Lomicidio di Milena Sutter è un fatto di cronaca nera avvenuto nella città italiana di Genova il 6 maggio 1971, allorché in circostanze non del tutto chiarite la figlia dell'imprenditore italo-svizzero Arturo Sutter venne rapita all'uscita da scuola, per poi essere trovata cadavere in mare circa due settimane dopo.
È anche noto come caso del biondino della Spider rossa, dal soprannome attribuito dai media a colui che fu inquisito e condannato per il crimine, Lorenzo Bozano, che si dichiarò sempre innocente.
I fatti La scomparsa di Milena Attorno alle ore 17:00 del 6 maggio 1971, Milena Sutter, figlia tredicenne di Arturo Sutter (imprenditore di origini svizzere, titolare dell'omonima azienda attiva nel campo dei detergenti) e della moglie Flora Van Glabbeek (cittadina belga), uscì dall'istituto privato che frequentava, la Scuola Svizzera (chiusa nel 1985), situata in via Peschiera, a metà strada tra piazza Manin e via XX Settembre, nel pieno centro di Genova. Era attesa a casa, in viale Antonio Mosto, nel quartiere di Albaro, per seguire una ripetizione di storia verso le ore 17:30. Dopo le 17:30, non vedendola rientrare, la madre telefonò a scuola e alle amiche, che dissero di aver visto Milena dirigersi verso la fermata dell'autobus 88; più tardi, non ricevendo alcuna notizia, il padre chiamò dapprima gli ospedali e quindi la polizia.
La famiglia Sutter era la sesta in città in termini di contributi fiscali, pertanto si ipotizzò subito che Milena fosse stata rapita con finalità estorsive: il 5 ottobre 1970 un caso analogo aveva del resto riguardato Sergio Gadolla, figlio di un'altra famiglia industriale genovese. A perpetrarlo era stato il cosiddetto "gruppo XXII Ottobre" (o "Tupamaros della val Bisagno"), appartenente alla galassia del terrorismo di sinistra e capeggiato da Mario Rossi; Gadolla fu rilasciato incolume cinque giorni dopo, previo pagamento di un riscatto di 200.000.000 di lire. La polizia riuscì poi a rintracciare e fermare tutti gli esecutori del sequestro il 16 aprile 1971, ovvero tre settimane prima della scomparsa di Milena.
La richiesta di riscatto e le indagini L'indomani mattina, 7 maggio, attorno alle ore 10:45, Adolfo Sutter (padre di Arturo e nonno di Milena, che viveva a poca distanza dal resto della famiglia) ricevette una chiamata anonima che per la liberazione di Milena Sutter richiese un riscatto di 50 milioni di lire (poco più di 510 000 euro, adeguando il cambio all'inflazione); una voce maschile, incisa probabilmente su un nastro registrato, disse: «Se volete Milena viva, prima aiuola Corso Italia». Adolfo corse ad avvertire il figlio, che poco dopo ricevette la medesima telefonata; Arturo Sutter riferì di non essere riuscito a capire cosa stesse dicendo chi si trovava all'altro capo del filo: la frase fu messa agli atti dal maresciallo dei Carabinieri Luigi Calanchi, che era a sua volta in ascolto, ma non riuscì a registrarla.
Gli inquirenti (capeggiati dal capo della squadra mobile genovese, Angelo Costa, e dal magistrato Nicola Marvulli) inizialmente manifestarono perplessità: la chiamata era infatti estremamente vaga (non era infatti chiaro cosa significasse "prima aiuola Corso Italia"), non conteneva nessun elemento che confermasse che il chiamante avesse con sé Milena e, nondimeno, la richiesta di riscatto sembrava assai esigua a fronte dell'ingente patrimonio dei Sutter, che erano comunque pronti a pagare (al tempo infatti non era ancora previsto il congelamento dei beni alle famiglie dei sequestrati). La notizia venne diffusa alle 13:30 dal giornale radio Rai, nonché dall'edizione pomeridiana del Corriere Mercantile.
Si provvide pertanto a scavare nel vissuto di Milena, interrogando i compagni di scuola: una di essi raccontò che ai primi di maggio lei e Milena erano state avvicinate da un ragazzo che aveva proposto loro di fumare qualcosa insieme. Il ragazzo in questione fu rintracciato, ma non emerse alcun elemento a suo carico. L'ultima persona ad aver visto Milena era stato uno studente di prima media, che l'aveva notata mentre camminava verso la fermata dell'autobus, senza però poi reincontrarla una volta arrivato alla palina d'arresto.
Nei giorni successivi le forze dell'ordine ricevettero varie altre chiamate, che tuttavia si rivelarono infondate: tra le altre, un gruppo di malavitosi indicò come nascondiglio dei sequestratori un albergo di Bordighera, dove in realtà alloggiavano alcuni criminali francesi, loro rivali nel racket della prostituzione, nel tentativo di farli arrestare. In altre telefonate vennero chiesti riscatti superiori, o il mittente si spacciò per persona informata sui fatti; non mancò infine chi chiamò facendo sentire il rumore del pianto di un bambino.
Sempre il 9 maggio un agente di polizia fuori servizio rinvenne, in un cestino della spazzatura presso un'aiuola lungo corso Italia (la strada, a dispetto della chiamata, non era stata ancora perlustrata), la cartella scolastica di Milena Sutter, completa di tutto il suo contenuto. Gli inquirenti esaminarono il diario della ragazza, nel quale aveva scritto di aver ricevuto le avances di un ragazzo di nome Claudio, alle quali avrebbe però opposto un diniego. Il soggetto in questione non venne mai identificato.
La pista su cui ben presto si concentrarono gli sforzi fu quella legata al ripetuto avvistamento, da aprile in poi, sia in viale Mosto, presso la villa dei Sutter, sia presso la Scuola Svizzera, di un'autovettura Spider rossa con la capote nera e la carrozzeria segnata da molte ammaccature e scrostature alla vernice. Una residente in via Peschiera riferì che al volante sedeva un individuo alto e robusto, con lunghi capelli castani, baffi e basette, che a suo dire sembrava aspettare qualcuno, osservando con insistenza l'ingresso della scuola e fumando nervosamente.
I giornali iniziarono a parlare della Spider rossa, che la polizia locale identificò nell'Alfa Romeo Giulietta Sprint intestata a Lorenzo Bozano (3 ottobre 1945 – 30 giugno 2021) all'epoca venticinquenne, appartenente alla borghesia genovese poiché imparentato con la famiglia degli armatori Costa, proprietari di Costa Crociere (il padre era un funzionario della compagnia di navigazione).
Bozano venne fermato e trattenuto in questura per tre giorni: si dichiarò estraneo alla vicenda, negando di essersi mai appostato presso i luoghi in questione, ma non seppe fornire un alibi per il pomeriggio/sera del 6 maggio. Destarono ulteriori sospetti sul suo conto il fatto che, pochi giorni prima, avesse preso appuntamento con un avvocato penalista (Bozano disse in proposito di volersi cautelare, essendo proprietario di un'auto come quella descritta dai giornali) e si fosse fatto accorciare capelli e baffi (scelta che motivò col desiderio di "essere più presentabile"). Scaduti i termini del fermo, non essendoci elementi sufficienti contro di lui, Bozano fu rimesso in libertà.
Al netto dell'assenza di prove certe a suo carico, Bozano fu comunque tenuto sotto osservazione, ritenendo che potesse comunque essere collegato al rapimento, magari in combutta con un gruppo di malviventi. Pareva infatti strano che il fermato potesse aver perpetrato il rapimento per conto proprio: Milena Sutter era fisicamente matura per la sua età e molto prestante, dal momento che praticava vari sport a livello agonistico, in particolare sci alpino (era in procinto di entrare nella nazionale svizzera, grazie alla cittadinanza del padre), ed era quindi in condizione di difendersi in caso di aggressione. Appariva inverosimile anche il fatto che il veicolo usato per il rapimento potesse essere una Spider biposto decappottabile, tecnicamente inadatta allo scopo, a meno di un allontanamento consenziente. A tal proposito, sebbene la zona di via Peschiera fosse piuttosto trafficata, soprattutto in orario d'uscita dalle scuole, il 6 maggio nessuno aveva notato colluttazioni o tentativi di sopraffazione forzosa. Intervistato in proposito, Arturo Sutter negò categoricamente che la figlia potesse essere salita per conto proprio su un'auto che non fosse la sua o quella della madre.
Bozano continuò pubblicamente (concedendo molte interviste) a negare di sapere chi fosse Milena Sutter, ma intervennero ulteriori testimonianze che sostenevano di averlo avvistato a più riprese in viale Mosto: la titolare di un bar disse di averlo visto più volte, apparentemente intento a leggere il giornale, davanti alla dimora dei Sutter. La collaboratrice domestica di un palazzo vicino affermò che egli si era messo a osservarla (mettendola a disagio) per poi rivolgere l'attenzione verso la dimora della famiglia imprenditoriale; un giorno la stessa donna lo vide anche vicino alla Scuola Svizzera. La cuoca di casa Sutter ugualmente disse di aver riconosciuto Bozano per strada. Il giovane ammise poi di frequentare le strade in questione, ma unicamente perché provava attrazione per alcune donne che lavoravano in zona; l'accusa invece insisterà sul fatto che lui volesse compenetrarsi delle abitudini dei Sutter e, potenzialmente, rendersi familiare a Milena, così poi da poterla più facilmente attirare in trappola. Fu in questo frangente che nacque il soprannome di "biondino della Spider rossa": alcuni abitanti di via Orsini avevano infatti detto a un giornalista del Corriere Mercantile di aver visto un "biondino" sostare nella zona in cui si trovava villa Sutter, seduto su una spider rossa ammaccata. Ciò finì per creare ulteriori dubbi: solo una trentina di studenti della Scuola Svizzera aveva infatti dichiarato di riconoscere Bozano e tra di essi non c'era nessuna compagna di classe di Milena; inoltre il soprannome "biondino" sembrava calzare male sul venticinquenne, che aveva i capelli castani, una corporatura massiccia e appariva più vecchio della sua età.
A complicare vieppiù il lavoro degli investigatori vi era il fatto che, dopo la prima e unica richiesta di riscatto ritenuta autentica (quella di soli 50 milioni di lire, con l'allusione a corso Italia), più nessuna comunicazione ritenuta attendibile era giunta ai Sutter dai rapitori. Poco dopo il ritrovamento della cartella, tuttavia, vi era stata un'ulteriore chiamata che reiterava la richiesta di 50 milioni, chiedendone però la consegna in via XII Ottobre: Arturo Sutter si mise d'accordo con la polizia e andò a incontrare il soggetto in questione, al quale consegnò 25 milioni, promettendo il resto alla restituzione di Milena. Gli agenti pedinarono il soggetto e poi lo fermarono: si trattava di Mario Dinning, 40enne senza fissa dimora, peraltro pregiudicato per aver tentato qualche tempo prima di rapire un bambino di dieci anni. Si appurò che il suo era un mero tentativo di appropriarsi del riscatto, senza alcuna correlazione con il sequestro.«Milena è con me» ma era una truffa, "L'Unità", 11 maggio 1971, p.6
Gli inquirenti si convinsero ancor di più che Lorenzo Bozano potesse avere un ruolo nella storia e che l'assenza di notizie dai sequestratori fosse proprio legata al fatto che i giornali avessero pubblicato la sua descrizione e quella della sua auto. Le ulteriori indagini condotte su di lui non portarono tuttavia alcun elemento utile ai fini del ritrovamento di Milena, né prove per incastrarlo in maniera risolutiva.
Il ritrovamento del cadavere Il cadavere di Milena Sutter venne ritrovato il 20 maggio, verso le 17:30, da due pescatori dilettanti, Paolo Schenone e Giampaolo Olia, mentre erano in mare a bordo di un gozzo, a circa trecento metri dalla spiaggia di Priaruggia, a Quarto dei Mille. Il volto era irriconoscibile, l'addome era avvolto da una cintura da sub di colore nero, con alcuni piombi da 1 kg di colore scuro.Milena Sutter è stata uccisa. Il suo corpo trovato in mare, "La Stampa", 21 maggio 1971, p.6 La corrente lo stava spingendo verso Portofino.