Il Museo civico archeologico di Villa Mirabello è un museo di Varese, ospitato dal 1949 nell'omonima Villa Mirabello.

Storia del museo Nato nel 1871 dall'iniziativa di studiosi e appassionati locali animati dall'intento di raccogliere testimonianze storiche e archeologiche del territorio varesino, il museo venne notevolmente ampliato nel 1924 con la donazione della collezione del marchese Andrea Ponti, finanziatore e promotore di ricerche archeologiche presso l'Isolino Virginia, sito palafitticolo preistorico (oggi tutelato dall'UNESCO) collocato su una piccola isola del lago di Varese di cui egli fu proprietario.

Il materiale conservato presso il Civico museo archeologico, proveniente da scavi sistematici (come l'Isolino Virginia e Bodio Lomnago), da scoperte fortuite (come la Seconda Tomba del Guerriero, portata alla luce presso Sesto Calende durante alcuni lavori edili) e da donazioni private (come quella della prestigiosa collezione del marchese Ponti), si presenta assai variegato e poliedrico. I reperti coprono un arco cronologico estremamente ampio che comprende la Preistoria (particolarmente rappresentati sono il Mesolitico e Neolitico), la Protostoria (età del Bronzo ed Età del ferro), il periodo romano (rappresentato da materiali provenienti prevalentemente da necropoli e sepolture) e l'epoca altomedievale (periodo dei Longobardi).

Sezione preistorica Mesolitico Fra i reperti più antichi conservati presso Villa Mirabello si riscontrano piccoli strumenti in selce, microliti, datati al Mesolitico e rinvenuti nel corso di varie ispezioni di superficie presso i laghi di Ganna e Torba. In questa prima sezione del museo viene inoltre esposta una porzione di cranio umano scoperta in una grotta della Valganna, significativa per testimoniare la presenza in questa zona dell'uomo primitivo, nonostante incertezze sulla precisa datazione (certamente il cranio è preistorico).

Neolitico antico La ceramica costituisce una delle novità archeologiche più rilevanti dei ritrovamenti risalenti al Neolitico. Il museo espone diversi recipienti del periodo Neolitico antico che presentano forme ed elementi decorativi similari appartenenti ad una tipologia vascolare peculiare, quella del cosiddetto Gruppo Isolino.

Neolitico medio Il periodo del Neolitico medio (4500-3900) è particolarmente rappresentato da ceramiche della Cultura dei vasi a bocca quadrata, caratterizzati dal tipico orlo a quattro lati. Uno scodellone a bocca quadrata si rivela interessante perché presenta alcuni "fori di restauro", utili a fissare frammenti di cordame di origine vegetale (ormai perduti) con i quali l'uomo del Neolitico aveva tentato di riparare un oggetto per lui prezioso.

Neolitico recente

Gli scavi effettuati a più riprese presso il sito dell'Isolino Virginia e quelli condotti presso la Lagozza di Besnate (sito palafitticolo scavato sin dagli anni settanta del XIX secolo), hanno riportato alla luce una molteplicità di reperti databili al Neolitico recente, alcuni dei quali si presentano interessanti e curiosi.

Acciarini neolitici Gli acciarini conservati al museo di Villa Mirabello sono stati ritrovati a più riprese sull'Isolino Virginia, durante gli scavi ottocenteschi (acciarino eccezionalmente integro), durante quelli degli anni cinquanta del Novecento condotti da Mario Bertolone e in quelli condotti in anni ancora più recenti. Questi reperti sono datati al Neolitico recente, ultimo periodo della Preistoria, intorno al 3900-3400 a.C.

Un reperto eccezionalmente conservatosi in modo completo ci consente di conoscere come fossero costituiti questi "accendini preistorici", utilizzati dagli uomini primitivi per accendere il fuoco (impiegato sia per la cottura della carne che come fonte di calore). Essi erano formati da un elemento in selce, che costituiva la pietra focaia, incastrato in una scanalatura del manico in corno al quale era fissato con mastice.

Vaso globoso Un recipiente in terracotta appartenente all'ordine dei vasi globulari, rinvenuto presso la Lagozza di Besnate, presenta delle bugne forate che consentivano di essere appeso con legacci di fibra vegetale a un supporto sospeso. Per rendere maggiormente evidente la presunta foggia originale e facilitare la ricostruzione della probabile collocazione storica, il reperto è stato sottoposto ad un restauro ricostruttivo, cioè la ricostruzione del vaso attraverso l'incorporazione dei frammenti originali.

Sezione età dei metalli Età del bronzo Le perle delle palafitte Frammenti vitrei impiegati nella realizzazione di monili, chiamati a nord delle Alpi "Le perle delle palafitte", sono stati rinvenuti presso l'Isolino Virginia e oggi conservati presso il civico museo. Presumibilmente datati al periodo del Bronzo finale, in molti ritrovamenti archeologici (in siti palafitticoli dell'area veneta e raramente in quelli dell'area lombarda) le "perle delle palafitte" risultano spesso associate a ritrovamenti di ambra, tanto da far supporre che fossero un oggetto di scambio con questo tipo di materia prima.

Spada di Biandronno

Questo reperto del museo è stato ritrovato tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 lungo la sponda nord del lago di Biandronno. È stata datata tra il 1700 e il 1000 a.C., risale perciò alla fine dell'età del bronzo. Si presume che la spada, all'epoca oggetto di prestigio, fosse stata lasciata lì di proposito come offerta votiva, in quanto, durante quel periodo, l'uso di deporre oggetti metallici nell'acqua era frequente. Questa usanza (diffusa prevalentemente a nord e a sud delle Alpi), infatti, era di carattere rituale: oggetti preziosi venivano offerti alle divinità per ottenere il loro favore o lasciati accanto al defunto possessore dell'oggetto. Spesso le armi venivano piegate o spezzate per renderle inutilizzabili affinché l'unico proprietario rimanesse il defunto guerriero. Questo tipo di spada, con la lama corta (30 cm circa) e leggermente foliata è detta "tipo Biandronno" ed è diffusa prevalentemente nell'area padana e nella zona alpina.

Età del ferro Lastrone con incisioni pediformi e coppelle

Il lastrone, in origine parte di un masso erratico, venne usato come copertura di una tomba golasecchiana a cassa (la datazione indicativa è al periodo dell'Età del ferro), scoperta negli anni trenta del Novecento e contenente ancora qualche residuo di corredo. Sopra di esso si osservano numerose coppelle miste a impronte di piedi umani di varie dimensioni. Le impronte di piccole dimensioni potrebbero essere collegate ai riti di iniziazione dei fanciulli per il loro passaggio all'età adulta. Tala pratica di incidere nella pietra orme di piedi con finalità propiziatorie è testimoniata anche in età romana (alla quale risalgono impronte di piedi affiancate alla figura di Iside), e in epoca medievale (l'impronta di piede destro rappresentava il Sacro). La relativa abbondanza di queste testimonianze sul territorio varesino ha favorito la formazione all'interno della cultura popolare di particolari nomi ed espressioni gergali che offrono spunti interpretativi circa la loro supposta origine miracolosa o mitica.

Seconda Tomba del Guerriero

La cosiddetta Seconda Tomba del Guerriero di Sesto Calende è un corredo funebre risalente al VI secolo a.C. e appartenente alla Cultura di Golasecca, una civiltà sviluppatasi durante l'Età del ferro nella zona a sud del Lago Maggiore.

Sezione romana Corredo funebre di Mercallo dei Sassi

Nel 1959 a Mercallo dei Sassi è stata rinvenuta una tomba che custodiva le ceneri di una bambina di circa 10 o 12 anni, sepolta insieme a un prezioso corredo (della metà del I secolo d.C.), che non è stato rinvenuto completamente. La fanciulla probabilmente apparteneva a una famiglia molto agiata: il padre doveva essere un personaggio influente, in grado di procurare a sua figlia oggetti di grande pregio, realizzati da artigiani abili nel lavorare materiali preziosi. Forse la famiglia abitava in una villa vicino al lago di Comabbio.

Al momento di deporre la bambina nella tomba i genitori hanno voluto circondarla degli oggetti che in vita aveva più amato, alcuni gioielli e i suoi giochi. Nella tomba sono stati trovati una ciotolina in ambra, due anforette, una coppetta in argento, un'ampollina in cristallo di rocca, uno specchietto d'argento e una piccola rocca per filare con due fusi. Gli elementi di serratura fanno pensare che almeno parte degli oggetti di corredo fosse custodita in un cofanetto, mentre alcuni fili d'oro raccolti tra le ceneri ci fanno pensare che la bambina fosse stata sepolta con un abito riccamente ornato.

Le anfore di Angera Tra i reperti romani rinvenuti presso Angera, spiccano alcune anfore, che in origine avevano la funzione di contenitori per olio, vino e derrate alimentari. Forse realizzate da un laboratorio nei pressi del Ticino, erano destinate al trasporto su vaso raggio che animava il mondo romano, almeno nella regione cisalpina occidentale o transalpina.

Coppa Cagnola

La coppa Cagnola, donata al Museo Civico di Varese da don Guido Cagnola nel 1947, è un esemplare molto pregevole di vetro incolore semitrasparente, lavorato a giorno in modo da ottenere una decorazione formata da due colonne tortili e due colonne scanalate con capitelli corinzi alternate a maschere tragiche che pendono da un festone. Per quanto riguarda le dimensioni di questa coppa, essa ha un'altezza di 11,5 cm e un diametro all'apice di 13,5 cm. Non è noto il luogo di ritrovamento anche se le ipotesi più probabili riguardano la Sardegna oppure Alessandria.

Il processo di fabbricazione di questi oggetti di lusso, noti come vasa diatreta (diatreton; latino: vas diatretum, al plurale diatreta), prevedeva un difficile lavoro di intaglio e incisione della superficie di una forma grezza. La realizzazione delle coppe a gabbia avviene dapprima soffiando all'interno di uno stampo, una massa vitrea che può essere composta da strati di colore diverso, il che consente di ottenere un oggetto dalle pareti di considerevole spessore. A seguito del raffreddamento, si procede all'intaglio a freddo, operazione che richiede un'elevata capacità tecnica, essendo altissimo il rischio di fratturare l'oggetto. Il risultato finale era quello di ricavare un reticolo o una decorazione più complessa che sembrasse staccata dal vaso al quale era unita solo mediante sottili ponticelli di raccordo. Spesso i vasa diatreta erano utilizzate presso le corti dei nobili come calici durante i banchetti e i convivi.

Accanto agli esemplari con ricca decorazione figurata, gli antichi maestri vetrai hanno prodotto, già a partire dal I secolo d.C., ma soprattutto tra la fine del III e la prima metà del IV secolo d.C., anche un nucleo di coppe con motivo a gabbia, spesso impreziosito da iscrizioni a lettere rilevate con motti augurali.

I vasa diatreta, opere raffinatamente e abilmente lavorate, sono considerate di esclusiva proprietà di personaggi di alto rango probabilmente collegati alla corte imperiale; ciò sarebbe confermato dal loro ritrovamento in alcuni sarcofagi, per l'appunto destinati alle classi nobiliari. Però, secondo un'ipotesi formulata da David Whitehouse, vista la somiglianza con il reperto di "coppa a gabbia" del Corning Museum of Glass, è probabile che la coppa in esame fosse utilizzata come lampada. Infatti, sotto l'orlo della parte superiore è presente una scanalatura che avrebbe potuto alloggiare il supporto di sostenimento per le catenelle che l'avrebbero sorretta.Maria Grazia Diani, in .

Astragalo di Biandronno