quella di Roma

Nel 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia sotto il governo Cavour, Francesco De Sanctis diventò il primo ministro della pubblica istruzione dell'Italia unita, carica che mantenne anche sotto il governo Ricasoli fino al 1862. Dal punti di vista normativo, la prima fondamentale impostazione fu data dalla legge Casati del 1859 ("Legge sul riordinamento della pubblica istruzione"), varata in occasione della fusione immediata di Lombardia e Piemonte, ed estesa al neonato Regno d'Italia. L'assetto dato all'istruzione superiore da questa legge fu caratterizzato dal monopolio statale (non erano ammesse università private) e da un forte accentramento ministeriale, con nomina regia di docenti ordinari e straordinari e definizione delle commissioni che dovessero esaminarli. L'accentramento era mitigato da margini di libertà accademica sia nell'organizzazione della didattica sia nella libera concorrenza tra i docenti sia nella libertà riconosciuta agli studenti di regolare "l'ordine degli studi" e degli esami, pur in presenza di un piano di studi ufficiale.

De Sanctis presentò al Senato, nel 1862, una proposta di legge sull'istituzione di scuole «normali» per la preparazione dei docenti di ginnasi e licei. Egli si ispirava a esempi come l'École Normale Supérieure di Parigi, i liberi seminari in Germania, il "seminario filologico" di Pavia e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Il progetto, di soli cinque articoli, proponeva l'istituzione presso alcune università di scuole normali superiori, in cui l'insegnamento sarebbe stato affidato, con una piccola indennità aggiuntiva, agli stessi docenti universitari. Alcune personalità del tempo, come Piero Gobetti, si espressero in questo senso, intendendo manifestare la preoccupazione di mantenere nell'ambito statale i grandi istituti scientifici di importanza nazionale senza disperdere nelle autonomie l'istruzione superiore.

In un disegno di legge di Carlo Matteucci, presentato al Senato 1861, si individuava nell'eccesso degli istituti, «creati in ogni Stato della penisola in concorrenza gli uni con gli altri, con la conseguente dispersione degli uomini migliori, e nella ricerca di originalità nelle forme di organizzazione, il difetto principale delle istituzioni universitarie italiane» e propone di costituire pochi e completi centri di studi superiori, gli unici abilitati a rilasciare le lauree, nei quali si raccogliessero i docenti più affermati, le collezioni più ricche e le migliori dotazioni per la ricerca e le applicazioni pratiche. La proposta di Matteucci, nominato nel frattempo ministro dell'istruzione, divenne legge nel 1862 (31 luglio 1862) e classificò in primari e secondari gli atenei italiani. Le Università di Bologna, Pavia, Pisa, Napoli, Palermo e Torino (e in seguito anche Padova e Roma) furono classificate di prima classe, mentre le Università di Cagliari, Catania, Genova, Siena, Macerata, Messina, Modena e Parma furono classificate come di seconda classe, usufruendo, di conseguenza, di minori finanziamenti statali.

L'ispirazione statalista fondata sul principio del monopolio dello Stato nell'istruzione superiore della legge Casati fu riaffermata nella successiva riforma voluta da Carlo Matteucci nel 1862. Questa riforma portò avanti anche un disegno di riduzione degli atenei allora esistenti. La direzione amministrativa e disciplinare furono affidate al Consiglio accademico, organismo collegiale composto dal rettore e dai presidi delle facoltà. Gli atenei italiani vennero suddivisi in due classi. Nella prima classe –a pieno finanziamento statale – furono inserite solo le sei sedi universitarie di Bologna, Napoli, Palermo, Pavia, Pisa e Torino. Matteucci si oppose all'introduzione in Italia di "università libere" da affidare all'iniziativa dei municipi, delle province e anche di private associazioni, convinto che le università avessero bisogno dell'intervento dello Stato per superare le difficoltà economiche e per conseguire l'obiettivo della formazione di una élite dirigente moderna, efficiente e uniforme. Vi erano però eccezioni al principio monopolistico: tra queste i quattro atenei a governo autonomo di Camerino, Ferrara, Perugia e Urbino, tutti negli Stati già pontifici.

Nel 1868 assunse la carica di ministro della pubblica istruzione, sotto il Gabinetto di Luigi Menabrea, Emilio Broglio, che la ricoprì fino al 1869. Broglio emanò un nuovo "Regolamento universitario" tendente ad armonizzare quello di Brioschi e Matteucci con lo spirito della legge Casati. In esso, le facoltà, pur essendo suscitatrici di libera cultura, dovevano, altresì, provvedere ai fini professionali.

Nel 1872 vennero soppresse le facoltà di teologia delle università del Regno. Questo fatto, oltre a vari episodi come la destituzione di professori che si rifiutarono di giurare fedeltà al Re e allo Stato italiano culminati il 12 marzo 1876 con la chiusura dell'Università di Palazzo Altemps a Roma, costituita dai professori che avevano rifiutato il giuramento di fedeltà al Re, costituisce la base delle spinte per la fondazione di un'università cattolica, che si vedranno concretizzate nel 1921 con l'inaugurazione dell'Università Cattolica di Milano e poi nel 1924 dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nel 1873 divenne ministro Ruggero Bonghi, che rimarrà in carica fino al 1876. Il 25 marzo 1876 Michele Coppino succedette a Bonghi, rimanendo in carica fino alla fine del 1877. Nel 1873 diverse scuole veterinarie del Regno d'Italia furono autorizzate a rilasciare la laurea in zooiatria, che fino a quel momento era prerogativa esclusiva della Scuola veterinaria di Parma. Al tempo, la zooiatria e la zootecnica erano considerate attività strategiche per gli Stati, oltre che per le necessità delle attività agricole e di allevamento, soprattutto per gli usi militari della cavalleria.

Con decreto del 21 gennaio 1874 furono istituite le "Scuole Normali" presso le Università di Napoli, Roma, Padova e Torino. Nel gennaio 1881, dopo ripetute richieste, entrò nel governo come ministro della pubblica istruzione il medico Guido Baccelli, che ricoprirà il mandato fino al 1884, poi nuovamente dal 1893 al 1896 e, infine, tra il 1898 e il 1900. Nel 1888 divenne ministro Paolo Boselli, che rimarrà in carica fino al 1891. Gli succedette Pasquale Villari, in carica fino al 1892, quando fu nominato Ferdinando Martini, che rimarrà in carica fino al 1893. Pochi mesi dopo il suo insediamento, il ministro Martini elaborò, con Carlo Francesco Ferraris, l'ennesima riforma dell'università, che includeva, questa volta, la chiusura degli atenei di Macerata, Messina, Modena, Parma, Siena e Sassari. Ma il progetto incontrò fortissime resistenze, in particolare locali, e non venne mai presentatoCfr. F. Martini - C.F. Ferraris, Ordinamento generale dell'istruzione superiore. Studi e proposte, Milano 1895.

Dall'inizio del XX secolo al ventennio fascista

Dall'inizio del XX secolo, con la diffusione del socialismo, si creò in Italia una fitta rete di "università popolari". Queste avevano lo scopo di diffondere l'istruzione e la cultura a livello popolare, agendo come elementi di stimolo per una piena cittadinanza politica e culturale. La prima importante apertura alle università private fu realizzata con una legge del 1902 che riconobbe il rango di università, con diritto a conferire lauree, alla Scuola di studi commerciali "Luigi Bocconi" di Milano. Un simile riconoscimento venne conferito nel 1922 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tuttavia, l'avvento del fascismo in Italia ne decretò la chiusura.