La chiesa di Santa Maria della Cella è un luogo di culto cattolico Italiano situato nel comune di Genova, sede della parrocchia di "Santa Maria della Cella e San Martino" e del vicariato di Sampierdarena dell'arcidiocesi di Genova.
La chiesa è situata in via Giacomo Giovanetti, al centro del primitivo borgo di "Sancto Petro de Arena", nucleo originario attorno al quale si è sviluppato nei secoli l'abitato di Sampierdarena, oggi quartiere del comune di Genova.Touring Club Italiano, Guida d'Italia - Liguria, Milano, 2009
Storia La chiesa di Santa Maria della Cella venne eretta all'inizio del XIII secolo dalla famiglia Doria., ma l'esistenza in questo luogo di un edificio di culto cristiano si fa risalire all'Alto Medioevo, quando un questo luogo sarebbe esistita una cappella al centro di un piccolo villaggio di pescatori.
La cappella di Sant'Agostino Secondo la tradizione, quando nel 725 (o 726) il re longobardo Liutprando fece trasferire i resti di Sant'Agostino dalla Sardegna a Pavia, per collocarli nella chiesa di San Pietro in Ciel d'OroI resti di Sant'Agostino, morto a Ippona nel 430, rimasero nella basilica di quella città per alcuni decenni e vennero poi trasferiti a Cagliari all'inizio del VI secolo da S. Fulgenzio; quando due secoli dopo la Sardegna, all'epoca sotto il dominio bizantino, era minacciata dall'avanzata islamica, il re Liutprando fece acquistare le spoglie del santo per preservarle da possibili profanazioni, facendole trasportare a Pavia, dove si trovano tuttora; la nave che li trasportava avrebbe toccato terra proprio nella spiaggia di Sampierdarena e le reliquie sarebbero state ricoverate nella chiesetta del borgo, in attesa di riprendere il viaggio via terra alla volta della capitale longobarda. Questa cappella, già dedicata a San Pietro, sarebbe stata in seguito intitolata a sant'Agostino da parte dei monaci pavesi di San Pietro in Ciel d'OroC. Di Fabio, Per la datazione della chiesa di Sant'Agostino della Cella a Sampierdarena, Biblioteche digitali in «Atti della Società Ligure di Storia Patria, nuova serie», XX/2 (1980); a partire dal XIII secolo con la costruzione della nuova chiesa di Santa Maria della Cella l'antico tempietto perse di importanza, inglobato e soffocato dalle costruzioni del complesso monastico che vi era stato costruito attorno. Dopo secoli di oblio fu riscoperto solo nel 1880 e definitivamente riportato alla luce in seguito al bombardamento che nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, distrusse parzialmente il quattrocentesco chiostro del convento. L'edificio recuperato, adiacente all'attuale chiesa, non sarebbe comunque quello dell'VIII secolo (la cui storicità non è peraltro documentata), ma risalirebbe a un rifacimento dell'XI secolo.
La chiesa attuale L'attuale chiesa fu costruita come chiesa gentilizia della famiglia Doria, accanto all'originaria cappella, tra il 1206 e il 1213, quando la potente famiglia genovese, che già possedeva terreni e ville nella zona, volle erigere una chiesa poco distante dalle sue residenze estive per rafforzare il proprio prestigio ed evitare di doversi recare per le funzioni religiose fino alla più lontana pieve di S. Martino. I Doria vollero dedicare la nuova chiesa alla Madonna, e poiché l'antica chiesetta era detta "cella di sant'Agostino", il nuovo edificio divenne "Santa Maria della Cella". Questo primo edificio, a croce latina, aveva una sola navata e la volta in legno.
I Doria affidarono la nuova chiesa ai canonici regolari della congregazione di Santa Maria di Crescenzago, che seguivano la regola agostiniana e che vi sarebbero rimasti fino al 1381. Nel 1386 la chiesa venne data in commenda al cardinale Ludovico Fieschi. Nel XV secolo ad officiare il complesso furono per brevi periodi i domenicani (dal 1422 al 1436) e i benedettini (dal 1436 al 1441).
Nel 1442 venne affidata agli agostiniani, che vi sarebbero rimasti ininterrottamente fino al 1797; a partire dal 1453 Bartolomeo Doria la fece ampliare, costruendo il chiostro, il campanile, la sacrestia e prolungando il coro.
La chiesa, originariamente in stile gotico, subì diversi interventi nei secoli successivi: nel corso del Cinquecento vennero realizzate le navate laterali, rifatto il coro e la volta lignea fu sostituita con volte a crociera in muratura, nel Seicento venne innalzata la cupola (1639) e trasformato l'interno in stile barocco.
Nel 1797 la discesa in Liguria dell'esercito napoleonico decretò la fine della plurisecolare Repubblica di Genova che ribattezzata Repubblica Ligure passò sotto il controllo francese. Le leggi emanate dal nuovo governo decretarono la soppressione degli ordini religiosi e frati e monache furono allontanati dai loro conventi, requisiti dalle autorità pubbliche. Anche gli agostiniani dovettero lasciare Santa Maria della Cella. Un decreto comunale del 5 aprile 1799 stabilì che la chiesa divenisse parrocchiale in luogo della pieve di San Martino, chiusa in quello stesso periodo per il precario stato di manutenzione. Molte opere d'arte provenienti da questa chiesa e da altre comunità religiose soppresse andarono ad arricchire il patrimonio artistico di Santa Maria della Cella. Con il trasferimento della sede parrocchiale, la chiesa aggiunse il titolo di San Martino a quello storico di santa Maria della Cella.
Papa Pio VII, rifugiatosi a Genova durante i Cento giorni di Napoleone, visitò la chiesa il 15 maggio 1815 (l'avvenimento è ricordato da una targa marmorea collocata all'interno della chiesa).
Nell'Ottocento la chiesa fu allungata ed ebbe una nuova facciata neoclassica ad opera di Angelo Scaniglia. Nel 1896 fu rifatto il campanile, che era stato gravemente danneggiato nel 1828 da una scossa telluricaIl forte terremoto del 9 ottobre 1828 (magnitudine stimata intorno a 5,8 gradi Richter), con epicentro nella zona del Monferrato (Piemonte), fu avvertito anche a Genova, dove provocò qualche danno a vecchi edificiIl terremoto del 9 ottobre 1828 sul sito dell'INGV che ne aveva fatto crollare la cuspide.
Il bombardamento aereo del 9 giugno 1944 causò danni al tetto danneggiando alcuni degli affreschi del Fiasella nella volta del presbiterio, e distrusse parzialmente il chiostro, riportando definitivamente alla luce l'antica chiesetta di Sant'Agostino, restaurata nel secondo dopoguerra.C. Ceschi, Restauro di edifici danneggiati dalla guerra –Liguria, su "Bollettino d'Arte", anno 1953 - fascicolo I, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Descrizione artistica Esterno Facciata La facciata è stata rifatta nel 1850 in stile neoclassico, su disegno dell'architetto sampierdarenese Angelo Scaniglia (1791-1870), al quale si devono numerosi edifici nel quartiere, all'epoca cittadina autonoma in forte espansione. La parte centrale, più avanzata delle laterali, è delimitata da quattro colonne lisce che sorreggono un timpano triangolare; nella lunetta sopra al portale principale, in bassorilievo, le figure dei patroni della chiesa: al centro il SS. Salvatore ed ai lati san Giovanni Battista e san Pietro apostolo.
Nelle lunette sopra ai portali laterali, delimitati da paraste prive di decorazioni, le figure in bassorilievo dei santi titolari, S. Maria, raffigurata tra due angeli inginocchiati e San Martino, nell'iconografia classica, nell'atto di donare il mantello ad un povero.
I portoni bronzei, realizzati nel 1967, sono opera degli scultori G.B. Airaldi (1914-1998), G.B. Semino e Valdieri Pestelli. Quello principale, dell'Airaldi, raffigura con immagini stilizzate episodi del Vangelo e i due papi protagonisti del Concilio Vaticano II (Giovanni XXIII e Paolo VI), quella di sinistra, di G.B. Semino, episodi del Vangelo legati alla figura della Madonna e quella di destra, di V. Pestelli, scene della vita di san Martino.
Dello stesso Pestelli anche la porta laterale (1986), aperta su via Sampierdarena, con scene della storia del quartiere nel Medioevo.Valdieri Pestelli, Liutprando riceve le reliquie di sant'Agostino (1986), formella del portone laterale della chiesa di S. Maria della Cella
Cupola La cupola di forma ellittica fu eretta nel 1639 dagli agostiniani in sostituzione del precedente tiburio.
Campanile Il campanile originario fu eretto nel 1485. Alto 30 m, nel terremoto del 1828 subì danni alla cuspide. Nel 1893 fu giudicato pericolante e fu proposto di ricostruirlo, ma una nuova perizia stabilì che le condizioni strutturali erano ottimali e si procedette quindi alla sua ristrutturazione, innalzandolo a 45 m e dotandolo di un concerto di cinque campane; i lavori vennero completati nel 1896.
Interno L'interno, che presenta l'aspetto barocco risalente alla ristrutturazione seicentesca, è diviso in tre navate, separate da due file di massicci pilastri.
Navata centrale e transetto La navata centrale è decorata con affreschi ottocenteschi tra cui il ciclo degli episodi della vita di san Martino; le scene, racchiuse entro cornici di stucco dorato, sono opera dei pittori Giovanni Fontana, Luigi Morasso, Giuseppe Passano e del più celebre Nicolò Barabino, autore del riquadro raffigurante San Martino che riceve l'ordinazione religiosa da Sant'Ilario di Poitiers.
Nelle lunette delle arcate sottostanti la cupola sono due dipinti a olio (Sant'Agostino porge l'elemosina a un gruppo di poveri, attribuito a Giovanni Battista Carlone, e Sant'Agostino lava i piedi a Gesù in veste di pellegrino, di Orazio De Ferrari). Nei peducci della cupola affreschi ottocenteschi raffiguranti le virtù cardinali e all'interno della volta della cupola statue in stucco di fine Ottocento raffiguranti i quattro evangelisti.
Presso l'entrata principale si trovano due statue lignee dei santi Cosma e Damiano, di epoca moderna (1960), venerate in particolare dalla comunità pugliese di Sampierdarena.
Presbiterio Con il rifacimento del 1453 e le successive ristrutturazioni operate dai Doria, tutta la zona presbiteriale fu trasformata in un sacrario sepolcrale della famiglia.
L'altare maggiore, settecentesco, è opera di Pasquale Bocciardo; è sormontato da una grandiosa statua marmorea dell'Assunta, alta 2,80 m, dello stesso scultore.
Le pareti intorno all'altare sono occupate da cinque sepolcri di esponenti della famiglia Doria; pur di epoche diverse, hanno la stessa dimensione e struttura, con il sarcofago posto su un grande basamento e ornato con lo stemma di famiglia, il busto del defunto al centro entro una nicchia e figure allegoriche ai lati. I più antichi di questi monumenti funebri sono attribuiti al ticinese Taddeo Carlone, gli altri, realizzati quando l'artista era avanti negli anni, dai suoi figli o da altri esponenti della sua bottega. Il migliore è considerato il più antico, quello di Ceva Doria, realizzato nel 1574 dallo scultore, allora trentunenne, in collaborazione con Bernardino da Novate e Giovanni Giacomo Paracca. Il modello di questo monumento funebre venne poi riprodotto per i successivi, oltre che imitato e riproposto da altre botteghe per analoghe realizzazioni.
Nella volta del presbiterio sono dieci medaglioni affrescati di Domenico Fiasella con storie della Vergine, commissionati dagli agostiniani intorno alla metà del XVII secolo.
Cappelle laterali Lungo le navate laterali si trovano undici cappelle, cinque per ciascun lato oltre a quella del battistero, che ospitano gli altari secondari e conservano opere di celebri artisti genovesi del XVI e XVII secolo.
Cappelle a sinistra Prima cappella: sull'altare, grande tavola raffigurante la Madonna col Bambino e San Giovannino di Luca Cambiaso (1562), considerata dall'Alizeri "la più bella opera" del pittore monegliese. Seconda cappella: statua seicentesca della Madonna del Rosario, attribuita a Tommaso Orsolino, proveniente dalla pieve di San Martino, contornata da tondi di Domenico Fiasella con i Misteri del Rosario (1650); nella volta affreschi con scene della vita di Maria, di Bernardo Castello. Ai lati, due dipinti ad olio su tela attribuiti ad Aurelio Lomi: (santa Caterina da Siena e san Vincenzo Ferreri).