Con letteratura latina del periodo 395 - 476 si intende un periodo della storia della letteratura latina il cui inizio è convenzionalmente fissato alla morte dell'imperatore romano Teodosio I (nel 395) e la cui fine è identificata con la deposizione di Romolo Augusto, atto che segna la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Faceva parte del cosiddetto periodo della decadenza, chiamato anche imperiale.
Contesto storico e caratteristiche letterarie
Il periodo del regno di Onorio (395-423) vide l'inizio della vera decadenza dell'Impero romano d'Occidente. Nel corso del 401-403, l'Italia fu invasa dai Visigoti di Alarico, foederati dell'Impero: essi furono affrontati e vinti prima a Pollenzo e poi a Verona dall'esercito romano condotto dal generale Stilicone, il quale tuttavia esitò ad annientare Alarico consentendogli di ritirarsi dall'Italia. È verosimile che Stilicone, difettando di truppe, cercasse un'alleanza con il re visigoto, che d'altronde già in passato aveva combattuto al servizio dei Romani, cercando di coinvolgerlo nella difesa dell'Impero, e per questo avrebbe evitato di annientarlo. Difatti le fonti, alcune anche favorevoli a Stilicone (come Olimpiodoro di Tebe), affermano esplicitamente che Stilicone aveva stretto un'alleanza con Alarico, avendo dapprima l'intenzione di impiegarlo contro l'Impero d'Oriente al fine di costringerlo a restituire all'Occidente romano le diocesi contese dell'Illirico orientale, e poi in Gallia, contro l'usurpatore Costantino III e le orde di Vandali, Alani e Svevi che avevano invaso la regione. Nel corso del 406 la situazione per l'Impero cominciò ad aggravarsi sempre di più: dapprima un'orda di Goti indipendenti da Alarico e condotti da Radagaiso invase l'Italia venendo però sconfitta da Stilicone nei pressi di Fiesole (23 agosto 406), poi il 31 dicembre 406 un'orda di Vandali, Alani e Svevi attraversarono il Reno, invadendo la Gallia e devastandola per tre anni, prima di attraversare i Pirenei e occupare gran parte della Spagna (409). Ad aggravare la situazione per l'Impero contribuirono numerose usurpazioni in Britannia, Spagna e Gallia, già invase dai barbari, e l'esecuzione del generale Stilicone, accusato di tradimento, il 23 agosto 408, a cui seguì una nuova invasione dell'Italia ad opera di Alarico, che sfociò nel Sacco di Roma del 24 agosto 410.
La notizia del sacco di Roma, il sacro suolo rimasto inviolato per 800 anni da eserciti stranieri, ebbe vasta risonanza in tutto il mondo romano ed anche al di fuori di esso. L'imperatore d'Oriente Teodosio II proclamò a Costantinopoli - Nuova Roma tre giorni di lutto, mentre Girolamo si chiese smarrito chi mai poteva sperare di salvarsi se Roma periva:
Girolamo, nei suoi scritti, tornò a più riprese sul sacco di Roma. In una lettera scrisse che aveva appena cominciato a scrivere il commento a Ezechiele, quando apprese del sacco della Città Eterna e della devastazione delle province occidentali dell'Impero, notizia che lo rese talmente agitato "che, per usare un proverbio comune, mi ricordavo a malapena il mio nome; e per un lungo tempo rimasi in silenzio, sapendo che erano tempi per le lacrime".Girolamo, Epistola 126. Sempre riguardo all'agitazione provata alla notizia del sacco, Girolamo scrisse che "quando in verità la luce fulgidissima di tutte le terre fu distrutta, anzi fu troncato il capo dell'Impero romano e, per dirlo ancora con più chiarezza, in una sola città tutto il mondo è perito, tacqui e ne fui prostrato". Sempre sul sacco di Roma Girolamo scrisse:
In un'altra epistola, Girolamo scrisse che "la città inclita e capitale dell'Impero romano è stata bruciata in un solo incendio; e non vi è alcuna regione che non abbia esuli romani; chiese un tempo sacre si sono trasformate in faville e cenere e, nondimeno, andiamo sempre soggetti ad avarizia".Girolamo, Epistola 128. Girolamo si soffermò anche sulle devastazioni provocate dai Vandali, Alani e Svevi in Gallia, e, parafrasando Lucano, giunse ad affermare:.
Le devastazioni dei Vandali, Alani e Svevi in Gallia fornirono inoltre lo spunto per numerosi poeti romano-gallici per scrivere componimenti poetici su cui ci si soffermava sullo stato desolante dell'Impero, invaso in ogni provincia. Tra questi spiccano Prospero Tirone, Orienzio e Paolino, vescovo di Beziers.
La decadenza dell'Impero fornì lo spunto agli intellettuali pagani per scagliarsi contro il cristianesimo, accusandolo di essere la cagione della decadenza di Roma, a loro dire non più protetta dalle divinità pagane.. A queste accuse risposero Agostino e Orosio, i quali fecero notare che, anche in epoca precristiana, Roma aveva subito disfatte umilianti, come il sacco di Roma ad opera dei Galli Senoni di Brenno, senza che però di ciò fossero accusate le divinità pagane. Agostino si spinse anche oltre, sostenendo che l'Impero romano fosse uno Stato come i tanti altri che gli si erano succeduti, che si era formato tramite la brama di potere e l'uso della violenza, e destinato prima o poi a declinare e a crollare. All'Impero romano Agostino contrappose la Gerusalemme celeste, ovvero il regno dei cieli, basato sulle virtù cristiane, ed esortò i cristiani a giurare vera fedeltà solo al regno dei cieli, senza farsi sedurre dalle tentazioni terrene. Orosio attribuì il Sacco di Roma ad opera di Alarico alla Provvidenza Divina, volta a punire i cittadini di Roma per il loro persistere nel paganesimo, pur nel complesso sminuendo l'impatto del sacco, sostenendo a suo dire che l'Urbe aveva subito danni maggiori nel corso del Sacco di Brenno e dell'incendio avvenuto all'epoca di Nerone e che, già a pochi anni di distanza, se si fossero interrogati gli abitanti di Roma, la sensazione ottenuta da tale interrogazione è che non fosse successo nulla di grave e a testimoniare il sacco sarebbero rimaste solo poche rovine.
Nel corso del regno di Valentiniano III (425-455), nonostante il tentativo del generale Flavio Ezio di tentare di salvare l'Impero, la situazione degenerò ulteriormente: l'Africa andò perduta venendo conquistata dai Vandali, che nel 455 giunsero addirittura a saccheggiare Roma. La perdita del gettito fiscale dell'Africa obbligò il governo imperiale ad alzare la pressione fiscale, già di per sé insostenibile, in quanto era necessario reperire i fondi necessari per il mantenimento dell'esercito. La pressione fiscale sempre più insostenibile, dovuta certamente non solo alla necessità di reperire in altri modi le entrate fiscali perse a causa della perdita dell'Africa ma anche alla corruzione degli esattori delle tasse, portò a sempre più frequenti rivolte di briganti Bagaudi in Gallia (soprattutto Armorica) e in Hispania (soprattutto Tarraconense). Lo scrittore cristiano Salviano di Marsiglia, nella sua opera De gubernatione Dei, scritta tra il 440 e il 450, si scagliò contro la perdita di ogni virtù morale da parte dei Romani, attribuendo il successo delle invasioni barbariche e lo stanziamento dei barbari nelle province romane all'intervento della Provvidenza Divina, volta a punire gli abitanti dell'Impero per la loro immoralità..
Nell'ultimo ventennio dell'Impero si succedettero una serie di Imperatori per lo più insignificanti, ad eccezione di Maggioriano, che tentò di combattere la corruzione con una serie di leggi e, fatto straordinario per l'epoca, si pose al comando dei propri eserciti, divenendo l'ultimo Imperatore di Roma a viaggiare in Gallia e in Hispania nel tentativo disperato di mantenere la sovranità romana, sempre più traballante, anche in quelle regioni; il suo tentativo di invadere l'Africa per recuperarla ai Vandali fallì in seguito alla distruzione della propria flotta ad opera dei pirati vandali, forse coadiuvati da traditori; al suo ritorno in Italia, fu ucciso nel 461 per opera del suo generale Ricimero.. Gli succedettero una serie di Imperatori fantoccio sotto il controllo di generali di origini germaniche, come il visigoto Ricimero e il burgundo Gundobado, mentre la Gallia e la Hispania andarono definitivamente perdute, conquistate dai Visigoti di re Eurico. Nel 476, infine, avvenne la rivolta delle truppe mercenarie germaniche che costituivano ormai la maggior parte dell'esercito romano, che, costituite da Sciri, Rugi, Eruli e Turcilingi, elessero loro capo Odoacre e deposero l'ultimo Imperatore d'Occidente Romolo Augusto. Il cronista Marcellino, che scriveva a Costantinopoli all'epoca dell'Imperatore Giustiniano I, così commentò la deposizione dell'ultimo Imperatore d'Occidente:
A partire dagli ultimi decenni del IV secolo e fino alla deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre, ed oltre, l'occidente è percorso da fermenti culturali, artistici, religiosi e filosofici che dettero vita a un vero e proprio rinascimento del pensiero romano di espressione latina, che nel secolo e mezzo precedente era stato messo un po' in ombra da quello di lingua greca. Alcuni storici lo definiscono rinascimento teodosiano (o costantiniano-teodosiano), ma c'è chi preferisce definirlo tardo-antico perché non circoscritto al regno di questo imperatore, dilatandosi con il suo ultimo protagonista, il filosofo Severino Boezio, oltre le soglie del VI secolo.
Alla fine del IV secolo, e per molti secoli a venire, Roma era ancora un prestigioso punto di riferimento ideale non solo per l'Occidente, ma anche per l'Oriente. Si ha quasi l'impressione che la sua perdita di importanza politica, definitivamente sancita già in epoca tetrarchica, le avesse quasi assicurato un ruolo di simbolo sovranazionale di un Impero ormai prossimo al collasso definitivo. Fu allora che venne forgiato il mito di Roma. Scrive a tale proposito un celebre storico: «Il mito di Roma, che avrebbe assillato gli uomini del medioevo e del Rinascimento - Roma eterna, Roma concepita come l'apogeo naturale della civiltà destinato a perpetuarsi per sempre - non fu creata dai sudditi dell'Impero romano classico, fu ereditato direttamente dal patriottismo tenace del mondo latino della fine del IV secolo»... Alcuni grandi uomini di cultura di origine greco-orientale sentirono questo richiamo e scelsero il latino come lingua di comunicazione. È il caso dello storico greco-siriano Ammiano Marcellino, e dell'ultimo grande poeta pagano, il greco-egizio Claudiano (nato nel 375 circa), che adottò il latino nella maggior parte dei suoi componimenti (la sua produzione in greco fu senz'altro meno significativa).
Lingua
Nella parte occidentale dell'Impero, a differenza che nell'Oriente romano, lingua ufficiale e lingua d'uso coincidevano. Il latino si imponeva infatti in ogni ambito della vita pubblica e privata anche se con modalità regionali e provinciali non sempre agevolmente documentabili. La persistenza di alcuni idiomi preromani (di origine soprattutto celta e fenicia) doveva rivestire ancora una certa importanza nelle zone rurali, ma nelle realtà urbane era molto più limitata. La stessa conoscenza del greco, così diffusa un tempo presso il patriziato, si era andata restringendo, nel corso del IV secolo (o forse ancor prima), agli intellettuali e agli uomini di cultura (come letterati e filosofi) non senza significative eccezioni. Lo stesso Agostino infatti, una delle menti più alte del suo tempo, lamentava la scarsa conoscenza che possedeva della lingua greca. A partire dal 406 circa, l'entrata e lo stanziamento nell'Impero di popolazioni di etnia prevalentemente germanica ruppe la compattezza linguistica di questa parte del mondo romano. Pur tuttavia il latino continuò ad essere l'unica lingua scritta e di cultura della parte occidentale dell'Impero.
Produzione Diritto