La psicologia dell'arte è una disciplina che si occupa di indagare e spiegare i processi psicologici coinvolti nelle esperienze di produzione e di fruizione di un'opera d'arte. Dato il suo carattere intrinsecamente pluri e interdisciplinare, è difficile delimitarne a priori i settori di pertinenza e definirne lo statuto teorico e metodologico. Molteplici e variabili (in base agli interessi e alle prospettive) sono i suoi territori di confine: dall'estetica alla storia, alla teoria e alla critica dell'arte, dalla letteratura alla medicina e alla psichiatria, attraverso antropologia, sociologia, pedagogia e semiotica, per non parlare delle diverse pronunce e declinazioni riferibili all'ambito storico, teorico e disciplinare relativo all'universo stesso della psicologia e dei suoi diversi indirizzi. Per quanto riguarda più specificamente le relazioni con l'arte (soprattutto visiva) rivestono particolare rilevanza gli studi della Psicologia della Gestalt e della teoria della percezione, spesso mediati da prospettive cognitiviste, e quelli che fanno capo alle diverse scuole psicoanalitiche, che hanno dato importanti contributi anche nell'ambito della critica e della teoria della letteratura.
Campo d'analisi della psicologia dell'arte sono soprattutto le arti figurative, ma non meno importanti sono gli studi e le ricerche in ambito letterario, nonché in quello musicale, cinematografico, fotografico, teatrale ecc… L'obiettivo della psicologia dell'arte è cercare di individuare e comprendere quali processi mentali siano coinvolti nella produzione artistica, quali fattori determinino la poetica e le peculiarità di un artista, ma anche quali processi psicologici caratterizzino la fruizione, l'apprezzamento o il non apprezzamento estetico, e i sentimenti di empatia o simpatia.
Fin dalle sue origini la psicoanalisi indaga i significati inconsci di cui l'opera è portatrice, significati, cioè, che possono andare oltre le intenzioni dell'autore.
Origini
Come settore di studi specifici la psicologia dell'arte nasce nella seconda metà dell'Ottocento, ma solo di recente ha ottenuto uno specifico riconoscimento disciplinare, conquistando anche una sua più precisa collocazione accademica.
Studi significativi furono compiuti da Gustav Theodor Fechner (1801-1887), psicologo, fisico e fisiologo tedesco fondatore della psicofisica. Egli si occupò delle relazioni tra stimoli fisici ed esperienze psicologiche e condusse ricerche nel campo dell'arte gettando le basi della cosiddetta estetica sperimentale – una psicologia sperimentale applicata al fenomeno artistico (“teoria del piacere e del dispiacere”).
Indirizzi Contributi essenziali alla psicologia dell'arte sono stati forniti dalla psicologia della Gestalt, che considera l'opera d'arte soprattutto da un punto di vista percettivo (si pensi in particolare ai lavori di Rudolf ArnheimArnheim R., Il potere del centro: psicologia della composizione nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1984.). Queste ricerche si intrecciano spesso a una prospettiva di tipo cognitivista (si vedano in Italia gli studi di Alberto ArgentonArgenton A., Arte e espressione. Studi e ricerche di psicologia dell’arte, Il Poligrafo, 2009.). La scuola della Gestalt, sviluppatasi tra il 1910 e il 1930, prima in Germania e poi negli Stati Uniti, propone di considerare l'opera d'arte nella sua totalità, concependo la dimensione artistica come una modalità di conoscenza del mondo. Tale punto di vista è basato sulle caratteristiche dell'opera stessa: ne viene considerata la pregnanza o buona forma, grazie a quelle caratteristiche che la rendono equilibrata e armonica, la totalità, poiché il tutto è più della somma delle singole parti. Infine, con l'ultimo principio organizzativo, essa intende spiegare l'empatia provata dal fruitore del prodotto artistico nei confronti dello stesso e le intenzioni del suo autore, attraverso la relazione tra percezione dello stimolo e attività fisiologica del cervello (postulato dell'isomorfismo). La Gestalt sostiene che le percezioni sono il prodotto del materiale derivato dai sensi, che viene poi organizzato grazie a meccanismi e schemi mentali innati nell'uomo. Inoltre le percezioni vengono ritenute immediate e non prodotte dalla sensazione attuale. Esse sarebbero influenzate dalle esperienze del passato solo nella misura in cui queste ultime abbiano avuto a che fare con l'esperienza attuale. La percezione avuta dal soggetto va considerata come complessa; la forma, che è qualcosa di globale, è dinamica ed è il risultato dell'interazione delle singole parti, che acquistano un particolare valore e significato proprio in virtù della forma stessa. I fondatori di tale corrente sono generalmente ritenuti Wolfgang Kohler, Kurt Koffka e Max Wertheimer, le cui ricerche in ambito psicologico furono rivolte soprattutto alle capacità di ragionamento e percezione. Un punto fondamentale veniva individuato nella discrepanza tra ciò che è - realtà fisica - e ciò che viene percepito – realtà fenomenica; a venir meno è una corrispondenza diretta tra queste due dimensioni, dovuta alla grande attività del soggetto verso l'oggetto. Quest'ultimo viene analizzato, categorizzato e proiettato al punto tale da essere percepito in modo differente rispetto alla sua realtà fisica e oggettiva. Secondo Arnheim, gli artisti avrebbero la capacità di cogliere il significante universale nel particolare utilizzando le categorie di forma e colore. L'opera d'arte, in quanto prodotto di esseri viventi, possiede la medesima complessità di questi ultimi, e spesso il linguaggio è per sua stessa natura inadatto a fornirne una spiegazione completa ed esauriente. Al contrario, l'analisi percettiva è in grado di cogliere significati profondi. Arnheim, raffinato indagatore dei meccanismi percettivi sottesi ai fatti visivi, afferma in Arte e percezione visiva:
«Ogni percezione è anche pensiero, ogni ragionamento è anche intuizione, ogni osservazione è anche invenzione. L'importanza di codeste vedute per la teoria e la pratica delle arti è evidente: non possiamo più considerare il processo artistico come chiuso in se stesso, misteriosamente ispirato all'alto, non relazionato e non relazionabile alle altre attività umane. Per contro quella forma “esaltata” di vedere che conduce alla creazione delle grandi opere d'arte appare come una proliferazione di quell'attività più umile e più consuetudinaria impiegata dagli occhi nella vita d'ogni giorno»
Il suo invito consiste nel considerare l'opera d'arte nella sua totalità, alla luce dei suoi elementi globali. Il contributo di Arnheim mira, attraverso la spiegazione dei meccanismi della visione, a guidare verso una comprensione totalizzante, meno parziale e inesatta. Consapevoli della differenza tra l'insieme e le singole parti, di fronte ad un'opera risulta fondamentale la considerazione della sua globalità, percorrendo poi la strada verso l'analisi degli elementi particolari. La comprensione, nella logica del ragionamento, agisce allo stesso modo della percezione, nella logica del sensorio. E ancora:
«La forma percettiva è il risultato dell'interazione tra l'oggetto fisico, il medium della luce che agisce come trasmittente di informazioni, e le condizioni prevalenti nel sistema nervoso dell'osservatore. […] La forma dell'oggetto che vediamo non dipende però soltanto dalla sua proiezione retinica in un momento dato: l'immagine è determinata dalla totalità delle esperienze visive che di quell'oggetto, o di uno analogo, abbiamo avuto durante la nostra vita».
Non meno importante negli studi di psicologia dell'arte è il contributo della psicoanalisi. In essa prevale ancora una prospettiva clinica e teorica molto interna a un orizzonte psicoanalitico. Tra i “pionieri” della psicoanalisi dell'arte possiamo ricordare: Ernest Jones, Marie Bonaparte (con la sua monografia su Edgar Allan Poe del 1934), Oscar Pfister, Karl Abraham, Hanns Sachs, Sándor Ferenczi, Theodor Reik e Carl Gustav Jung, che dopo il suo distacco da Freud, nel 1913, svilupperà una propria linea di ricerche e una propria scuola chiamata “Psicologia analitica”. Tra i principali contributi di Freud allo studio dell'arte e della letteratura vanno senz'altro ricordati il saggio Delirio e sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen del 1906Freud S., Saggi sull’arte la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p.369. (un esempio di “psicoanalisi dell'opera”) e il saggio Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci del 1910Freud S.,1991, op. cit., p.73, primo modello di “metodo psicobiografico”. Quest'ultimo consiste nel cercare di arrivare alla comprensione dell'opera alla luce dello studio e dell'interpretazione della vita dell'autore, soprattutto per quanto concerne l'attività psichica infantile. Il padre della psicoanalisi indagò ragioni e processi coinvolti nell'espressione artistica, con particolare riferimento alla personalità dell'artista. Secondo Freud:
«l'arte costituisce un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasia che li appaga, un dominio in cui sono rimaste per così dire vive le aspirazioni all'onnipotenza dell'umanità primitiva… L'artista è, originariamente, un uomo che si distoglie dalla realtà giacché non può adattarsi a quella rinuncia dell'appagamento delle pulsioni che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita di fantasia. Egli trova però la via per ritornare dal mondo della fantasia nella realtà in quanto, grazie a particolari attitudini, traduce le sue fantasie in una nuova specie di cose vere, che vengono accettate dagli uomini come preziose raffigurazioni della realtà. Così, in certo modo, egli diventa veramente l'eroe, il re, il creatore, il prediletto, ciò che egli bramava di divenire e questo senza percorrere la faticosa e tortuosa via della trasformazione effettiva del mondo esterno»Tratto da Freud S., L’interesse per la psicoanalisi, 1913.
Nelle sue indagini sulla creatività Freud mise in evidenza soprattutto il ruolo dell'inconscio, rischiando a volte di privilegiare la componente psicopatologica. Riteneva l'arte un appagamento del desiderio, a fronte di una realtà troppo frustrante e priva di soddisfazioni e sotto tale aspetto la considerava come il gioco, per i bambini, o come le fantasticherie, per gli adultiSi veda il saggio di Freud.S, Il poeta e la fantasia, 1907.. Un appagamento coinvolto tanto nel processo di produzione che di fruizione artistica. In parte riteneva l'arte omologa anche al sogno. Era convinto inoltre che gli artisti avessero scoperto l'inconscio prima della scienza. Un concetto fondamentale nella teoria freudiana è quello di sublimazione, intesa come capacità di appagare la pulsione (soprattutto quella sessuale) attraverso uno spostamento della sua “meta”, trovando cioè soddisfazione non nel suo campo naturale ma in settori che non incontrano censure morali o sociali ed anzi sono valorizzati socialmente, come l'arte o la scienza. Freud propose di leggere l'opera d'arte (al pari del sogno) come un testo bipartito, distinguendo tra “contenuto manifesto” (il testo, la forma dell'opera) e “contenuto latente” (il suo significato inconscio). Tuttavia il prodotto artistico si caratterizza per una notevole quota di irriducibilità e inspiegabilità – egli stesso sosteneva che, di fronte al mistero dell'arte, la psicoanalisi dovesse deporre le armi.