Ha ricoperto la carica di Abate Generale della Congregazione benedettina dei Celestini, durante la prima metà del XVII secolo.
Biografia
Figlio secondogenito di Amerigo e Montanina Bandini Piccolomini iniziò i suoi studi a Roma sotto la tutela dell zio materno Francesco, arcivescovo di Siena, che lo introdusse negli ambienti della curia romana.
Al secolo Alessandro Romano, vestì l'abito dei celestini, assumendo il nome di Celso.
Agli inizi del 1600 lo troviamo abate nel monastero di Sant'Eusebio all'Esquilino di RomaMassimo Carlo Giannini, Religione, conflittualità e cultura. Il clero regolare nell'Europa d'antico regime, Roma, Bulzoni, 2006, p. 360.Libreria Colacchi, I Celestini in Abruzzo: figure, luoghi, influssi religiosi, culturali e sociali: atti del Convegno: L'Aquila, 19-20 maggio 1995. Pagg. 91, 121 . In questa sede, palestra dell'erudizione ecclesiastica dell'epoca, ebbe modo di stringere legami di amicizia con diversi uomini illustri, come Roberto Bellarmino e Scipione Borghese, nipote del futuro papa Paolo V.
Nel 1606 era procuratore a Roma per conto dei celestini. Nello stesso anno era già abate generale dell'ordine, come ricorda il motu proprio pontificioL. TOMASSETTI et Collegii adlecti Romae virorum s. theologiae et ss. canonum peritorum, Bullarium Romanum (Tomi XXIV), Augustae Taurinorum: Seb. Franco, H. Fory et Henrico Dalmazzo editoribus: [poi] A. Vecco et sociis, 1857-1872. Tomo XI, parte II, Bolla XXXVII, pag. 310 e seguenti , parte III, Bolla XXXVII, pag.313-314 , pronunciato a conferma dei benefici e privilegi della congregazione.
In questo periodo, il suo impegno nella carica di abate generale non fu continuativo e si alternò con quello di procuratore dell'ordine a Roma. Nel suo lungo soggiorno romano divenne familiare del Papa Pio VCosimo Damiano Fonseca, L'Esperienza monastica benedettina e la Puglia: atti del convegno di studi organizzato in occasione del XV centenario della nascita di san Benedetto (Bari, Noci, Lecce, Picciano, 6-10 ottobre 1980). Pag. 226 - Congedo Ed. - Galatina (Lecce) 1984 ed, in particolare, divenne assiduo frequentatore del Cardinale Roberto Bellarmino, che non a caso, nel 1606, con l'approvazione di Paolo V, era divenuto protettore e riformatore della congregazione dei Celestini. Protezione che si perpetuò fino alla sua morte, nel 1621Galeota, Gustavo. Il Cardinale Roberto Bellarmino protettore e riformatore della congregazione dei Celestini (1606-1621) I celestini in Abruzzo: figure, luoghi, influssi religiosi culturali e sociali: atti del Convegno: L'Aquila, 19-20 maggio 1995, pp. 83-174.
Tra don Celso ed il cardinale si svilupparono profonde sinergie, che portarono ad una ristrutturazione territoriale dell'ordine. Fu decisa la limitazione dell'autonomia di alcuni insediamenti minori, l'unificazione di altri e la costituzione di nuovi monasteri, proseguendo l'espansione della congregazione, soprattutto nell'Italia meridionale.
L'opera dell'abate Celso si sviluppò in particolare nei territori campani, quelli lucani e in Puglia.
La riforma dell'ordine dei Celestini e la sua missione in Francia Il risultato più importante ottenuto durante i ripetuti mandati fu la riunificazione, sotto la sua giurisdizione spirituale ed amministrativa, delle ramificazioni transalpine dell'ordine, da tempo allontanatesi, in una situazione di malcelata ribellione. Favorita, tra l'altro, dalla monarchia francese, che teneva ad avere un ordine monastico tutto francese. Tale riforma, voluta dal papaLuigi de Steffani, La Nunziatura di Francia del Cardinale Guido Bentivoglio, lettere a Scipione Borghese, Cardinal nipote e segretario di Stato di Paolo V. Tratte dagli originali. Pag. 52. Ed. Felice Le Monnier. Firenze -1867 , era fortemente caldeggiata dal BellarminoUgo Paoli, Fonti per la storia della congregazione celestina nell'Archivio segreto vaticano. Badia di Santa Maria del Monte. Pag. 66. Cesena - 2004 .
La riforma, tuttavia, non decollava ed anzi nei monasteri francesi fiorivano studi e dissertazioni filosofiche che impensierirono non poco gli ambienti della curia romana, tenuto conto del clima e delle turbolenze religiose del tempo.
Nel 1613 venne eletto dal capitolo francese della congregazione monsignor Campigny come abate provinciale della congregazione transalpina dei celestini, il quale informò il Bellarmino della sua nomina. Questi era una vecchia conoscenza di don Celso, che lo aveva, in tempi non sospetti, incontrato a Roma, stigmatizzandone l'antagonismo. Della sua nomina non diede notizia all'abate generale, segnando così la rottura dei rapporti con l'autorità centrale. Alcune riforme da lui promosse indussero la curia ad intervenire in modo più risolutoLibreria Colacchi. Op. cit. Pagg. 108,115,122 .
Nel 1618, il cardinale Bellarmino si recò nel quartier generale dei celestiniLibreria Colacchi. Op. cit. Pag. 100 e lì solennemente, nell'Abbazia di Santo Spirito al Morrone, fece riconfermare il mandato a padre Celso AmerighiIstituto grafico tiberino, Rivista di storia della Chiesa in Italia.Pag. 269 - Herder 1997 Libreria Colacchi. Op. cit. Pag. 95 ed ottenne con bolla papale anche il rinnovo per il triennio successivo, cioè dal 1621 al 1624Libreria Colacchi. Op. cit. Pag. 100 , per suggellare la continuità del suo potere e l'irreversibilità del processo avviato.
Il Cardinale Bellarmino ottenne dal papa, per l'abate Celso, l'investitura di commissario pontificio e l'incarico di recarsi in Francia per effettuare una visita approfondita nei monasteri transalpini e verificare l'ortodossia della regola, suscitando il disappunto del Campigny, che si adoperò presso Luigi XIII per ottenere una ferma opposizione a questa iniziativa. Questo passaggio delicato fu risolto dall'Amerighi, con l'aiuto del suo cardinale protettore ed il cardinale Scipione Borghese, che prepararono la missione con scrupolosa attenzione, investendo i massimi esponenti del clero transalpino, tra cui il nunzio apostolico, cardinale Guido Bentivoglio, che guadagnarono il favore del re francese e della reggente Maria de' MediciLibreria Colacchi. Op. cit. Pag. 105, 119 .
Infine l'abate generale partì per la Francia e vi soggiornò, complessivamente, per quasi due anni. Appena giunto nell'ottobre del 1618, dopo i preliminari diplomatici di presentazione ai monarchi francesi, presiedette a Parigi un primo capitolo provinciale dei monaci transalpiniLibreria Colacci. Op. cit. Pag. 97 , ai quali volle riunire anche quelli delle Fiandre. Nei mesi successivi, nella sua lunga visita presso la maggior parte dei monasteri ribelli, riuscì a sanare tutte le dispute e riportò nell'alveo delle regole celestine tutti i monaci dissidenti, scongiurando la temuta secessione dell'abate Campigny.
A suggello di tali risultati, celebrò un secondo capitolo, nella capitale francese, nel 1620Libreria Colacci. Op. cit. Pag. 94 , dove, di fatto, se pur in modo non del tutto indolore, fu ratificata la riconciliazione dei celestini, che tornarono nuovamente sotto la giurisdizione dell'unico abate generale dell'ordine. Unica concessione, del tutto formale, fu l'istituzione di un nome sussidiario. La comunità dei monaci francesi assunse, così, il nome di San Mauro. Tale successoDaniello Bartoli, Delle opere del padre Daniello Bartoli della Compagnia di Gesù: Della vita del cardinal Bellarmino libri quattro, Volume 22. Pag. 152 - Tipografia di G. Marietti - Torino - 1836 fu ratificato dal commiato ricevuto a corte da Luigi XIII e dalla reggente che, ricevendolo dopo la missione, avallarono il suo operato, così come era nei voleri del Bellarmino e del segretario di Stato pontificio Scipione Borghese.
Il nuovo papa Gregorio XV promulgò con bolla del 17 maggio 1621 la creazione della Congregazione di San Mauro, per i monaci celestini d'oltralpe, che avrebbe dovuto richiamarsi alla regola della Congregazione cassinese e della Congregazione dei Santi Vitone e Idulfo. Al suo vertice sarebbe stato istituito un vicario generale per la nazione francese, da eleggere periodicamente, secondo gli usi monastici.L. TOMASSETTI et Collegii adlecti Romae virorum s. theologiae et ss. canonum peritorum, Bullarium Romanum (Tomi XXIV), Augustae Taurinorum: Seb. Franco, H. Fory et Henrico Dalmazzo editoribus: [poi] A. Vecco et sociis, 1857-1872
I rapporti con Roberto Bellarmino Don Celso ebbe con il cardinale protettore, una frequentazione intensa. Si conobbero nell'abbazia di Sant'Eusebio all'Esquilino, ma dopo il 1612, per questioni religiose e problematiche riferite alla congregazione dei Celestini, si incontrarono quasi giornalmente. L'abate divenne così domestico e familiare del cardinaleDaniello Bartoli, Op. cit., Pag. 44 e questo rapporto durò per nove anni, fino alla morte del BellarminoCatholic Church. Congregatio Sacrorum Rituum, Voto dell'Em̃o e Rm̃o Signor Cardinale Decio Azzolini... nella causa Romana di beatificazione, e canonizzazione del ven. servo di Dio Roberto Cardinale Bellarmino, ecc. Pag. 37 - Stamperia della reverenda camera apostolica. Roma - 1749 .
Nella prima causa di canonizzazione del cardinale Bellarmino, la sua testimonianza, avvenuta nel 1622, lunga e particolareggiata, poneva in risalto l'eroicità, la castità. la fortitudine, l'umiltà e la carità, nonché varie predizioni e presunte guarigioniAnton Maria Bonucci, Epistolae ad Innocentium X., Alex. VII. et Clement. XI. pro causa beatificationis Roberti Card. Bellarmini. Pagg. 127-131 - Stamperia della reverenda camera apostolica. Roma - 1713 .Egli stesso gravemente infermo, sul punto di ricevere l'olio santo e "stimato come vicinissimo a morte", riferì che il Bellarmino gli segnò con la croce la fronte e pronunciando delle parole, da lui non comprese, lo invitò, poi, a "stare allegramente, perché non morrebbe per quella infermità, perché Dio Nostro Signore lo voleva guarire". Subito dopo, si riprese con immediatezza, fino a completa guarigioneGiacomo Fuligatti ((S.I.),Vita del cardinale Roberto Bellarmino della Compagnia di Giesù. Pag. 319-320. - Appresso l'Herede di Bartolomeo Zannetti, Roma - 1624
Tuttavia un ostacolo di natura tecnica, proveniente dalla legislazione generale sulle beatificazioni, emanata da Urbano VIII, comportò una dilazione, che non permise l'immediata canonizzazione del cardinale.
In tempi successivi, il padre Don Bernardo Paglioni, procuratore generale dei monaci Celestini, rintracciò negli archivi la testimonianza di don Celso, che fu presentata, a più riprese, ai papi Innocenzo X, Alessandro VII e Clemente XI, mettendo in evidenza alcuni passaggi:
La sua deposizione fa parte di un numero di testimonianze raccolte dal padre gesuita Antonio Maria Bonucci nel XVII secolo. Testimonianze che poi costituirono la base documentaria dei successivi processi di canonizzazione, fino a quello risolutivo tenuto nel 1930 da Pio XI.
Dopo la morte del Bellarmino, Celso continuò il suo mandato come Abate generale fino al 1624. Dopodiché rimase ancora a Roma come abate di Sant'Eusebio e procuratore generale della congregazione fino alla fine degli anni venti.
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