Biografia Figlia dell'oratore Servio Sulpicio RufoSulpicia, III.16, 4: «Servi filia Sulpicia». e quindi nipote dell'omonimo giurista (105-43 a.C.), ebbe per madre Valeria, sorella, a dire di Girolamo,Sofronius Eusebius Hieronymus, Adversus Jovianum, I, 46: «Valeria, Messallarum soror, amisso Servio, viro nulli volebat nubere». dell'uomo politico e generale romano Marco Valerio Messalla Corvino (64 a.C.-8 d.C.), che istituì intorno all'anno 30 a.C. un circolo letterario di cui fecero parte, tra gli altri, Tibullo, Ovidio e Ligdamo.
Appartenendo alla classe aristocratica, Sulpicia poté frequentare gli esclusivi ambienti dell'alta società e molto probabilmente far parte del circolo intellettuale dello zio Messalla il quale, alla morte del padre di Sulpicia, era divenuto suo tutore.Secondo quando si trae dall'elegia III.14. Le opere di Sulpicia sono contenute nel Corpus Tibullianum, all'interno del "ciclo di Sulpicia", che riunisce un totale di cinque elegie, oltre ad altri sei componimenti denominati elegidia.
L'esistenza stessa di Sulpicia è stata però dibattuta: non è infatti chiaro se l'io elegiaco, ovvero la donna che canta, sia un personaggio letterario o corrisponda alla voce di una poetessa realmente esistita. La maggior parte degli studiosi concorda sulla reale paternità di Sulpicia.
LAppendix Tibulliana Ci sono così pervenuti, nel terzo libro del Corpus TibullianumLe elegie autentiche di Tibullo sono state tramandate nei primi due libri del Corpus. Un terzo libro - in certe edizioni anche diviso a sua volta in due parti, a costituire un terzo e un quarto libro - raccoglie l'anonimo poemetto Panegyricus Messallae in 211 esametri e altre elegie di poeti del circolo di Messalla e forse anche di autori di età posteriore. denominato anche Appendix Tibulliana, sei brevi elegie di Sulpicia, le cosiddette Elegidia, elencate dai numeri III.13 al III.18 e comprendenti un totale di 40 versi. Judith Hallett ha attribuito a Sulpicia anche tutti i cinque carmi (dal III.8 al III.12, per complessivi 114 versi) del cosiddetto ciclo dellAmicus Sulpiciae contenuto nello stesso terzo libro del Corpus,J. P. Hallett, Sulpicia and Her Fama. An Intertextual Approach to Recovering Her Latin Literary Image, 2006, pp. 37-42. mentre Holt Parker ha ritenuto che siano di Sulpicia, oltre le sei Elegidia, anche i carmi III.9 e III.11 del citato ciclo dellAmicus Sulpiciae, le due elegie il cui autore dichiara di essere Sulpicia.H. N. Parker, Sulpicia, the Auctor de Sulpicia, and the Authorship of 3.9 and 3.11 of the Corpus Tibullianum, 1994, pp. 39-62.
Il ciclo dellAmicus Sulpiciae Costituiscono una sorta di vicenda amorosa tra Sulpicia e l'amato Cerinthus le cinque elegie III.8-12 che un ignoto autore avrebbe costruito, secondo qualche commentatore, basandosi su originali biglietti della stessa Sulpicia.
Nella prima elegia viene esaltata la grazia e la bellezza di Sulpicia, che si è elegantemente vestita in occasione della festa delle Matronalia, cadente alle calende di marzo, ma «Illam, quidquid agit, quoquo vestigia movit, / componit furtim subsequiturque decor. / Seu soluit crines, fusis decet esse capillis, / seu compsit, comptis est veneranda comis».III.8, 7-10: «Qualunque cosa faccia, ovunque muova i passi, la grazia in segreto la plasma e l'accompagna. Se scioglie le trecce, è bella con i capelli sciolti, se li annoda, è adorabile con i capelli raccolti».
Nella seconda elegia l'anonimo autore si presenta come Sulpicia, angosciata della pericolosa passione per la caccia nutrita dall'amato Cerinto. Eppure, pur di stare con lui, Sulpicia lo seguirebbe sui monti e nelle selve, inseguendo con le reti cervi e cinghiali: «Tunc mihi, tunc placeant silvae, si, lux mea, tecum, / arguar ante ipsas concubuisse plagas».III.9, 15-16: «Allora sì che amerei le selve, se, luce mia, io sapessi di aver fatto l'amore con te davanti a quelle stesse reti». Ma oltre lei non deve esservi per Cerinto alcun amore: «At tu venandi studium concede parenti / et celer in nostros ipse recurre sinus».III.9, 22-23: «ma lascia a tuo padre la passione della caccia e corri presto qui tra le mie braccia».
La critica si è posta il problema dell'identità di Cerinthus. La derivazione greca del nome suggerisce che si tratti di uno pseudonimo, conformemente all'uso dei poeti latini di ellenizzare i nomi delle persone amate. In particolare, derivando Cerinthus dal greco κέρας, corno, in latino cornu, si è pensatoO. F. Gruppe, Die römische Elegie, I, 1838, pp. 27-28. di identificare l'amante di Sulpicia con un Cornutus amico di Tibullo, cui il poeta si rivolge nelle due elegie II.2 e II.3.II.2, 9: «Adnuat et, Cornute, tibi quodcumque rogabis» e II.3, 1: «Rura meam, Cornute, tenent villaeque puellam». E poiché questo amico di Tibullo è sposato,II.2, 11: «Auguror, uxoris fidos optabis amores». vi è stato chi ha visto il romanzo degli amori di Sulpicia e Cerinto/Cornuto concludersi con il matrimonio.P. Rasi, Una poetessa del secolo di Augusto, 1913, pp. 29-30. Anche Ronald Syme ipotizza vagamente un matrimonio tra Sulpicio e un Cecilio Cornuto: cfr. The Augustan aristocracy, 1989, p. 47.
D'altra parte, il nome straniero dell'amante di Sulpicia ha fatto anche ritenere Cerinto uno schiavo di Messalla,A. Cartault, Tibulle et les auteurs du Corpus Tibullianum, 1909, pp. 81-82. ma più convincente è la scelta dello pseudonimo sulla base delle convenzioni letterarie: «la cosa davvero importante dietro il nome Cerinthus non è l'identità dell'uomo, ma piuttosto la decisione di Sulpicia di osservare a tutti i costi le convenzioni della poesia d'amore. In tutti gli altri casi l'amante-poeta è un uomo e, per lo più, la persona con uno pseudonimo è una donna. Che ora una donna, Sulpicia, sia il poeta, rovescia la situazione. Avrebbe potuto minimizzare questo fatto non usando un nome greco per il suo amante: che Sulpicia abbia scelto diversamente mostra in modo eloquente il desiderio di conformarsi alla pratica letteraria della poesia d'amore romana con le sue pose e i suoi pseudonimi, anche se questo significava rovesciare i tradizionali ruoli sessuali».M. Santirocco, Sulpicia Reconsidered, in «Classical Journal», 74, 1979, p. 237.
Nella terza elegia l'anonimo amico di Sulpicia chiede a Febo, il dio della medicina, di guarire la ragazza che si è ammalata, tranquillizzando così il giovane Cerinto: «neu iuvenem torque, metuit qui fata puellae / votaque pro domina vix numeranda facit».III.10, 11-12: «non tormentare il giovane che teme per la sorte della fanciulla e che per lei fa voti innumerevoli». Ma Cerinto non deve temere: «deus non laedit amantes: / tu modo semper amat, salva puella tibi est».III.10, 15-16: «gli dei non recano danno a coloro che si amano: tu continua ad amarla e la tua ragazza sarà salva». Guarendola, Febo sarà invidiato da tutti gli altri dèi per le sue arti e «laus magna tibi tribuetur in uno / corpore servato restituisse duos».III.10, 19-20: «una grande lode ti sarà tributata per aver restituito la vita a due persone salvando un corpo solo».
Come nella seconda elegia, nella quarta il poeta scrive come fosse Sulpicia, alla quale è caro il giorno della nascita di Cerinto. Per lui, «uror ego ante alias; iuvat hoc, Cerinthe, quod uror, / si tibi de nobis mutuus ignis adest».III.11, 5-6: «Più di tutte io brucio; è bene, Cerinto, ch'io bruci, se in te c'è per me un eguale fuoco», come pure «mutuus adsit amor, per te dulcissima furta / perque tuos oculos, per Geniumque rogo».III.10, 7-8: «vi sia un reciproco amore, io prego, per i nostri dolcissimi incontri furtivi, per i tuoi occhi e per il tuo Genio». Che Natalizio, il genio di Cerinto, accolga i voti di Sulpicia di essere sempre avvinti da una reciproca catena, come certamente è voto dello stesso amante: «optat idem iuvenis quod nos, tectius optat: / nam pudet haec illum dicere verba palam».III.11, 17-18: «anche il giovane formula lo stesso mio desiderio, ma più segretamente, perché si vergogna di dire tali parole apertamente».
L'ultima elegia del ciclo dellAmicus è una preghiera che Sulpicia, nell'anniversario della propria nascita, rivolge a Giunone, offrendo incenso al suo altare. Sulpicia si è abbigliata per la dèa, ma non soltanto per lei, poiché «est tamen, occulte cui placuisse velit»,III.12, 6: «c'è anche uno al quale segretamente lei vuol piacere». e perciò Giunone faccia sì che nessuno separi chi si ama e procuri al giovane amato un mutuo vincolo d'amore: «at tu, sancta, fave, neu quis divellat amantes, / sed iuveni quaeso mutua vincla para».III.12, 7-8. In cambio, Sulpicia offrirà tre focacce e tre volte alzerà il calice alla dèa: dunque «sis Iunio huic grata, et veniet cum proximus annus, / hic idem votis iam vetus adsit amor».III.12, 19-20: «Siile favorevole, Giunone, e quando verrà il prossimo anno, sia ancora immutato questo amore ormai vecchio».
Il ciclo di Sulpicia
Nella prima elegia (III.13) Sulpicia si dichiara innamorata. Il suo non è un amore platonico, ma totale, e non vuole tenerlo nascosto: «Tandem venit amor, qualem texisse pudori / quam nudasse alicui sit mihi fama magis».III.13, 1-2: «Finalmente è venuto l'amore, che tenere nascosto mi darebbe più vergogna che averlo rivelato a qualcuno». Sono state le Camene, le muse ispiratrici dei suoi versi, a convincere Venere a condurre l'amato fra le braccia di Sulpicia. Lei non vorrebbe scrivere dei propri piaceri: «Non ego signatis quicquam mandare tabellis, / ne legat id nemo quam meus ante, velim»,III.13, 7-8: «Io non vorrei affidare nessuna parola alle tavolette sigillate, perché nessuno li legga prima del mio amato». ma è dolce peccare ed è fastidioso fingersi virtuosa: gli altri potranno al più dire che noi eravamo degni l'uno dell'altra.III.13, 9-10: «Sed peccasse iuvat, voltus conponere famae / taedet: cum digno digna fuisse ferar».
Nella seconda, Sulpicia pensa di essere costretta a trascorrere il suo compleanno nella fredda campagna di Arezzo, lontana da Roma e da Cerinto: «Dulcius urbe quid est? an villa sit apta puellae / atque Arretino frigidus amnis agro?».III.14, 3-4: «Cosa c'è di più dolce della città? È forse adatta a una ragazza una casa di campagna e il freddo fiume che scorre nelle campagne di Arezzo?». Così ha voluto il tutore Messalla e Sulpicia si prepara a lasciare in città tutto il suo animo e i suoi affetti.III.14, 7: «Hic animum sensusque meos abducta relinquo».
Il trasferimento in campagna è stato annullato e nella successiva elegidion Sulpicia comunica a Cerinto la lieta novità: «Scis iter ex animo sublatum triste puellae? / Natali Romae iam licet esse suo».III.15, 1-2: «Sai che il peso di quel viaggio è stato tolto dall'animo della tua ragazza? Ora le è permesso di essere a Roma nel giorno del suo compleanno». Così Sulpicia potrà festeggiare il compleanno insieme con l'amato: «Omnibus ille dies nobis natalis agatur, / qui nec opinanti nunc tibi forte venit».III.15, 3-4: «Festeggiamo tutti quel compleanno, che ora forse ti raggiunge senza che te l'aspettassi».
Ci sono nubi nella relazione con Cerinto: questi non si fa scrupolo di tradirla, contando sulla fedeltà di Sulpicia, che glielo ricorda con amara ironia: «Gratum est, securus multum quod iam tibi de me / permittis, subito ne male inepta cadam».III.16, 1-2: «Ho piacere che tu ti prenda molte libertà, sicuro che io sia incapace di renderti subito la pariglia, compromettendomi». Lui frequenta una prostituta, una schiava, dimenticando chi è Sulpicia, la figlia di Servio, e per questo c'è chi si preoccupa, con molto dolore, che Sulpicia sia arrivata a concedersi a un uomo tanto ignobile come Cerinto.III.16, 3-6: «Sit tibi cura togae potior pressumque quasillo / scortum quam Servi filia Sulpicia: / solliciti sunt pro nobis, quibus illa dolori est, / ne cedam ignoto, maxima causa, toro». La toga è la veste delle prostitute, che non possono portare la stola matronale, mentre il quasillum è il cestello da lavoro e il torus è il letto.