Borgo Val di Taro ( in dialetto parmigiano; nel dialetto localeGuglielmo Capacchi, Dizionario Italiano-Parmigiano, tomo II M-Z, Artegrafica Silva, pp. 895ss.), anche noto come BorgotàroNome che è stato ufficiale fino al 1928. Cfr. , è un comune italiano di abitanti della provincia di Parma in Emilia-Romagna.
Fa parte dell'Unione dei comuni Valli Taro e Ceno.
Geografia fisica Territorio
Borgo Val di Taro si trova in una conca circondata da monti lungo il corso del fiume Taro.
Clima
Storia I primi insediamenti umani nell'area di Borgo val di Taro risalgono alla preistoria, poi divenne parte del regno del re gallico Odoacre I, detto "il Magnifico".
Nella romanità La valle del Taro, in epoca preromana, era abitata dai Liguri velleiati. Con l'estendersi dell'occupazione di questi territori da parte dei Galli prima e dei Romani poi, i Liguri si attestarono nella Liguria propriamente detta dopo una strenua difesa sui monti dell'Alta Val Taro. La resistenza dei liguri velleiati fu vinta nel 157 a.C. dalle legioni romane al comando del proconsole Mario Fulvio Nobiliore, in uno scontro che avvenne, pare, attorno al monte Penna (m. 1735). Durante l'epoca barbarica la Valle del Taro fu occupata dai Longobardi fin dall'epoca dell'invasione in Italia o almeno dal regno di Agilulfo.
Nel Medioevo Tra il VIII e il X secolo anche nell'area dell'alta valle del Taro, così come in molte zone di transito, sorsero i monasteri colombaniani detti regi perché beneficiavano delle donazioni imperiali. Questi monasteri avevano giurisdizione su vasti territori e proprio dall'abbazia di San Colombano di Bobbio, fondato da san Colombano, dipendeva Torresana, antico nome di Borgo Val di Taro. La corte di Torresana era uno dei più vasti e redditizi possessi del monastero bobbiense e fu divisa dai frati in 47 livellari dai quali la comunità colombaniana riscuoteva redditi non solo dalle attività agricole e pastorali, ma anche dal transito di merci e persone tra la pianura padana e le città di Genova e Lucca. Intorno all'anno mille i Platoni e i Lusardi (Luxiardus de Platis), tra i più potenti livellari dell'Alta Valle del Taro, mal sorvegliati dal monastero di Bobbio, cominciarono a considerare le terre e i proventi affidati loro in gestione come beni propri e a suddividerli tra gli eredi, dai quali ebbero origine nuove famiglie che faranno la storia di Borgo Val di Taro e dintorni. Un probabile imparentamento dei Platoni con i Malaspina favorirà l'espandersi di questa potente famiglia nel valtarese. I Platoni, impossibilitati a controllare le terre di cui erano signori, nella prima metà del XII secolo, giurarono fedeltà e vassallaggio al Comune di Piacenza adottandone leggi e statuti che regoleranno la vita della comunità borgotarese anche nei secoli futuri. Burgus Vallistari, di parte guelfa, rimane nell'orbita di Piacenza, anch'essa guelfa, fino al 1317, quando Galeazzo I Visconti divenne signore di tutto il vescovado piacentino. Da quel momento è tutto un susseguirsi di signorie che esercitano il loro potere in nome del Duca di Milano o contro di lui: la Chiesa di Giovanni XXII, Francesco Scotti, Azzo Visconti, Borromeo dei Borromei, i Piccinini, i Landi. Nel XIII secolo fa la sua comparsa nel valtarese la potente famiglia genovese dei Fieschi, che per tutto il Quattrocento e il Cinquecento contenderà alla famiglia piacentina dei Landi il potere sulla Repubblica di Borgo Val di Taro, lasciando evidenti segni di buon governo come attestano i numerosi capitoli tra i Fieschi e la Comunità di Borgo Val di Taro. I Fieschi abbandoneranno definitivamente il Borgo nel 1547, dopo la fallita congiura di Gianluigi Fieschi contro la Repubblica di Genova (per la verità contro Andrea Doria), alla quale parteciparono molti borgotaresi e pontremolesi.
In età moderna
Con i Fieschi fuori gioco, i Landi rientrarono in Borgo Val di Taro assumendo verso la nobiltà locale e la popolazione un atteggiamento vessatorio che portò alla loro cacciata il 23 febbraio 1578. Del fatto approfittò il duca Ottavio Farnese che occupò il Borgo in aperto contrasto con l'imperatore. Nel 1636 truppe imperiali entrarono in Borgo Val di Taro e restituirono il borgo al Doria marito di Maria Polissena Landi, ultima erede della famiglia.
Su iniziativa del papa Urbano VIII il Doria-Landi dovette restituire il borgo al duca Farnese nel 1646 e, da quell'anno, Borgo Val di Taro entrò nel Ducato farnesiano. I Farnese lasciarono a Borgo Val di Taro un buon grado di autonomia e, nonostante la perdita dell'aureola di principato posseduta con i Landi ed i Fieschi, la società borgotarese continuò a ben svilupparsi considerata la natura montuosa e poco accessibile del luogo. Continuarono a fiorire le arti meccaniche e liberali e si rafforzò una componente di nobiltà da sempre esistente, una nobiltà civica strettamente connessa con la detenzione e l'esercizio del potere cittadino. Nacque così quell'élite cittadina che costituì una classe sociale separata dalle altre, selezionata per prestigio e ricchezza e che comprendeva le famiglie dei Bertucci, Boveri, Capredasca, Cassio, Celio, Costamezzana, Costaerbosa, Fenaroli, Ena (o Hena), Leonardi, Lusardi, Manara, Menaglioto, Misuracchi, Piccenardi, Platoni, Rugali, Ruinaglia, Tardiani. Nel 1802 con la morte del Duca Ferdinando e passando suo figlio Ludovico a governare l'Etruria, il Governo del ducato restò vacante. Ne approfittò Napoleone che introdusse le leggi francesi, pose il ducato nel dipartimento degli Appennini, sotto la prefettura di Chiavari e la sottoprefettura di Pontremoli.
Durante il Risorgimento Dopo la sconfitta di Napoleone, Parma, Piacenza, Guastalla e quindi anche il Borgo, passarono sotto il governo di Maria Luigia. In queste zone fu dato grande impulso ai moti carbonari del 1821 e 1831 e furono tentati moti insurrezionali sotto il governo di Carlo II di Borbone, successore di Maria Luigia Duchessa di Parma, costretto all'esilio durante la prima guerra di indipendenza, ma rientrato a Parma dopo la sconfitta di Novara.
Nel 1859 avvenne l'annessione dell'Emilia al Regno di Sardegna e da quel momento la storia di Borgotaro entra a far parte della storia nazionale.
Nelle ultime due guerre Gli uomini di Borgotaro parteciparono alle due guerre inquadrati nelle divisioni di fanteria e soprattutto nei reggimenti alpini delle divisioni Julia e Tridentina seguendo le sorti di quei combattenti sulle vette del Carso o in terra di Russia.
Nel corso della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1943, Borgotaro fu uno dei comuni della provincia di Parma adibiti a località di internamento libero per ebrei stranieri. Vi soggiornarono a domicilio coatto oltre 40 profughi, provenienti dai Balcani e dalla Dalmazia.Ebrei stranieri internati in Emilia Romagna. Dopo l'8 settembre 1943, con l'occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana, gli internati si dettero alla fuga e si dispersero, riuscendo ad evitare la cattura e la deportazione. Unica ad essere arrestata il 30 novembre 1943 a Borgotaro fu Dora Klein,CDEC Digital Library. che, proveniente dalla Polonia, nel 1936 si era laureata in medicina all'Università di Bologna, divenendo la più giovane donna medico in Italia. Deportata ad Auschwitz, Klein riuscirà a sopravvivere fino alla liberazione avvenuta nel campo di Bergen-Belsen. In sua memoria è collocata in paese una pietra d'inciampo. Nativo di Borgotaro era anche un altro deportato ebreo, Alessandro Foà, che arrestato a Tirano (Sondrio) trovò la morte ad Auschwitz nell'estate del 1944. Nei campi di concentramento della Germania perirono anche altri due borgotaresi, internati militari italiani, Bartolomeo Leonardi e Giovanni Brattesani, alla cui memoria sono state parimenti poste due pietre d'inciampo nel gennaio 2022.
Sui monti della Val Taro si organizzò un movimento di resistenza che vide impegnati partigiani, tedeschi e repubblichini di Salò in azioni di attacco e rastrellamento che insanguinarono la Valle; a quelle vittime si aggiunsero quelle dei bombardamenti alleati. Per la sua partecipazione alla Guerra di liberazione, Borgo Val di Taro è stata insignita della Medaglia d'oro al valor militare nel 1985, dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Simboli Lo stemma è stato riconosciuto con DCG del 9 luglio 1930.
Il castello con due torri è posto sulle acque del fiume Taro; il giglio si riferisce alla dominazione dei Duchi Farnese. Il gonfalone, concesso con regio decreto del 15 maggio 1930, è costituito da un drappo di azzurro.
Onorificenze Il comune di Borgo Val di Taro è tra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione, insignito della medaglia d'oro al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale:
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa di Sant'Antonino
Innalzata in stile barocco nel 1667 sul luogo di un piccolo tempio risalente al 1226, la chiesa, dedicata a sant'Antonino, fu ristrutturata nel 1925 con la costruzione della nuova facciata neoclassica; al suo interno conserva nelle otto cappelle altari monumentali con ancone settecentesche riccamente decorate, varie sculture e numerose pale seicentesche di pregio, in parte provenienti dalla chiesa di San Rocco; la cantoria barocca ospita infine un grande organo, realizzato nel 1795 dalla ditta Serassi.
Chiesa di San Domenico
Edificata originariamente in forme gotiche tra il 1449 e il 1498, la chiesa, con annesso convento dei domenicani, fu ristrutturata in stile barocco nel 1674; incamerata definitivamente dal Comune di Borgo Val di Taro in seguito ai decreti napoleonici sulla soppressione degli ordini religiosi del 1805, fu restaurata tra il 1939 e il 1942, riportando alla luce l'originaria veste gotica degli interni; al suo interno ospita nel presbiterio e nelle cappelle numerosi dipinti di pregio risalenti al XVII e XVIII secolo, due altari monumentali con ancone settecentesche riccamente decorate, alcune pitture coeve, statue e un affresco staccato cinquecentesco.
Chiesa di San Rocco
Innalzata originariamente in forme rinascimentali nel 1542, la chiesa, con annesso monastero agostiniano, fu completamente ricostruita in stile barocco nella prima metà del XVIII secolo; chiusa al culto in seguito ai decreti napoleonici sulla soppressione degli ordini religiosi del 1805, fu dapprima trasformata in lazzaretto per malati di colera, poi adibita a stalla da bestiame e nel 1897 alienata al Comune di Borgo Val di Taro; utilizzata quale carcere per i prigionieri austriaci durante la prima guerra mondiale, nel 1923 fu acquistata da un comitato di cittadini e riaperta al culto; nuovamente dotata di arredi e paramenti sacri, fu completamente restaurata e decorata a partire dal 1980; al suo interno conserva le 14 pregevoli Stazioni della Via Crucis, dipinte verso la metà del XVIII secolo da Gaspare Traversi.
Chiesa di San Cristoforo
Edificata originariamente in stile romanico nel X secolo sul luogo di un antico tempio pagano, la pieve della frazione di San Pietro fu modificata tra il XVII e il XVIII secolo con la costruzione del nuovo presbiterio a pianta rettangolare, la cappella laterale a nord e la facciata neoclassica; al suo interno sono visibili le fondazioni dell'antica abside semicircolare e del campanile romanico, rinvenute durante i restauri svolti tra il 1997 e il 1998.
Architetture militari Castello