La seconda guerra punica ha determinato un importante impatto nell'eredità storica culturale ad iniziare dal mondo antico sino all'età moderna.
La guerra all'origine dell'Impero La guerra contro Cartagine ha rappresentato per la Repubblica romana la più grande minaccia che essa abbia affrontato Richard Bedser, Hannibal V Rome, BBC et Atlantic Productions, Londres, 2005 e superato tanto da fare del Mediterraneo occidentale un «lago romano», base del suo impero sul mondo greco e sull'Asia. È questo il risultato della strategia di Annibale che invocando la libertà delle città-stato greche tenta di distoglierle dall'alleanza con Roma spingendola così a superare la tattica difensiva di Quinto Fabio Massimo e per la sua sopravvivenza a estendere la guerra con Scipione l'Africano oltre i confini italici, legittimando in tal modo la sua politica di grande potenza imperialista.
La grande paura
La consapevolezza di aver compiuto una grande impresa si accompagnò nella cultura antica romana al senso di aver scampato un grave pericolo: il Cartaginese Annibale anche dopo la sua morte continuò a simboleggiare una minaccia incombente. Le mamme romane ammonivano i loro bambini che si comportavano male con racconti paurosi con protagonista il terribile orco Annibale che verrà a punirli.
L'espressione «Hannibal ante portas», (oppure «Hannibal ad portas)Vocabolario Treccani alla locuzione corrispondente, il grido dei Romani dopo la battaglia di Canne, quando s'aspettavano di vedere il grande nemico alle porte di Roma, continuò talvolta a risuonare nell'aula del SenatoCicerone, De finibus bonorum et malorum, IV, 9. e Livio, XXIII, 16.
Tuttavia a questo sentimento di paura si accompagnò l'orgoglio di avere sconfitto un nemico tanto ammirevole per le sue doti militari al punto di erigere nelle strade statue al nemico cartaginesePlinio, Nat. hist., xxxiv, 32 per simboleggiare la grandezza di Roma vittoriosaTom Holland in Jane Penrose, Rome and Her Enemies. An Empire Created and Destroyed by War, éd. Osprey Publishing, Oxford, 2008, p.8.L'esistenza di statue di Annibale in tre località di Roma era dovuta agli abitanti di Thurii che, alleati dei Romani nella seconda guerra punica, probabilmente le avevano portate a Roma come bottino di guerra (M. Borda, Annibale, Enciclopedia dell' Arte Antica (1958)
La guerra infatti generò una paura che mise alla prova la solidità dello Stato romano che ne uscì temprato nelle sue istituzioni:
Tito Livio ricorda il grande timore dei Romani alle notizie della marcia di Annibale su Roma nel 211:
Al Senato questa notizia «colpisce gli animi a seconda dei caratteri di ognuno»Tito Livio, op.cit, XXVI, 8 e si decide di mantenere l'assedio di Capua ma spostando 15000 fanti e 1000 cavalieri per rinforzare la difesa di Roma. Nel frattempo, scrive Livio, le terre occupate dall'esercito di Annibale fuori dalla città continuano ad essere oggetto di vendite tra i Romani ai consueti prezzi come se i Cartaginesi non le avessero occupateTito Livio, op.cit., XXVI, 11. Questo appare poco credibile ma «potrebbe essere poiché indicherebbe che i Romani credevano alla loro finale vittoria e anche di voler mantenere un'apparenza di normalità di vitaJ. F. Lazenby, op.cit. p. 254»
Lo stesso Livio attesta come una grande paura si diffuse a Roma dopo la sconfitta di Canne e come il popolo interpretò questa sventura come un segno del malvolere degli dei che mostravano la loro collera con eventi prodigiosi. Non bastò allora il sacrificio di due vestaliLe Vestali erano sei, anticamente due, bambine, dai sei ai dieci anni, scelte come sacerdotesse, obbligate alla castità, con l'incarico di custodire il fuoco sacro della città. colpevoli di aver avuto rapporti carnali ma si decise anche, avvenimento questo straordinario per la tradizione romana, di compiere un eccezionale sacrificio di esseri umani (scrive Livio: «sacrificia extraordinaria»):
Un'innegabile prova di coraggio e di fiducia nella vittoria furono del resto dimostrate dal fatto che dopo la disastrosa sconfitta di Canne, che aveva lasciato l'Urbe senza difese, il Senato, nonostante non si sapesse se l'ira degli dei fosse stata placata, decise di non ritirare una sola guarnigione dalle province in aiuto della città. Nei fatti le truppe provinciali vennero rinforzate e le campagne presidiate sino a che la vittoria fosse assicurata prima in Sicilia, sotto la guida del console Marco Claudio Marcello, poi in Spagna ad opera di Scipione l'AfricanoNigel Bagnall, The Punic Wars. Rome, Carthage and the Struggle for the Mediterranean, ed. Pimlico, Londres, 1999, p.203John Francis Lazenby, op. cit., p.235. Sebbene sia un fatto che le conseguenze a lungo termine della guerra siano incontestabili questa è stata definita come la più «bella ora» della storia romanaJ. F.Lazemby, op.cit., p.254Adrian Goldsworthy, op. cit., pp.366-367.
Gli storici antichi La maggioranza delle fonti a disposizione degli storici su Annibale sono di origine romana. Annibale vi è descritto come il più grande nemico che Roma abbia affrontato. Tito Livio riporta l'opinione che egli sia estremamente crudele ed empio e tuttavia amato dai suoi soldati. Anche Cicerone, quando evoca i grandi nemici di Roma parla dell'«onorevole» Pirro e del «crudele» AnnibaleCicerone, Dei doveri, I, 12 di cui tuttavia riconosce le qualità militari considerandolo uno dei più abili generali di ogni epocaCicerone, Dell’oratore, I, XLVIII.
Tuttavia un'immagine differente è presente nella tradizione. Quando le vittorie di Annibale portano alla morte i due consoli romani, egli cerca invano il corpo di Gaio Flaminio Nepote sulle rive del lago Trasimeno, organizza delle cerimonie funebri in onore di Lucio Emilio Paolo e consegna le ceneri di Marco Claudio Marcello alla sua famiglia che risiede a RomaAppiano, Storia romana, VII, VIII, 50.
Il giudizio di Polibio, che per lo più fonda su documenti romani, evidenzia invece apertamente simpatia ed ammirazione per Annibale. Egli nota che gli autori romani
Polibio in più punti delle sue Storie invece esalta apertamente Annibale come un uomo intelligente e coraggiosoPolibio, op. cit., II, 36,3 che è al centro della storia della seconda guerra punica
Per Polibio Annibale è paragonabile per le sue doti di stratega militare al tebano Epaminonda, e ne enfatizza la sua politica espansionistica, la saggia prudenza e l'intuizione nel prevedere le mosse del nemico, le doti tattiche nel dispiegamento dell'esercito, l'uso degli elefanti e di truppe mercenarie e le capacità diplomatiche indirizzate alle alleanze con le città italichePolibio, op. cit., IX, 8, 13; 9, 1-5. Quanto all'ammirazione suscitata per il suo passaggio attraverso le Alpi, Polibio che volle personalmente sperimentare la marcia dei Cartaginesi nella neve e sotto le incursioni dei nemici montanari ridimensiona l'avvenimento osservando che Annibale era così intelligente che avrebbe evitato di rischiare inutilmente.
Annibale dunque «...durante la battaglia aveva compiuto tutto quanto dovesse fare un comandante abile e con ormai tanta esperienza. Se poi Annibale, dopo aver fatto tutto il possibile per vincere, fallì, proprio lui che era rimasto invitto nel tempo passato, merita comunque il perdono. Alle volte, infatti, è il caso a opporsi alle imprese degli uomini valorosi, mentre, alle volte, come dice il proverbio, "chi è valoroso si è scontrato con un altro più forte". E non c'è persona che non sia disposta a dire che allora, ad Annibale, sia successo proprio questoPolibio, op. cit., XV, 15, 3-6; 16, 1-6.»
Il suo destino è stato segnato dall'essersi scontrato con Roma all'inizio della sua ascesa al potere:
Per Cornelio Nepote «...non si può negare che Annibale di tanto abbia primeggiato in sagacia fra tutti gli altri condottieri, quanto il popolo romano eccelle per forza d'animo su tutte le nazioni» e la sua sconfitta è unicamente da addebitare al mancato sostegno degli stessi cartaginesi cosicché «... l'ostilità di molti soverchiò il valore di uno solo»Cornelio Nepote, Gli uomini illustri, Annibale, 1-2
Diodoro Siculo racconta che le capacità militari di AnnibaleDiodoro Siculo Biblioteca Storica, XXIII, 23 [exc. de Virt. et Vit., pp. 259-260] non sono dovute solo alle sue doti naturali ma anche all'esempio di suo padre Amilcare Barca tanto da fare di
Silio Italico ripropone lo stesso giudizio di Diodoro sulle doti militari di Annibale:
Da questo nasce il rispetto, e la considerazione che egli aveva acquistato con la forza e il terrore tanto che bastava «...al posto di tutte le armi, di ogni mezzo militare e di forze fresche ... il solo nome di Annibale»Silio Italico, op. cit., XVI, 15-19.
Mondo moderno
Nelle tradizioni culturali dell'età moderna il nome di Annibale ricorre frequentemente come un esempio di quei capi militari che ottengono vittorie contro forze preponderanti ma che alla fine sono sconfitti da un destino superiore. In particolare l'episodio spettacolare della traversata delle Alpi eccita la fantasia del mondo romantico in molteplici produzioni artistiche.
Vincenzo Monti contrappone Annibale («torva l'ombra d'Anniballe»), perfido e ingannatore a Napoleone «che dove è Bonaparte sta vittoria e libertà», disinteressato e portatore di libertàVincenzo Monti, Per la liberazione di Italia. Goffredo Mameli rievoca la disfatta di Annibale esaltando «l'elmo di Scipio» di cui l'Italia «s'è cinta la testa»G. Mameli, Il canto degli Italiani e Giovanni Pascoli ricorda l'impresa del passaggio delle Alpi di Annibale visto come rapace aggressore delle terre italianeG.Pascoli, Inno a Torino, vv.6-11 riproponendo la figura dell'Annibale di Livio: «...Annibale, spintosi innanzi alle insegne, fece sostare i suoi soldati su un contrafforte, da cui la vista poteva spaziare in lungo e in largo, e mostrò l'Italia...» promettendo per le sicure vittorie ricompense che neppure gli dei avrebbero potuto loro dareTito Livio, op. cit. XXI, XXXV, 7,9.
Storia militare Molti anni dopo la fine della seconda guerra punica, quando Annibale è diventato consigliere politico del regno seleucida, Scipione l'Africano è inviato come ambasciatore da Roma a Efeso per una missione di cui si ignora la data ma che viene ricordata da Plutarco:
e da Appiano che ripropone lo stesso eventoMary Macgregor, « The Death of Hannibal », The Story of Rome, p.240.
Quasi a conferma di questi antichi giudizi le vittorie di Annibale, e in particolare quella di Canne, continuano a essere studiate nelle Scuole militari. Nella Enciclopedia Britannica nel 1911 l'autore della voce dedicata ad Annibale lo loda così:
Il feldmaresciallo e stratega tedesco Alfred von Schlieffen(1833–1913), famoso per aver ideato l'omonimo piano militare concepito per sconfiggere la Francia e la Russia, insiste nel riproporre la validità delle tecniche di accerchiamento impiegate da Annibale per sbaragliare nella battaglia di Canne l'esercito romano.Gregory Daly, Cannae: The Experience of Battle in the Second Punic War, Psychology Press, 2003 p.XLeonard Cottrell, Hannibal. Enemy of Rome, éd. Da Capo Press, New York, 1992, p.134.
Il generale statunitense George Patton (1885–1945) generale statunitense durante la seconda guerra mondiale, grande esperto nell'impiego dei mezzi corazzati, si figura di essere la reincarnazione di Annibale oppure di un legionario romano o di un soldato di NapoleoneStanley Hirshson, General Patton. A Soldier's Life, éd. HarperCollins, New York, 2002, p.163.
Norman Schwarzkopf, comandante delle forze della coalizione durante la prima guerra del Golfo afferma che «la tecnologia della guerra può cambiare, le armi divengono sempre più sofisticate. Ma gli stessi principi della guerra applicati al tempo di Annibale continuano ad essere oggi applicatiJames Carlton, The Military Quotation Book, éd. Thomas Dunne Books, New York, 2002.»
Infine secondo lo storico militare Theodore Ayrault Dodge: