Per industria lombarda preunitaria si intendono le caratteristiche e lo sviluppo dell'industria nelle province lombarde dalla sua fondazione all'Unità d'Italia. L'industria lombarda nacque e si sviluppò dagli inizi del XIX secolo per gran parte su iniziativa privata, al contrario di quanto avveniva altrove dove l'industria veniva incoraggiata dai vari governi mediante un intervento diretto o massicce commesse statali. Questa caratteristica, assieme alla mancanza di una politica doganale ed industriale favorevole sotto le dipendenze dell'impero austriaco, da cui dipendeva la Lombardia, consentirono all'industria locale di rafforzarsi negli anni fino a guidare lo sviluppo industriale italiano con l'Unità d'Italia..
Introduzione
L'inizio dell'industria lombarda, intesa come concentrazione della manodopera e compiti parcellizzati spesso svolti mediante ausilio di macchinari, può essere datata nella prima metà del XVIII secolo, quando fu fondata a Milano nel 1736 la fabbrica di seta Innocente Osnago, dove qualche anno dopo erano in attività 50 telai alla Jacquard che davano lavoro a circa 300 persone. Un'altra ipotesi meno avvalorata fa risalire la prima fabbrica moderna lombarda al 1704 con la fondazione del lanificio Tieffen in cui gli operai lavoravano con macchinari importati da Fiandre e Francia. Il fenomeno di industrializzazione rimase comunque abbastanza marginale fino alla fine del '700, tuttavia per tutto il secolo successivo perdurò la tipologia principale di industria, che vedeva il settore tessile predominare sugli altri. Secondo Cesare Cantù il primo sforzo serio di industrializzazione in Lombardia avvenne durante il regno napoleonico, in cui la necessità di armare un esercito di circa 50000 individui diede un primo grosso impulso all'industria meccanica e tessile..
Se le guerre napoleoniche vengono indicate come punto di partenza per una industrializzazione di una certa consistenza, secondo Giovanni Merlini lo sviluppo industriale lombardo iniziò nel 1815 col cessare dello stato di guerra in Europa, causando una crescita industriale che durò fino al 1847, in cui secondo il Merlini l'industria lombarda toccò il massimo del suo benessere. I moti del '48 infatti portarono instabilità nel territorio e tolsero braccia all'industria, tuttavia la situazione perdurò negli anni a seguire data l'imposizione di un governo militare che approvò molte ordinanze che avrebbero limitato significativamente la crescita delle industrie lombarde.. v
Industria tessile L'industria tessile fu sicuramente per valore e per occupazione il ramo più proficuo ed importante dell'industria lombarda. Il ramo più importante dell'industria tessile era quello della seta, tra i più sviluppati in Europa, seguito dal cotone e poi da tutti gli altri.
Industria serica L'arte della filatura e della tessitura in Lombardia era già attiva in Lombardia nel 1300. Ad un secolo più tardi risalgono le leggi di Gian Galeazzo Maria Sforza che, per favorire la produzione serica, imponeva a tutti i proprietari terrieri la piantumazione di un certo numero di gelsi, pianta di cui si nutrivano i bachi da seta..
All'alba dell'unità d'Italia (1860) la Lombardia produceva poco più di 1400 tonnellate di filato di seta grezza sul totale italiano di 4200 tonnellate (circa un terzo di tutta la produzione): seguivano il Regno di Sardegna con circa 900 tonnellate, poi il Veneto con circa 700 tonnellate ed il Regno delle Due Sicilie con poco meno di 600 tonnellate; le restanti 600 tonnellate erano fornite dai rimanenti stati italiani..
Tra tutte le industrie tessili, l'industria serica fu per molto tempo la più importante in Lombardia: la produzione locale di filato di seta era al 1856 di circa 4 milioni di libbre milanesi, ovvero circa 1300 tonnellate all'anno, che forniva circa il 70% del commercio totale della seta in Lombardia, a cui si aggiungeva il filato proveniente dal Veneto o da altre province austriache, per un totale di circa 1870 tonnellate commerciate o trattate in Lombardia. Di tutto questo, solo poco più del 20% era destinato al commercio interno, mentre il resto veniva esportato in tutta Europa. L'esportazione avveniva anche se in minima parte già dai bozzoli di seta, per una produzione totale di circa 14500 tonnellate di cui 200 esportate e altre 200 per la riproduzione dei bachi. I bozzoli rimasti in Lombardia venivano lavorati da un numero approssimativo di 3100 filande, di cui 144 a vapore, per un totale di 40000 aspi: nelle suddette filande lavoravano poco meno di 80000 addetti tipicamente di sesso femminile, tuttavia gran parte delle filande erano attive a tempo pieno solo per 60 giorni l'anno..
Della seta grezza prodotta circa un settimo veniva esportata allo stato greggio, mentre il resto subiva almeno una lavorazione prima di essere messa in commercio. Dopo la filatura la seta doveva essere sottoposta a torcitura nelle 525 filatoi su circa 530000 fusi: il numero totale di addetti negli stabilimenti regolarmente funzionanti quasi tutto l'anno era di circa 35000 operai.. Seguiva quindi la fabbricazione dei tessuti in seta: essa era quasi totalmente concentrata tra le province di Como e Milano e contava 141 stabilimenti per 3400 telai, di cui 835 alla Jacquard, per un numero di occupati di circa 7500 individui.
Erano infine presenti due stabilimenti per la lavorazione dei cascami dei bozzoli di seta a Milano e Bergamo per 1500 fusi che producevano all'incirca 800 tonnellate l'anno di cascami di seta.. Sebbene i dati siano riferiti al 1856, era già nota in questo settore nel 1840 la Manifattura Vercellone con i suoi 140 operai.. Nella bergamasca le filande si avvantaggiarono dello sfruttamento iniziato nel 1804 del giacimento di lignite a Leffe, combustibile che presentava vantaggi rispetto alla legna abitualmente usata per l'ebollizione dell'acqua dei filati e la loro essiccazioneLuigi Tatti Notizie sugli scavi di lignite in Valgandino, provincia di Bergamo 1854.
Industria cotoniera
Il cotone grezzo veniva importato per gran parte dagli Stati Uniti, mentre il restante arrivava da India ed Egitto. Di tutto il cotone importato, tre quarti erano destinati alla lavorazione delle fabbriche lombarde. Le filature della regione erano 33 e si contavano complessivamente 123000 fusi, con 18 stabilimenti e 70000 fusi nella provincia di Milano e 9 stabilimenti e 30000 nella provincia di Como. Nella provincia di Milano le filatura erano particolarmente concentrate nella zona dell'Altomilanese, dove gli stabilimenti potevano attingere acqua dai corsi dell'Olona e del Ticino necessaria per la forza motrice dei macchinari, mentre esisteva un'unica manifattura a Chiavenna, in provincia di Sondrio che però eguagliava per numero di fusi i 3 stabilimenti della provincia di Bergamo..
Le fabbriche lombarde complessivamente lavoravano 3300 tonnellate di cotone, a cui vanno aggiunte circa 240 di cascame. Per quanto riguarda l'occupazione, risultavano impiegati per la filatura del cotone 3810 operai, tra i principali stabilimenti possiamo trovare: Cotonificio Ponti di Solbiate Olona, contava 400 operai e 11000 fusi, per 450 tonnellate di cotone lavorato Cotonificio Cantoni di Legnano, contava 257 operai e 5000 fusi, per circa 120 tonnellate di cotone lavorato Cotonificio Krumm di Legnano, contava 230 operai e 8100 fusi, per 200 tonnellate di cotone lavorato Cotonificio Fumagalli e Stucchi di Peregallo, contava 226 operai e 8800 fusi, per 180 tonnellate di cotone lavorato Cotonificio De Planta e Corradino di Chiavenna, contava 213 operai e 8500 fusi, per 240 tonnellate di cotone lavorato Il resto delle fabbriche era organizzato in concentrazioni minori di 200 operai, in media 115 per stabilimento, mentre numerose erano gli stabilimenti che pur impiegando meno operai avevano una produzione di filato maggiore. La media si attestava su circa 100 tonnellate di cotone filato per stabilimento: tra gli altri si segnalano il Cotonificio Candiani (131 t), il Cotonificio Ferrario e Ottolini (138 t), il Cotonificio Zuppinger (174 t), il Cotonificio Crespi (157 t) e il Cotonificio Schoch (138 t).. Si ha notizia nel 1840 del Cotonificio di Cremella con 210 operai..
Per quanto riguarda la tessitura del cotone, erano presenti in Lombardia al 1856 poco più di 17000 telai, di cui 15000 nella sola provincia di Milano: i circa 100 telai alla Jacquard erano tutti collocati nella provincia meneghina. Gli occupati nella tessitura ammontavano a circa 34000 persone, che tuttavia erano attinte nei periodi di inattività dei contadini, non essendo l'attività della tessitura portata avanti per tutto l'anno.. Era presente anche la verniciatura e la stampa di tessuti di cotone: lo stabilimento più importante in questo campo era sicuramente la Fabbrica di cotoni stampati Cavalli che contava più di 400 operai nel 1840..
Altre industrie tessili La lavorazione della lana a livello industriale fu introdotta in Lombardia nel 1816, mentre la lavorazione tradizionale della lana era già presente ai tempi di Francesco Sforza. Nei primi anni di industrializzazione ci fu un tentativo di introduzione si larga scala dell'industria della lana: furono fondati in quegli anni due "grandiosi" stabilimenti a Milano e a Como: in particolare si ricorda il Lanificio Guaita a Como, capace di impiegare fino a 700 operai. Già nel 1840 l'avventura su larga scala della produzione della lana in lombardia poteva dirsi conclusa, principalmente grazie agli elevati dazi sull'importazione di materia prima e la concorrenza dei lanifici in zone più favorite dell'Impero austriaco di cui la Lombardia faceva parte, in particolare della Boemia e della Moravia... Al 1856 la filatura della lana era particolarmente concentrata in provincia di Bergamo, dove si avevano 6 filande per 4300 fusi: la produzione di lana filata si attestava sulle 750 tonnellate. Sempre nella bergamasca esistevano poi 27 fabbriche di panni di lana e 30 fabbriche di tappeti, le cui merci venivano esportate nel Ducato di Modena e Reggio, Stato Pontificio, Regno delle Due Sicilie, Ungheria e Turchia. Va tuttavia precisato che nel Lombardo-Veneto l'industria della lana aveva avuto un grande sviluppo nel distretto di Schio, a cui veniva aggiunta la concorrenza del distretto di Borgosesia nel vicino Piemonte..
La lavorazione del lino era organizzata in stabilimenti di medio-grandi dimensioni e vi veniva prodotto lino necessario per il consumo interno. La produzione complessiva si assestava a poco meno di 1300 tonnellate.. Tra gli stabilimenti si possono citare: Linificio di Cassano d'Adda, con 400 operai impiegati e un filato complessivo di 600 tonnellate. Linificio di Villa d'Almè che occupava 375 persone per un filato complessivo di 430 tonnellate. Linificio di Melegnano con circa 2100 fusi, più di 200 operai impiegati e un filato complessivo di 133 tonnellate di lino. Linificio Archinto a Vaprio d'Adda, occupante più di 300 operai. Per quanto riguarda la tessitura, l'attività di tipo industriale era del tutto marginale, con la presenza di 100 telai in tutta la Lombardia. Assia più rilevante era invece l'attività di tipo artigianale, con circa 14000 telai sparsi nelle zone agricole della bassa pianura padana..
Derivata dall'industria tessile era l'industria delle tintorie, ovvero dove si tingevano i tessuti, dove veniva lavorate ogni anno più di 1800 tonnellate di tessuti, di cui 230 solo di seta.. Risultavano infine impiegati circa 2000 persone nelle fabbriche di cappelli di vario tipo..
Industria meccanica Industria siderurgica La Lombardia, assieme al Granducato di Toscana, era responsabile della fabbricazione di oltre due terzi della ghisa prodotta in tutti gli stati preunitari italiani poco prima dell'Unità, che si attestava all'incirca alle 30000 tonnellate: questo dato fa capire lo stato primordiale a cui si trovava la siderurgia italiana, quando nel 1855 la sola Inghilterra ne produceva 3000000..