Biografia
Nato a Spazzate Sassatelli (frazione di Imola), in una famiglia di contadini, si diploma all'istituto tecnico agrario G. Scarabelli a Imola come agrotecnico.
Iscritto al Partito Comunista Italiano, è stato assessore comunale all'Agricoltura e alle Attività Produttive di Imola dal 1976 al 1979. All'impegno politico-amministrativo ha affiancato quello professionale, esercitando, in qualità di presidente dell'ESAVE, (Studi e promozione della viticoltura e dell'enologia per l'Emilia-Romagna), un’intensa attività volta al rilancio del settore vitivinicolo in regione, dopo lo scandalo del vino al metanolo scoppiato nel 1986.
Dal 1982 al 1989 è stato segretario imolese del PCI. Successivamente è entrato nel Consiglio della Provincia di Bologna per il PDS.Bernardo Caprotti, Falce e carrello, 2007, Marsilio, pagina 159 Dal 2007 è iscritto al Partito Democratico, dove tuttora milita. Dal 1992 al 2000 è stato presidente di Efeso, ente di formazione della Legacoop Emilia-Romagna, quindi, fino al settembre 2000, presidente della Legacoop di Imola, poi presidente della Legacoop Regionale Emilia-Romagna e vicepresidente Legacoop Nazionale. Dal 2002 al 2014 è stato presidente di Legacoop Nazionale. Nel febbraio 2013 diviene presidente dell'Alleanza delle Cooperative Italiane.
Appassionato di pallamano è stato vicepresidente vicario della Federazione Italiana Giuoco Handball.
È sposato con Anna Venturini, assessore nel comune di Castel Guelfo di Bologna. Hanno due figli.
Incarico ministeriale Ministro del lavoro e delle politiche sociali
Il 21 febbraio 2014 viene designato come Ministro del lavoro e delle politiche sociali nel governo Renzi. Con DPCM 23 aprile 2014 sono state delegate a Poletti le funzioni del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia di politiche giovanili e servizio civile nazionale, politiche della famiglia e integrazione. Pochi giorni dopo la sua nomina il Movimento Cinque Stelle presenta al Senato una mozione di sfiducia nei suoi confronti per conflitti d'interesse relativo alla presidenza di Legacoop e Alleanza delle Cooperative Italiane, ma il Senato ne boccia la calendarizzazione, per cui non sarà nemmeno discussa. Il 12 dicembre 2016 viene riconfermato alla guida del Ministero per il Governo Gentiloni. Alla guida del Ministero del lavoro, l'occupazione in Italia, dati ufficiali per l’anno 2018, si attesta al 58,3%, (il valore più alto da ottobre 2008): 23.134.000 cittadini occupati a marzo 2018, contro i 23.271.000 del secondo trimestre 2008. Nello specifico, per quel che concerne l'inizio del mandato del Ministro, nei 4 anni di attività ministeriale, sono stati recuperati 1.040.000 posti di lavoro rispetto al dato del primo trimestre 2014, in cui il livello degli occupati era di 22.026.000. Per la sola componente femminile, l’occupazione ha toccato un record storico, salendo al 49,3%. Allo stesso modo il tasso di inattività (che comprende chi non cerca lavoro) è sceso al più basso livello di sempre, posizionandosi al 43,7%. Il tasso di occupazione delle donne resta comunque di quasi 20 punti percentuali inferiore a quello degli uomini (67%). La disoccupazione, a gennaio 2018 all’11,1%, si attesta (dati di febbraio 2018) al 10,9%, ai livelli minimi da Agosto 2012 recuperando più di 2 punti percentuali rispetto al valore del primo trimestre 2014, quando in Italia il tasso era al 13,5%. Mentre, nella dimensione giovanile, nonostante il livello resti ancora alto, la disoccupazione (dati di gennaio 2018) è scesa al 31,5% , il valore è ai minimi dal dicembre 2011, recuperando 14.7 punti percentuali rispetto al 46,2% del primo trimestre 2014 (valore massimo toccato in quel periodo).
Jobs Act Tra le attività e le iniziative legislative portate a compimento nel corso del suo incarico, quella più famosa e discussa è stata la riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto “Jobs Act” (Legge delega 10 dicembre 2014, nº 183, e otto successivi decreti legislativi attuativi) con il quale è stato riordinato e semplificato l’impianto complessivo delle relazioni contrattuali con l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, più moderno e in linea con l’Europa, e l’eliminazione di forme particolarmente precarizzanti come le collaborazioni a progetto e l’associazione in partecipazione, procedendo, al contempo, ad una importante ridefinizione delle caratteristiche del lavoro subordinato e del lavoro autonomo. Altri effetti della riforma sono la semplificazione delle procedure e degli adempimenti connessi alla costituzione e alla gestione dei rapporti di lavoro; l’estensione del diritto all’indennità di maternità a tutte le lavoratrici e il rafforzamento della strumentazione per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; la razionalizzazione del sistema dei controlli e delle ispezioni; il divieto della pratica delle “dimissioni in bianco”. Sono inoltre stati modificati gli ammortizzatori sociali, ampliando le coperture ed estendendole anche ai lavoratori delle imprese di minori dimensioni e distinguendo con maggiore precisione le situazioni di disoccupazione involontaria da quelle di effettiva continuità dei rapporti di lavoro. Infine, è stato riformato il sistema delle politiche attive, con l’obiettivo di realizzare un modello di sostegno e di accompagnamento dei lavoratori più efficace e coerente con il costante processo di cambiamento legato alla digitalizzazione e all’automazione.
La riforma ha toccato alla radice i nodi storici della flessibilità, della produttività (bassa) e delle tutele (elevate) che tutte le istituzioni nazionali e internazionali consideravano “troppo rigidi” nel nostro paese, tali da scoraggiare investimenti e sviluppo economico. Dalla sua introduzione (febbraio 2014) il numero di occupati è cresciuto di 1.029.000 unità (dato ufficiale di novembre 2017), rimettendo di fatto in moto il mercato del lavoro in Italia. Diverse sono le opinioni positive sulla riforma da parte di economisti, professori universitari e giuslavoristi italiani, tra i quali Pietro Ichino, Tommaso Nannicini, Stefano Sacchi e Carlo Dell'Aringa.
In campo europeo anche il Primo Ministro francese Macron e in parte il Premier spagnolo, nelle loro riforme del lavoro, hanno preso spunto dal jobs act.
Lavoro autonomo e agile Ancora in tema di lavoro, il disegno di legge in materia di lavoro autonomo non imprenditoriale e lavoro agile (legge 22 maggio 2017, nº 81), che punta a sostenere e valorizzare il lavoro autonomo non imprenditoriale, attraverso un sistema di tutele specifiche, e a migliorare la qualità della vita dei lavoratori dipendenti, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Per quanto riguarda, specificamente, il lavoro autonomo, le misure contenute nella legge prevedono più tutele nelle transazioni commerciali e contro i ritardi nei pagamenti, la deducibilità delle spese collegate all’attività professionale ed alla formazione, la possibilità di aggregarsi per accedere a bandi di gara nazionali ed internazionali.
Di particolare significato il riconoscimento dell’indennità di maternità a prescindere dall’effettiva astensione dal lavoro e l’aumento del congedo parentale da tre a sei mesi, fruibili entro i primi tre anni di vita del bambino. Altra tutela di rilievo è quella introdotta dalla disposizione che rende strutturale la Dis.Coll, l’indennità di disoccupazione per i collaboratori, tra l’altro ampliando la platea dei beneficiari, che ora comprende anche gli assegnisti e i dottorandi di ricerca.
Per quanto riguarda il lavoro agile, le misure approvate definiscono strumenti innovativi per favorire una modalità di organizzazione del lavoro che da una parte risponde all’evoluzione del sistema produttivo e, dall’altra, permette una migliore conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di vita. Tutto questo, delineando un quadro di tutele dei lavoratori che vanno dal diritto ad un trattamento economico non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda, alle garanzie in tema di salute e sicurezza, all’assicurazione obbligatoria per gli infortuni e le malattie professionali.
La riforma del terzo settore Altro provvedimento di rilievo è stato la legge delega per la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale (Legge 6 giugno 2016, nº 106 e cinque successivi decreti legislativi attuativi).
Fra i principali obiettivi della Riforma, sia il riordino e la semplificazione di una normativa che si è andata stratificando nel corso degli anni, sia la promozione e il sostegno dell’operato di quei soggetti (secondo i dati del censimento permanente Istat, al 2015 le istituzioni non profit erano oltre 330.000, con più di 5,5 milioni di volontari e circa 800.000 dipendenti) che contribuiscono in maniera determinante al bene comune, alla coesione sociale e che intervengono in contesti e situazioni di disagio e povertà.
Da un lato, si è quindi voluto procedere alla razionalizzazione della legislazione (primaria e secondaria) relativa al Terzo settore, affinché rispondesse pienamente al dettato dell’art.118 della Costituzione volto a “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”; dall’altro, si è inteso definire con maggiore chiarezza il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con i soggetti e le organizzazioni di Terzo settore.
Tra le novità più significative, la riforma dei Centri di Servizio per il Volontariato, l’introduzione di misure agevolative volte a favorire gli investimenti delle imprese e delle cooperative sociali, l’istituzione del Servizio Civile Universale, la revisione dei criteri di accesso all’istituto del 5 per mille.
Lotta alla povertà; il reddito di inclusione Nel campo delle politiche sociali, l’intervento di maggior rilievo è quello indirizzato al contrasto della povertà e dell’esclusione sociale, definito in collaborazione con l’Alleanza contro la povertà. Si tratta della legge delega 15 marzo 2017, nº 33 (recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali) e del successivo decreto legislativo di attuazione, 15 settembre 2017, nº 147.
Con questi provvedimenti, si colma un vuoto annoso nel sistema italiano di protezione degli individui a basso reddito. Oltre a definire un Piano nazionale per la lotta alla povertà, l’Italia si dota, per la prima volta, di una misura unica e permanente di contrasto alla povertà fondata sul sostegno al reddito e sull’inclusione sociale: viene infatti istituito il Reddito di inclusione (REI), che non è solo un sostegno economico, ma un progetto per l’autonomia.
In sostanza, il Reddito di inclusione (che può essere richiesto a partire dal 1º dicembre 2017 ed è finanziato con oltre 2 miliardi di risorse per il 2018, che saliranno a circa 3 nel 2020) rappresenta il pilastro fondamentale del Piano nazionale per la lotta alla povertà ed è il segno di un nuovo approccio alle politiche sociali, in quanto si fonda sul principio dell’inclusione attiva, ovvero sull’affiancamento al sussidio economico di misure di accompagnamento capaci di promuovere il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che ne sono esclusi. Insomma, non una misura assistenzialistica, un beneficio economico ‘passivo’, in quanto al nucleo familiare beneficiario è richiesto un impegno ad attivarsi, sulla base di un progetto personalizzato condiviso con i servizi territoriali, che accompagni il nucleo verso l’autonomia.