Nei Vangeli, il titulus crucis (titolo della croce) fu un'iscrizione apposta sopra la croce durante la crocifissione di Gesù.
Secondo quanto riferito dal Vangelo di Giovanni, l'iscrizione recitava "Gesù nazareno, re dei giudei" e sarebbe stata scritta in aramaico, latino e greco. In realtà l'esatta composizione delle parole è incerta, in quanto la condanna è riportata in modo differente dai quattro Vangeli canonici. Il titulus sarebbe stato apposto sopra la croce per indicare ai presenti la motivazione della condanna. L'esibizione della motivazione della condanna era in effetti prescritta dal diritto romano, per quanto non in tre lingue.Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, p. 965, ISBN 978-0-300-14010-1.
Contesto storico I romani conoscevano l'usanza di proclamare la colpevolezza di un condannato mediante una targa appesa al collo o portata davanti a lui per umiliarlo e deriderlo pubblicamente prima della sua morte. Lo testimoniano quattro fonti romane, tra cui Svetonio per l'esecuzione di sentenze sui ribelli sotto gli imperatori Caligola e Domiziano. Cassio Dione menziona questa usanza anche nell'occasione di una crocifissione. Martin Karrer, Jesus Christus im Neuen Testament, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1998, p. 160 sgg. L'apposizione di una targa sopra il crocifisso, tuttavia, è menzionata solo nel Nuovo Testamento. Nel solo Vangelo di Giovanni, inoltre, viene menzionata anche l'iscrizione tradotta in tre lingue (ebraico, latino e greco), per quanto, come evidenzia il teologo cristiano Raymond Brown,Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 963-967, ISBN 978-0-300-14010-1. questo sia storicamente non verosimile, essendo l'iscrizione multilingue riservata ad eventi solenni, come un proclama imperiale, e non ad un semplice criminale; l'aggiunta giovannea ha finalità teologica e non è un resoconto storico e, infatti, gli altri tre vangeli non menzionano un particolare così evidente.
Dalla morte di Erode il Grande (4 a.C.) fino alla fine del governatorato di Ponzio Pilato (37 d.C.), i Romani attribuirono ai governanti ebrei il titolo di "Re dei Giudei", che tutte le varianti del testo evangelico tramandano insieme. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe registra "re" che guidarono molti ribelli della Giudea.Antiquitates Judaicae 17: 283-285 Il generale romano Publio Quintilio Varo crocifisse in gran numero ebrei ribelli che rivendicavano il titolo di re intorno al 6 d.C.Bellum Judaicum 2:75 Infatti, secondo la lex Iulia de maiestate emanata dall'imperatore Augusto, chi pretendeva il titolo di re nelle province romane senza il permesso imperiale si rendeva colpevole di sommossa (seditio, perduellio) e minacciava lo stesso imperatore (crimen laesae maiestatis). Dai tempi di Tiberio (14-37 d.C.), questo delitto era punibile con la crocifissione. Wolfgang Reinbold, Der Prozess Jesu, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2006, ISBN 3-525-61591-4, p. 84.
Il titolo di "Re dei Giudei" ricorre nei Vangeli nel racconto della passione e solo una volta fuori da questo contesto, in Secondo lo studioso del Nuovo Testamento Klaus Wengst, è improbabile che il titolo possa derivare dalle credenze dei primi cristiani, ma rifletterebbe la prospettiva dei romani. Si può quindi considerare un fatto storico che abbiano giustiziato Gesù come un "ribelle messianico". Klaus Wengst, Das Johannesevangelium, Stuttgart, Kohlhammer, 2019, ISBN 978-3-17-033331-4, p. 251 sgg. Infatti i romani non distinguevano tra una pretesa religiosa e una pretesa politica e quindi consideravano la rivendicazione del titolo reale un crimine di Stato, simile all'odierno alto tradimento. Gesù confermò questa accusa con il suo silenzio durante l'interrogatorio di Pilato e fu così condannato a una morte valida secondo il diritto romano. Klaus Haacker, Wer war schuld am Tode Jesu? in Klaus Haacker, Versöhnung mit Israel. Exegetische Beiträge, Neukirchen-Vluyn, Neukirchener Verlag, 2002, ISBN 3-7887-1836-6.
Per lo storico ebreo Paul Winter, la crocifissione e il titolo della croce sarebbero gli unici dettagli storici nella rappresentazione del processo di Gesù nei vangeli. Nota infatti che non vi è alcuna allusione all'Antico Testamento nell'iscrizione sulla croce. Il titolo "Re dei Giudei" non significava nulla per i lettori e gli ascoltatori non ebrei dei Vangeli. La sua menzione quindi non può derivare da alcuna attesa messianica o insegnamento teologico. La colpa di Gesù menzionata nel titolo della croce era la sua presunta pretesa di regnare. Paul Winter, On the Trial of Jesus, 1961, p. 108 sgg. Anche lo studioso del Nuovo Testamento Martin Karrer ha concluso dalle fonti: “Fu un processo politico. L'esecuzione di Gesù fu esemplare per i giudei, per i galilei e non da ultimo per i discendenti di Erode il Grande perché si accontentassero della forma di governo non reale concessa da Roma».
Il testo dell'iscrizione Nelle rappresentazioni artistiche latino-occidentali della crocifissione solitamente si riportano come titulus le sole quattro lettere «INRI», iniziali dell'espressione latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (letteralmente, «Gesù il Nazareno, Re dei Giudei»), che traduce il testo greco del vangelo di Giovanni. Similmente sui crocifissi delle chiese ortodosse l'iscrizione ha le lettere «INBI», utilizzando il testo greco equivalente ("Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων").
MarcoLucaMatteoGiovanniVersettoIscrizione grecaὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων οὗτοςΟὗτός ἐστιν Ἰησοῦς ὁ βασιλεὺς τῶν ἸουδαίωνTraslitterazioneho basileùs tôn Iūdaíōnho basileùs tôn Iūdaíōn hûtoshûtós estin Iēsûs ho basileùs tôn IūdaíōnIēsûs ho Nazōraîos ho basileùs tôn IūdaíōnTraduzioneIl re dei giudeiIl re dei giudei [è] questi Questi è Gesù, il re dei giudei Gesù di Nazareth, il re dei giudeiLingue non specificato non specificato non specificato ebraico, latino, greco I vangeli canonici non concordano circa l'iscrizione sul cartiglio e che avrebbe riportato il motivo della condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» riporta il Vangelo secondo Matteo ()Il cattolico Nuovo Grande Commentario Biblico, in merito alla versione di Matteo, evidenzia: "questi è Gesù: Matteo alla forma marciana dell'iscrizione sulla croce, aggiunge queste parole che dichiarano il fondamento giuridico della condanna a morte", in riferimento alla versione di Marco che riportava "Il re dei giudei". (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 877, ISBN 88-399-0054-3.)" ., «Questi è il re dei Giudei» come scritto nel Vangelo secondo Luca (), mentre l'iscrizione è riportata come «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» nel Vangelo secondo Giovanni (), dove si riferisce anche che era scritta in ebraico, latino e greco (). Il quarto vangelo afferma anche che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù fosse il Re dei giudei, ma che si fosse autoproclamato tale. Pilato rispose Quod scripsi, scripsi, e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni ). Il teologo cattolico Raymond BrownRaymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 963-966, ISBN 978-0-300-14010-1. - nell'evidenziare come le quattro versioni evangeliche siano tutte diverse, "con divertimento se pensiamo a chi ha un approccio letterale ai vangeli"Raymond Brown evidenzia infatti: "L'iscrizione/titolo [Titulus] contiene le sole parole riguardanti Gesù che si sostiene siano state scritte durante la sua vita. Possiamo osservare, tuttavia (con divertimento se pensiamo a chi ha un approccio letterale ai vangeli), che tutti e quattro gli evangelisti le riportano in modo differente". (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 963-964, ISBN 978-0-300-14010-1.). - rileva come la scritta non sembra esser stata fatta come sbeffeggiamento, ma pare sottolineare che "Gesù fu vittima di una falsa accusa" e "ancor più chiaramente che nei Sinottici, Giovanni usa Pilato per esprimere una valutazione teologica".
Osserva Raymond BrownRaymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 964-965, ISBN 978-0-300-14010-1. che "Giovanni non solo sviluppa l'iscrizione in un episodio più complesso ma ne cambia il significato"Anche il cattolico Nuovo Grande Commentario Biblico, sottolinea lo stile teologico proprio di Giovanni: "La Crocifissione di Gesù (19,16b-30). Come nelle sezioni precedenti, il resoconto di Giovanni sulla crocifissione segue una strada tutta sua [e anche] in alcuni episodi nei quali Giovanni è parallelo ai sinottici, egli accentua elementi diversi del racconto. Gesù porta la propria croce (v. 17); Pilato ha deliberatamente formulato l'accusa da scrivere sulla croce (vv. 19-22)". (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 1285, ISBN 88-399-0054-3.)". e "la formulazione di Giovanni della dicitura è la più solenne e rimarchevole, come attestato dalla tradizione artistica della croce con un «INRI», dalla supposta scritta latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum. La solennità è incrementata dall'indicazione che la scritta era trilingue". In merito all'uso di tre lingue per un semplice criminale - come riportato dal Vangelo secondo GiovanniOltre che essere presente nel Vangelo secondo Giovanni, il riferimento alle lingue è presente in alcuni antichi manoscritti greci del Vangelo secondo Luca (). Vedi Shmuel Safrai, "Spoken and Literary Languages in the Time of Jesus" in R. Steven Notley, Marc Turnage, Brian Becker (a cura di), Jesus' Last Week, Jerusalem Studies in the Synoptic Gospels, Volume One. BRILL, 2006, ISBN 978-9004147904, p. 225 e Peter Cresswell, The Invention of Jesus, Watkins, 2013, cap. 5, ISBN 9781780286211 «The same goes for the note in Luke 23, 38 that the inscription on the cross was given in three languages: included by scribe A, deleted by Ca [from the Codex Sinaiticus] and absent in Codex Vaticanus and P75». Questa lezione, come accettato dalla grande maggioranza degli studiosi, è "quasi certamente una glossa copiata da Gv19,20", ovvero il risultato del tentativo di alcuni copisti di armonizzare il testo di Luca con quello di . Vedi Paul D. Wegner, The Journey From Texts to Translations: The Origin and Development of the Bible, Baker Academic, 2004 ISBN 9780801027994, p. 226; Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, p. 965, ISBN 978-0-300-14010-1. - Raymond BrownRaymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 2, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 965-966, ISBN 978-0-300-14010-1. evidenzia che "possiamo essere ragionevolmente certi che i soldati romani non si sarebbero preoccupati di trascrivere l'accusa ad un criminale in tre lingue. Iscrizioni multilingue erano usate nell'antichità ma solo in eventi solenni, come un proclama imperiale" e quindi "le tre lingue hanno significato simbolico. L'ebraico è la lingua sacra delle Scritture di Israele; il latino è la lingua del conquistatore romano; il greco è la lingua in cui il messaggio di Gesù viene diffuso e scritto"; alcuni antichi copisti variarono, sempre simbolicamente, l'ordine dei testi in "ebraico, greco e latino, ponendo per ultima di importanza la lingua imperiale".
Il vangelo di Giovanni si differenzia dai sinottici anche per la specificazione di Gesù come il "nazareno", un dettaglio apparentemente marginale. Anche se fosse stato storicamente presente sul cartiglio, c'è da stupirsi che Giovanni l'abbia reinserito più che del fatto che i sinottici l'avessero omesso. Questo dettaglio letterario si comprende solo considerando un altro brano di Giovanni e l'intuizione di uno studioso ebreo: