Le lingue retoromanze sono un insieme di varietà romanze parlate nell'arco alpino centro-orientale, comprendente il romancio della Svizzera sud-orientale, il ladino delle Dolomiti e il friulano del Friuli. Il numero di locutori è di circa persone (/ se si contano coloro che conoscono una lingua retoromanza, ma non la utilizzano quotidianamente). Fin dall’Ottocento queste parlate sono state talvolta considerate un ramo unitario delle lingue romanze, distinto dall'italoromanzo e dal galloromanzo, sulla base di alcuni tratti condivisi. La loro unità genetica è però controversa (questione ladina). Secondo una posizione, le somiglianze riflettono soprattutto conservazioni del latino volgare e non innovazioni comuni, per cui il gruppo non costituirebbe un vero sottogruppo genealogico. Un'altra posizione, invece, riconosce alcune innovazioni condivise come prova di un’origine comune.

Terminologia Il termine «ladino» (e il suo corrispettivo tedesco Ladinisch) originariamente era diffuso per indicare le parlate romanze della Val Badia all'interno del contesto austriaco, mentre successivamente si è naturalmente esteso alle contigue aree ladinofone delle Dolomiti. Fu per primo il glottologo Graziadio Isaia Ascoli ad analizzare sistematicamente i comuni caratteri delle parlate friulane, dolomitiche e romance, a raggrupparle in un unico gruppo (il retoromanzo, per l'appunto) e a formulare la teoria dell'unità ladina secondo la quale queste parlate avrebbero un comune antico substrato, più antico della loro matrice latina, che lo stesso Ascoli identificava in un ipotetico protolinguaggio retico (anche se oggi sappiamo che la lingua retica ha influenzato solo in misura minima le lingue retoromanze, e che in realtà le somiglianze fonetiche, lessicali e sintattiche fra queste lingue sono dovute a un sostrato celtico-carnico); fu inoltre con tale teoria che il termine «ladino» acquistò una seconda accezione, più ampia di quella tradizionale, tesa a indicare la totalità delle parlate retoromanze.

In Italia attualmente prevale l'uso dell'espressione ladino in luogo di retoromanzo, tuttavia questo uso genera ambiguità dal momento che la stessa espressione ladino è usata per indicare il ladino dolomitico o più semplicemente ladino, lingua che fa parte del gruppo retoromanzo ma come già detto non ne è unica appartenente. Ulteriore ambiguità è generata dal fatto che la stessa parola «ladino» è utilizzata anche relativamente alla lingua giudaico-spagnola, che a dispetto del nome non ha prossimi rapporti di parentela con le lingue retoromanze.

Le parlate retoromanze, in epoca alto medioevale, non dovevano differenziarsi dalle restanti parlate romanze dell'Alta Italia. Queste differenziazioni si fecero marcate nel Basso Medioevo, con l'italianizzazione (o meglio toscanizzazione) delle principali parlate gallo-italiche. Gli stati regionali furono, dal Trecento in poi, sempre più attratti dalla parlata fiorentina, tanto è che progressivamente andarono sostituendo il latino, quale lingua della cancelleria e dell'insegnamento, non con i dialetti locali, bensì con il toscano, cosicché anche il dialetto si andò "italianizzando" fino a perdere le S finali del plurale e delle coniugazioni e acquisendo termini toscani. Ciò non avvenne in aree più marginali, prive di grandi centri urbani e di cultura, come appunto l'area reto-romanza, che conservò fenomeni linguistici in declino nel resto dell'area gallo-italiana.

Storia degli studi retoromanzi Il primo riferimento che colleghi in qualche modo i dialetti reto-romanzi svizzeri e italiani è una lettera del 1559 di Pietro Paolo Vergerio, il quale si limita a osservare che la lingua delle Tre Leghe (romancio) è "quasi peggiore del friulano, a sua volta estremamente impoverito", probabilmente alludendo a contaminazione o impoverimento lessicali, senza implicare una reale prossimità genetica tra i sistemi.

Una posizione più avanzata compare in Giusto Fontanini in Della eloquenza italiana (1737), che propone una relazione genetica tra romancio, friulano e alcuni dialetti savoiardi, ricondotti a un supposto “romanzo originario” identificato con il latino volgare. Nel 1776 J. von Planta, in An account of the Romansh language, sostiene invece una vicinanza tra reto-romanzo e la lingua carolingia, su una presentazione plurilingue del Giuramento di Strasburgo (842), nel gallo romanzo originale, nel francese del XII secolo, in engadinese e in un "romancio di entrambi i dialetti". Egli distingue chiaramente le due varietà svizzere come lingue separate, e introduce un confronto documentale sistematico. Successivamente H. Lehmann (1790) identifica il cosiddetto "romancio di entrambi i dialetti" con il sursilvano.

Gian Rinaldo Carli, in un saggio comparso nel 1788 nella rivista Antologia italiana, collega per la prima volta friulano e romancio, derivandoli dal provenzale antico. Tale impostazione è ripresa implicitamente da C. L. Fernow (1808), che li tratta come sottogruppo romanzo basato su tratti arcaici condivisi. Parallelamente, il primo tentativo lessicografico ladino è attribuibile a Simone Petro Bartolomei (Catalogus multorum verborum quinque dialectuum, ante 1763), in cui raccoglie parole del badiotto, mentre P. Placi a Spescha, in Die Rhaeto-Hetruskische Sprache (1805) propone una classificazione "reto-etrusca", identificando il sursilvano come la varietà più arcaica e ipotizzando anche una limitata intelligibilità reciproca con il ladino dolomitico.

La raccolta di 500 traduzioni del Padre Nostro (iniziata da Adelung e conclusa da Vater, 1809) suggerisce per la prima volta una connessione fra le tre aree reto-romanze. L. Diefenbach (1831) individua un insieme romanzo (francese, romancio, friulano, piemontese) caratterizzato da tratti galloromanzi, notando inoltre l’influenza sintattica germanica sul romancio. J. Haller (1832) collega ladino e romancio, paragonando i dialetti tirolesi di Badia, Marebbe e Gardena (per i quali conia il termine "ladino") con i dialetti svizzeri sursilvano e vallader, sulla base di corrispondenze lessicali condivise. Studi successivi (Mitterrutzner 1856; Schneller 1870) definiscono il reto-romanzo come ramo autonomo del romanzo, pur privo di unità scritta o consapevolezza interna; Schneller identifica della famiglia il tratto distintivo fonologico: la palatizzazione delle occlusive velari prima di /a/.

Graziadio Isaia Ascoli e Theodor Gartner sono considerati i fondatori degli studi retoromanzi moderni, in quanto fissarono i criteri classici di classificazione ancora oggi sostanzialmente accettati. In particolare, Ascoli nei Saggi Ladini, identifica il “ladino” (retoromanzo) sulla base di un insieme di tratti fonologici condivisi, tra cui: palatalizzazione delle velari davanti ad /a/, mantenimento di /l/ dopo occlusive, conservazione della -s finale, dittongazione delle vocali medio-basse latine in sillaba chiusa, dittongazione di Ē/Ī in ei, anteriorizzazione di ū, velarizzazione di /l/ dopo /a/ in nesso consonantico.

Tali caratteristiche, tuttavia, non sono né esclusivamente retoromanze né uniformemente distribuite: diverse sono condivise con il dominio galloromanzo, e alcune non sono presenti in tutte le varietà interne (il friulano ad esempio non partecipa alle dittongazioni).

Nonostante tali cautele, la sua classificazione e i tratti diagnostici da lui individuati si sono mantenuti nella tradizione successiva, divenendo quadro di riferimento standard nella letteratura specialistica.

Gartner, con la sua Rätoromanische Grammatik (1883), introduce per la prima volta il termine "reto-romanzo" per indicare la famiglia linguistica, e aggiunge ai tratti già individuati da Ascoli i pronomi ego/tu e uso del piuccheperfetto congiuntivo nei condizionali irreali.

La letteratura successiva modifica poco questo quadro. Von Wartburg (1950; 1956) segnala la conservazione della distinzione /j/ ~ /g/ palatalizzata in alcune varietà del romancio (Bravuogn, Müstair), tratto condiviso col sardo ma anche con dialetti adiacenti norditaliani (Val Bregaglia, Livigno) e assente in altre aree ladine (Moena, Gardena), indebolendone il valore diagnostico ai fini dell'unità retoromanza. Kuen (1968) aggiunge la conservazione dell’opposizione indicativo/imperativo nella 2ª plurale, persa in francese e italiano.

Rohlfs (1975) riprende sostanzialmente la lista tradizionale senza ampliarla in modo decisivo. Tentativi ulteriori risultano problematici: i tratti proposti sono spesso non pan-retoromanzi o condivisi con altre varietà romanze. Ad esempio, la anteriorizzazione di /uː/ è condivisa da romancio e alcuni dialetti ladini, ma non dal friulano, ed è condiviso anche da piemontese e lombardo.

Ne deriva la questione già di Schneller (1870), cioè se i tratti definitori siano davvero esclusivi. Carlo Battisti (in Popoli e lingue nell'Alto Adige, 1931) risponde negativamente, interpretando ladino e affini come varietà periferiche alto-italiane. Egli riconosce come unico tratto relativamente distintivo la palatalizzazione di velari davanti ad /a/, ma la considera innovazione indipendente e apparsa in diversi momenti nelle tre aree, non prova di unità genetica. Le relazioni strutturali interne al retoromanzo sarebbero meno forti di quelle tra romancio e lombardo, ladino e trentino e friulano e veneto, quest'ultime più arcaiche e pervasive.

Tentativi successivi non risolvono il problema: Leonard (1972) postula un proto-retoromanzo distinto dal latino volgare, assumendo l'unità retoromanza, anziché dimostrarla; Redfern (1971), su base lessicale, suggerisce unità ma evidenziando forte eterogeneità. Pellegrini (1972a, 1987a) riafferma la continuità con i dialetti alto-italiani, soprattutto sul piano lessicale.

Storia I sostenitori della originale unità etnico-linguistica delle popolazioni retoromanze individuano due possibili momenti di unità: i Reti preromani e il periodo delle migrazioni. La prima possibilità solleva dei problemi, quali l'identità dei Reti, non chiara data la scarsità e oscurità delle iscrizioni e la localizzazione geografica di queste in Norico e nella X Raegio, non nelle province retiche. Anche la teoria del substrato celtico come base dell'unità retoromanza, avanzata per primo da Ascoli, è debole, data la presenza di popolazioni celtiche in tutto il Nord Italia, che quindi non può essere addotto a elemento distintivo dei Reti.

La romanizzazione del Friuli cominciò nel 181 a.C. con la fondazione di Aquileia, e nel 15 a.C. Tiberio e Druso conquistarono e colonizzarono le province della Rezia, del Norico e della Vindelicia. Ernst Gamillscheg, nel 1935, per tentare di fondare la primigenia unità linguistica retoromanza, e per spiegare la supposta scarsa presenza di longobardismi nel friulano, ipotizzò che il Friuli, che non fu mai parte della Rezia, venne popolato da popolazione migrate dal Norico fuggite dagli invasori avari. Tuttavia questa ipotesi rimane puramente congetturale, l'unica prova addotta da Gamillscheg è un proclama di Odoacre che ingiunge di lasciare il Norico, citato da Eugippio nel Vita Sancti Severini, che però è anacronistico in quanto precedente (V secolo) rispetto all'epoca delle migrazioni. Inoltre la presenza di prestiti dal longobardo nel friulano è stata rivalutata.

Secondo lo studioso Carlo Battisti le valli del Sella vennero colonizzate da contadini neolatini soltanto due o tre secoli dopo il 1000 d. C., inviati in quelle valli dal potere religioso-feudale di Bressanone, Novacella e Castel Badia..