Biografia Il giovane provinciale piemontese, figlio di un geometra, cominciò la sua avventurosa carriera fuggendo di casa attorno ai sedici anni e arruolandosi nel Regio Esercito nel 1861. Lo si ritrova nel 1867 ad Alessandria, impiegato come furiere (figura di sottufficiale amministrativo-contabile addetta alla logistica e agli approvvigionamenti). Qui si spaccia (con poca fantasia) come marchese di Roccabruna e si fa notare per la vita dispendiosa supportata da frodi e appropriazioni indebite, come accerterà il Tribunale militare nel 1868, condannandolo a tre anni di carcere nel forte di Savona e al rimborso del maltolto, che fu quantificato in 985 lire dell'epocaLa frode consisteva nel congedare anticipatamente i soldati renitenti che erano stati aggregati alla sua unità, senza dichiararlo: i soldati erano contenti di liberarsi del detestato servizio di leva, e Chauvet di appropriarsi delle somme stanziate per il loro soldo e per il loro mantenimento.. Il 6 marzo 1870 l'esercito lo congeda definitivamente, e Chauvet torna ad Alessandria, dove nonostante la fama discutibile manteneva conoscenze.
Iniziò infatti la collaborazione ad un foglio satirico di indirizzo democratico, Il Birichino Alessandrino, e si presentò a Felice Cavallotti, cui chiese aiuto a consiglio, accennando ai suoi trascorsi militari in termini di bisogni giovanili, errori di gioventù e mostrando un nobile desiderio di riabilitarsi. Quando, poco dopo, Cavallotti lasciò Alessandria, egli lo seguì a Milano: Il Birichino Alessandrino, per la preponderante collaborazione di Chauvet, aveva assunto un certo tono di volgare delazione a scopo di ricatto che aveva suscitato in città violente reazioni.
Nel capoluogo lombardo, Chauvet collaborò brevemente con Il Gazzettino Rosa, per poi essere nominato nell'amministrazione della Gazzetta di Milano, giornale ormai moribondo e che avrebbe chiuso nel 1875. All'indomani della presa di Roma, Chauvet si trasferì nella nuova capitale, dove iniziò a collaborare con La Capitale, quotidiano fondato da poco da Raffaele Sonzogno. A La Capitale non resistette che un breve periodo; per dissidi con il Sonzogno, e pare perché fu scoperto a rubare sugli abbonamenti, se ne allontanò dopo meno di un mese. Dalla metà di novembre, in accordo con i fratelli Catufi, tipografi di fede democratica, iniziò la collaborazione ad uno scialbo trisettimanale di propaganda elettorale da questi pubblicato, il Don Pirlone figlio, di cui non tardò a divenire l'autentico animatore, quindi direttore, dandogli la propria impronta; il giornale fu trasformato in un foglio satirico, violentemente anticlericale, teoricamente legato alla Sinistra, ma portato in realtà a colpire le persone piuttosto che le idee, sovente apertamente scandalistico.
Chauvet era anche riuscito in breve tempo a intrufolarsi nei più vari ambienti, raccogliendo, direttamente o attraverso informatori, pettegolezzi, calunnie, ma anche notizie autentiche e compromettenti, e, usando di preferenza l'arma dei romanzi a chiave pubblicati in appendice al giornale, aveva portato a termine alcuni fortunati ricatti a danno di note personalità della capitale.
Con questi metodi era riuscito a raggranellare una somma sufficiente a staccarsi dai Catufi e dare inizio alla pubblicazione di un suo foglio, il Don Pirloncino, che vide la luce il 30 luglio 1871.
All'inizio del 1872 poi, Chauvet scoprì l'esistenza di una presunta figlia (ovviamente illegittima) del cardinale Giacomo Antonelli, che aveva all'epoca circa 16 anni. La ragazza - Lauretta o Loreta, figlia di una gentildonna austriaca - era stata cresciuta e riconosciuta da una certa Antonietta Marconi che morì proprio in quel periodo. Chauvet riuscì a farsi affidare dalla famiglia Marconi la tutela della ragazza e i documenti che ne attestavano le origini: riuscì in questo modo ad ottenere dal cardinale per qualche anno (fino alla sua morte avvenuta nel 1876) somme rilevanti, e anche a farsi affidare un fondo dotale di 100.000 lire che rimase molto a lungo nella sua disponibilitàLa ragazza, divenuta intanto contessa Lambertini, fu protagonista (perdente) di un decennale contenzioso giudiziario con la famiglia del cardinale Antonelli per la successione (1878-1888). Si veda in proposito Giacomo Martina, Pio IX: 1851-1866, Roma 1985, pag. 44-46..
In conseguenza di questo colpo fortunato, nel luglio del '73, vide la luce lo Stabilimento tipografico del Don Pirloncino, di proprietà di Chauvet, che curava la pubblicazione del suo foglio ed anche quella de Il Popolo Romano, quotidiano di sinistra, fondato in quello stesso anno da Leone Fortis e Guglielmo Canor.Guglielmo Canori fu piuttosto autore e impresario teatrale che giornalista: lo troviamo impresario del Teatro Costanzi legato a Ricordi nelle stagioni 1885-87 e ancora nel 1893 (fonte:Archivi Opera Roma ), direttore di scena in varie rappresentazioni operistiche, e ancora impresario del Teatro Comunale Argentina in varie stagioni del Carnevale e Quaresima fino al 1898-1899. Il giornaletto di Chauvet, un foglio satirico trisettimanale in quattro pagine, che sarebbe stato pubblicato fino al 2 gennaio 1887, rispecchiava abbastanza fedelmente le idee e le esigenze del suo proprietario, sempre genericamente di sinistra quindi, ma completamente distaccato e anzi ormai ostile all'ambiente radicale, senza una posizione politica veramente incisiva e significante, ma apertamente desideroso di ancoraggi proficui, legati alla gestione del potere, che aprissero nuove vantaggiose sfere d'azione.
Il Popolo Romano
Nel 1873 i proprietari de Il Popolo Romano non furono più in grado di pagare la tipografia, e così dopo una breve vertenza giudiziaria Chauvet acquisì dal 1º gennaio 1875 la proprietà della testata, che poi possedette e diresse fino alla morte.
Il quotidiano usciva in 4 pagine a 5 colonne. Inizialmente proseguì la linea del Don Pirloncino, su posizioni genericamente di sinistra ma non socialmente radicali, nutrite di polemiche verso il governo della Destra la cui debolezza ne faceva presentire la prossima fine (erano gli anni dell'ultimo governo Minghetti), ma di un tipo che oggi definiremmo qualunquista, e comunque saldamente schierate a favore di gruppi d'interesse.
Forte del suo nuovo quotidiano, Chauvet frequentava intensamente - per inclinazione personale e per dovere d'ufficio - gli ambienti governativi della capitale. Il supporto prestato al conte Luigi Pianciani, due volte sindaco di Roma, lo introdusse finalmente negli ambienti che contavano in cittàIl supporto era così attivo che La Civiltà Cattolica nel 1882, parlò di "Ditta Pianciani-Chauvet" per riferirsi ad ambienti fautori della spesa pubblica per la capitale (si veda in La civiltà cattolica quaderno 763-768, 1882 , pagg. 371-373., e qui il genio trafficante di Chauvet trovò il terreno per esprimersi al meglio, proprio negli anni della grande espansione della spesa per l'adeguamento della Roma papale al ruolo di nuova capitale.
In seguito alle elezioni politiche del 1876 - che videro la vittoria della Sinistra e la fine del governo della Destra - Chauvet si trovò ben collocato al centro dei maneggi che accompagnarono il cambio della guardia.
Nell'estate del 1877 la tipografia e le redazioni del Don Pirloncino e de Il Popolo Romano furono collocate a palazzo Folchi in via delle Coppelle: all'inaugurazione della nuova sede intervennero, con un gesto che venne commentato e interpretato dalle redazioni di mezza Italia, Agostino Depretis, il ministro della Marina Benedetto Brin ed un rappresentante della real casa. Quando, nell'ottobre dello stesso anno, apparve imminente la rottura fra Depretis e Giuseppe Zanardelli, Il Popolo Romano prese decisamente posizione per il primo, tanto che cominciarono a circolare insistentemente voci che il giornale fosse diventato organo personale di Depretis, il che avvenne invece circa un mese più tardi. Da allora, e fino al 1887, il giornale venne considerato il portavoce ministeriale per eccellenza, tanto che questura, prefettura, ministero dell'Interno e Il Popolo Romano erano per i contemporanei proverbialmente sinonimi.
Il giornale fu per il Depretis uno strumento prezioso: duttile, preciso, sempre allineato alle sue necessità e alle sue opinioni; non ci fu battaglia politica, dalle convenzioni ferroviarie alla modifica della tassa sul macinato, al riarmo della marina, ai vari rimpasti ministeriali, che non lo vedesse sostenitore ed espressione del presidente del Consiglio. Durante le elezioni che si tennero in epoca depretisiana, Il Popolo Romano veniva distribuito gratuitamente dalle varie prefetture e Chauvet, non più solo giornalista ma agente del ministero, procurava, con mezzi più o meno leciti, finanziamenti ed appoggi, gestiva uomini e quattrini, trovando naturalmente modo di realizzare ingenti utili personali. Solo su due punti si può riscontrare una certa divergenza di opinioni fra lui e il Depretis: per lungo tempo, anche dopo l'inizio del loro sodalizio, Il Popolo Romano - che pure fin dal 1878 riceveva un finanziamento fisso di 4.000 lire l'anno dalla Banca Romana - continuò a fare una modesta fronda alle posizioni depretisiane favorevoli all'alta banca e alla finanza internazionale, in pro' degli interessi di alcuni gruppi industriali; un perfetto allineamento su base governativa si ebbe solo dopo il 1882, quando Chauvet divenne praticamente un diretto agente della Banca Romana. Il secondo punto riguardò l'adozione dello scrutinio di lista, conformemente alla riforma elettorale del 1882, provvedimento che Il Popolo Romano e soprattutto Chauvet, in quanto diretto gestore di elezioni, accettarono assai di malavoglia.
Naturalmente una simile irresistibile ascesa non poteva non provocare reazioni, anche perché Chauvet, con controproducente esibizionismo, ostentava apertamente e abusava, a proposito e a sproposito, della sua influenza. Si ebbero così, tra il 1881 ed 1885 una serie di scandali e processi che lo videro, direttamente o indirettamente, chiamato in causa. Un primo incidente, che doveva tirarsi dietro querele e controquerele, si ebbe ai primi del 1881, durante un'elezione per il secondo collegio di Roma, quando Chauvet, per meglio sostenere il suo candidato Carlo Palomba, da cui si era fatto lautamente pagare l'appoggio incondizionato del Il Popolo Romano, non trovò di meglio che scrivere di suo pugno ai sostenitori dell'avversario di Palomba, e in particolare a O. Barberi Borghini, lettere minatorie con minacce di morte. Queste lettere andarono a finire nelle mani del direttore de La Capitale, F. Dobelli, il quale aveva da poco pubblicato sul suo foglio la complicata storia delle vicende finanziarie intercorse fra il potente giornalista ministeriale e Laura Marconi Lambertini. Di qui accuse, smentite, controsmentite, che culminarono, nel primo trimestre del 1882, in un processo da cui Chauvet uscì assolto per mancanza di prove, ma vide riconosciuta la propria capacità a delinquere. Neppure questo tuttavia riuscì a scalfirne la posizione, anzi la sua influenza permaneva così forte che tre anni più tardi, quando un altro editore poco scrupoloso, A. Sommaruga, tentò direttamente e attraverso il bisettimanale Le Forche Caudine di Pietro Sbarbaro, una seria azione di disturbo nei confronti suoi e del Depretis, Chauvet riuscì ad ottenerne la clamorosa condanna.