La storia di Montecarotto appartiene, per dimensione e vicende, al percorso di consolidamento politico e amministrativo del territorio della provincia di Ancona.

L'età Antica L'età Preromana

Con la fine della prima età del ferro la quasi totalità delle Marche era abitata dagli Umbri, costretti tuttavia a ritirarsi dalla regione adriatica a seguito dell'avanzata dei Piceni. La discesa nel Nord delle Marche della tribù dei Galli attorno al 400 a.C., che si stanziarono fino al fiume Esino, creò un nuovo ostacolo alle mire espansionistiche dei Romani. La battaglia del Sentino del 295 a.C., pur non scalzando i Senoni dal loro territorio, dimostrò la superiorità militare di Roma e pose una premessa fondamentale per la conquista dell'Italia da parte dell'Urbe. La crescita dell’Ager Romanus nel III secolo implicò l'annessione dell’Ager Gallicus, seppure colonizzato a partire dal 232 a.C.Adam Ziolkowski, Storia di Roma, Bruno Mondadori, Milano 2006, p. 115., a seguito della sconfitta definitiva dei Galli nella battaglia del lago di Vadimone nel 283 a.C.

L'età Romana Il tormentato processo di unificazione amministrativa imposto da Roma modificò inevitabilmente l'assetto territoriale afferente all'odierna Montecarotto: al confine etnolinguistico che divideva la zona gallica dai Piceni, che per le autorità romane coincideva con il fiume Esino, si aggiunse nell'ordinamento augusteo l'annessione dellAger Gallicus nel territorio unificato Regio VI Umbria et Ager Gallicus, a nord del fiume stesso. La riforma avviata da Aureliano e attuata da Diocleziano nel 297 separò l'''Ager Gallicus dall'Umbria e lo unì al Piceno, che divenne Flaminia et Picenum, fermo restando per ciascuna zona la conservazione del proprio coronimoNereo Alfieri, Le Marche e la fine del mondo antico, in Istituzioni e società nell'alto medioevo marchigiano, Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche, Ancona 1983, pp. 10-11.. Sotto Teodosio I avvenne la divisione della regione in Flaminia et Picenum Annonarium, che includeva tutto il territorio fino ad Adria, e Picenum Suburbicarium che arrivava fino a Penne, con l'Esino nuovamente chiamato a marcare il confine dei due domini.

Il Medioevo L'egemonia ravennate La fine dell'Impero Romano d'Occidente nel 476 espose il territorio a un lungo periodo di devastazioni e saccheggi, che si rivelarono particolarmente gravi nella città di Jesi. La cacciata degli Ostrogoti nel 554 incluse il territorio di Montecarotto nell'Esarcato di Ravenna e nella sfera imperiale di Giustiniano I. La discesa dei Longobardi nel Piceno alla fine del VI secolo complicò l'assetto politico-amministrativo delle Marche. Tuttavia, la divisione nelle due unità politiche, la Pentapoli e il Ducato di Spoleto, egemoni nel centro Italia, non sottrasse il territorio di Montecarotto a ciò che divenne il corridoio bizantino, nonostante la vicina linea di confine Esino-Musone lo ponesse in condizioni di incertezza per le continue incursioni dei Longobardi di Spoleto.

Tale situazione coincise con una progressiva attrazione di Montecarotto e della media Vallesina nell'orbita di Jesi, centro pentapolitano desideroso di trasformare il versante collinare occidentale in un baluardo difensivo. Lo sviluppo della temporalità dei papi trovò un ostacolo nell'azione dei sovrani carolingi che, approfittando dell'autorità allora esercitata dal potere civile, tendevano a instaurare la loro sovranità nella PentapoliRoberto Bernacchia, Incastellamento e distretti rurali nella Marca anconetana (secoli X-XII), Centro Italiano di studi sull'Alto medioevo, Spoleto 2002, p. 103..

Con la seconda discesa in Italia di Ottone I nel 962 iniziò il processo di feudalizzazione e di germanizzazione delle PentapoliAugusto Vasina, Il mondo marchigiano nei rapporti fra Ravenna e Roma prima e dopo il mille, in «Istituzioni e società nell'alto medioevo marchigiano», Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche, Ancona 1983, p. 102. in virtù del privilegium imperiale (13 febbraio 962) a favore di Papa Giovanni XII. La fermezza degli imperatori sassoni di porsi quali titolari dell'area adriatica, dunque contrari a cedere il territorio marchigiano in quanto utile corridoio tra Nord e Sud, venne confermata da Ottone III, che concesse a Silvestro II otto comitati delle Marche settentrionali, tra i quali Jesi e Senigallia, come una donazione di cose que nostra sunt e provenienti de publico nostroRoberto Bernacchia, Incastellamento e distretti rurali nella Marca anconetana (secoli X-XII), Centro Italiano di studi sull'Alto medioevo, Spoleto 2002, p. 104..

La questione della sovranità riemerse durante il pontificato di Vittore II quando il conte Corrado — marchese di Spoleto e di Camerino —, intento a occupare il Nord della regione, incluse gli otto comitati sotto il proprio controllo. La lotta per le investiture riaccese la disputa per la sovranità della «Marca» — il cui nome voluto da Enrico IV sostituì il bizantino «Pentapoli» —, sempre più nelle mire dei suoi antichi titolari, gli arcivescovi di Ravenna. In questo contrasto emersero i signori territoriali, i conti e i liberi possessori, tutti variamente pronti a schierarsi dalla parte dell'impero pur di ricevere in cambio protezione e feudi.

L'ingresso della Marca Anconetana (o Marca Guarnerii) tra il 1093 e il 1094 nella compagine imperiale, favori l'applicazione della politica amministrativa degli imperatori salici che si tradusse in una dinastia marchionale in vita fino al XIV secolo e nella diffusione di rocche difensive e abbazie, indispensabili al controllo militare e feudale del territorio, tra cui quello di Montecarotto che proprio in questo frangente potrebbe aver ricevuto un potenziamento difensivo più marcato che in passato. Le lotte, particolarmente aspre in età sveva, portarono il territorio sotto lo Stato della Chiesa e al titolo di marchese si andò sostituendo quello di rettoreRoberto Bernacchia, Incastellamento e distretti rurali nella Marca anconetana (secoli X-XII), Centro Italiano di studi sull'Alto medioevo, Spoleto 2002, pp. 110-111.. Il ritorno del potere papale aprì la strada alla diffusione delle pievi di origine carolingia nel territorio anconetano, presto trasformate in parrocchie secondo un processo amministrativo distante dal modello di «chiesa matrice» tipica dell'Alto Medioevo.

La Bolla di Onorio III

Attraverso la diffusione reticolare delle pievi nel territorio della Vallesina si può individuare una chiave di lettura attendibile sulle origini di Montecarotto, ma non certamente esaustiva. L'evoluzione di questa forma insediativa, che si espresse attraverso l'istituzione di una "comunità di fedeli", si realizzò tra il X secolo e l'XI secolo nella duplice tipologia dell'incastellamento e della signoria territoriale.

Delle due forme, la prima risultò più adeguata alle caratteristiche del luogo, facilmente votato ad accogliere arroccamenti difensivi. Insieme ad altre sei pievi, il Plebanatus S. Marie Montis Arcis Ruptae divenne parte integrante del contado di Jesi nella metà del secolo XIIIArchivio Storico Comunale di Jesi, Doc. XCII, 13 febbraio 1248., godendo di un'estensione territoriale che risultò la più vasta tra i castelli del contado, in grado di controllare gli attuali Comuni di Poggio San Marcello, Rosora, e CastelplanioIl territorio si estendeva su una superficie di 62,06 km². C. Urieli, Jesi e il suo Contado, II, Litograf, Jesi 1982, p. 147..

La prima chiesa plebana era posta fuori del castello, a metà strada tra il Misa e l'Esino ed è probabile che la primitiva cinta muraria fosse di dimensioni inferiori rispetto a quella attuale. Solo dalla seconda metà del XIV secolo la chiesa venne edificata all'interno del castello sui ruderi della rocca distrutta, prima che le venissero conferiti diritti e funzioni tipiche di una parrocchia.

Appartenente in origine al comune di Senigallia, secondo una bolla di Onorio III del 1223 che inquadrava tra i possedimenti del vescovo di Senigallia anche Turris RuptePolverari, Regesti Senigalliesi, cit., p. 31. – arcaico toponimo che si presume identifichi Montecarotto —, il castello venne ceduto il 13 febbraio 1248 dal cardinale Raniero, vicario del papa, al Comune di JesiIbidem..

La cessione dipendeva dalla volontà del vicario, nonostante le perplessità del papa, di premiare Jesi per aver rinunciato alla causa ghibellina sostenuta da Federico II.

L'ingresso ufficiale di Montecarotto nel contado di Jesi non negò — almeno per ora – l'esercizio dei privilegi feudali, ancora in mano al vescovo di Jesi e gravanti sul castello. Le cose cambiarono mezzo secolo dopo, quando la giurisdizione civile si sostituì in pieno al controllo ecclesiastico su Montecarotto, dopo un contrasto risoltosi con la fine di ogni privilegio feudale da parte del vescovo LeonardoSul vescovo Leonardo si veda Urieli, Jesi e il suo Contado, cit., pp. 126-127..

La restaurazione del potere papale nei confronti delle autonomie comunali non si fece attendere, favorendo una spinta autonomista dei comuni periferici contro la forza accentratrice di Jesi. Lo smembramento della pieve senigalliese di Scorzalepore sul finire del XIII secolo aggiunse alla giurisdizione territoriale di Montecarotto due nuove contrade: San Lorenzo e San Fortunato, concessioni confermate dal rettore della Marca anconetana, Gerardo de Tastis, il 2 maggio 1307Archivio Storico Comunale di Jesi, Coll. Perg., n. 465..

La Signoria di Nicolò Buscareto, arrivato al potere di Jesi nel 1342, espose il territorio di Montecarotto ad un decennio drammatico quando, alla tirannia e alle devastazioni che portarono alla scomparsa di castelli e ville come Colmontano e Tessenaria, si aggiunse la piaga della Peste neraT. Baldassini, Notizie historiche della Reggia Città di Iesi, Jesi 1703, p. 87.. Probabilmente in questo terribile decennio avvenne il trasferimento della chiesa plebana all'interno del castelloC. Urieli, Montecarotto attraverso i secoli, Litograf, Jesi 1988, p. 89..

L'arrivo nella Marca Pontificia del cardinale Albornoz mise a tacere le aspirazioni egemoniche dei Malatesta, ai quali si erano legati diversi signori, come i Simonetti di Jesi. La vittoria dell'esercito fedele a Innocenzo VI a Paterno di Ancona il 20 aprile 1355 impresse alla politica di Albornoz uno slancio significativo per le pretese del papa residente ad Avignone.

Seguì una politica di rafforzamento difensivo che coinvolse diversi comuni della Vallesina, facilmente esposti a incursioni e minacce delle signorie locali. Non si può escludere che anche Montecarotto ricevette nei mesi successivi disposizioni del cardinale Albornoz finalizzati a potenziare il castello.

L'emanazione delle Costituzioni egidiane nel 1357 pose Montecarotto sotto la diretta giurisdizione di Jesi, al pari degli altri castelli della Vallesina. Il lungo processo di formazione del contado (comitatinanza) attribuì a Montecarotto il rango di comunità immediate subiectae, il cui demanuem (demanio) era attribuito al sovrano, cioè alla Chiesa, mentre il dominium (dominio) apparteneva a JesiB. Giacomo Zenobi, Ceti e poteri nella Marca Pontificia, Il Mulino, Bologna 1976, pp. 20-23..

Le divisioni politiche e religiose create dallo Scisma d'Occidente spinsero il pievano di Montecarotto – forse su impulso dei Simonetti di Jesi — ad appoggiare inizialmente l'antipapa Clemente VII. Il 12 giugno 1381 avvenne il ripensamento in favore del legittimo papa Urbano VI, non senza conseguenze che convertirono Montecarotto da pieve in parrocchia, fermo restando la giurisdizione su Castelplanio, Rosora e Poggio San MarcelloUrieli, Montecarotto attraverso i secoli, cit., pp. 100-102..