La storia dell'ateismo risale all'antichità. La proposizione spontanea che gli dei non esistano è antica come il teismo stesso e l'idea della non esistenza di dio è vecchia quanto il monoteismo e l'enoteismo. Asserisce lo storico francese Georges Minois, che lo interpreta nella sua qualità di fenomeno storico: "In realtà l'ateismo è antico come il pensiero umano, e sin dalle origini si è posto come uno dei modi di vedere il mondo: un mondo nel quale l'uomo è solo di fronte a se stesso e alla natura".Georges Minois, "Storia dell'ateismo" , Roma, Editori Riuniti, 2000..

Il termine ateismo, derivante dal greco "ἄθεος"-atheos (senza Dio, negatore delle divinità ma con la connotazione di "empio") è il rifiuto di credere che Dio o una qualsiasi altra potenza divina esista, in traslato è l'assenza d'una qualsiasi fede religiosa. Sulla percentuale totale della popolazione dell'intero pianeta i pubblici seguaci dell'ateismo rimangono in ogni caso ancor oggi una minoranza.

Anche se la parola come sostantivo astratto è stata coniata per la prima volta nel 1540Il termine "atheism" compare per la prima volta nella traduzione fatta da John Cheke del De superstitione di Plutarco, come traduzione del termine greco atheotes. Nella traduzione il termine è usato per indicare coloro che pensano che non ci sono dèi, ma nel saggio unito alla traduzione Cheke usa il termine per indicare la negazione della divina provvidenza. (Gavin Hyman, A Short History of Atheism, Londra, I.B. Tauris, 2010, p. 4. e l'introduzione di un certo ateismo positivo non si è realizzato prima del tardo XVIII secolo"Verso il 1630, si formano gruppi di "libertini", eruditi e scettici, che svaniranno intorno al 1655 (circa nel momento in cui le possessioni diaboliche scompaiono, va notato) prima di tornare agli inizi del 1680. L'ateismo, di cui cento anni prima non si parlava mai, diventa un fatto riconosciuto." Michel de Certeau, La possession de Loudun, edizione riveduta da Luce Giard, Parigi, Gallimard, 2016 (prima edizione 1970), p. 151., le idee d'impostazione atea e la loro influenza hanno un percorso ed una vicenda storica molto più lunga. Lungo il corso dei secoli gli atei sono giunti al loro punto di vista conclusivo attraverso un'ampia varietà di percorsi, tra cui la conoscenza nelle nozioni fondamentali dell'apparato scientifico, ma anche tramite convinzioni più prettamente filosofiche ed ideologiche.

Le nozioni e concezioni ateistiche si guadagnarono lentamente un certo sostegno nella tradizione degli ambienti intellettuali europei a cavallo del Rinascimento e subito dopo la riforma protestante.

L'ateismo più schietto è stato poi sostenuto da alcuni tra i più importanti protagonisti della rivoluzione francese, che cercarono attivamente di eliminare ogni "superstizione religiosa" dalla mente e dai cuori del popolo francese, sebbene il principale capo rivoluzionario, Maximilien de Robespierre, fosse contrario e affermasse che "l'ateismo è aristocratico".Marcel Gauchet, Robespierre. L'incorruttibile e il tiranno. Tra libertà e Terrore: le memorie divise della Rivoluzione francese, 2019

Il pensiero ateo ha fatto poi enormi passi avanti nel periodo tra le due guerre mondiali e lungo tutto il XX secolo, quando i regimi nazionali propugnatori del comunismo i quali si susseguirono via via in molti paesi del mondo giunsero a promuovere un ateismo di stato che sopravvisse a vari livelli continuando ad essere disciplinato dal governo ufficiale.

L'ateismo marxista-leninista e le sue varianti di pensiero ebbero una notevole influenza; l'opinione del marxismo nei riguardi della religione ebbe un'importanza preponderante per i governi comunisti che s'istituirono in Unione sovietica, Europa dell'Est, Repubblica popolare cinese, Corea del Nord e Cuba. Con la caduta del muro di Berlino una certa religiosità si è ristabilita in varia misura in tutto l'ex blocco sovietico, mentre nelle società occidentali, con la loro storia di capitalismo, modernismo, consumismo e secolarizzazione ha veduto un sostanziale declino della pratica religiosa, con la crescita progressiva di un punto di vista più prettamente ateo e la cui visione ha avuto dei sostenitori di alto profilo.

Filosofia indiana In Oriente, un certo tipo di vita contemplativa non incentrata sull'idea di qualche divinità ha il suo avvio nel VI secolo a.C., con la nascita - ed il loro successivo veloce sviluppo - di Giainismo, Buddhismo, alcune correnti di pensiero presenti all'interno dell'Induismo (in India) e Taoismo (in Cina).

Anche se queste religioni pretendono di offrire un percorso filosofico e salvifico non incentrato sul culto di una divinità, la tradizione popolare in alcune forme settarie di queste religioni ha da tempo abbracciato la fede sulla propiziazione degli spiriti e di altri elementi naturali e, in certo qual modo, di alcune forme divine. Induismo All'interno degli "astika", movimenti ortodossi che accettano i testi dei Veda come scritture rivelate (vedi Vedismo), le scuole di filosofia indiana dette Sāṃkhya e Mīmāṃsā per prime hanno rifiutato di contemplare l'idea di una divinità creatrice nei rispettivi sistemi di pensiero. Il principale testo della scuola Sāṃkhya è il Samkhyakarika (datato all'epoca dell'impero Gupta ed attribuito ad Iśvarakṛṣṇa, 350 d.C. circa), scritto quand'era già oramai uno dei Darshan dominanti.

La scuola è sia dualistica che atea, credendo pertanto in una duplice esistenza di Prakṛti (la Natura o "causa originaria" materiale) e Puruṣa (lo Spirito puro); in questo sistema non vi è alcun posto per un Īśvara (o Dio individuale), sostenendo che la sua esistenza non ha la possibilità di essere provata in alcun modo e quindi non ne può esser accettata come dato di fatto l'esistenza. Tale sistema è stato predominante all'interno della filosofia induista per molti secoli, ma è progressivamente diminuito dopo l'anno mille, anche se i commenti scritti più tardi risalgono al XVI secolo.

Il testo fondamentale della scuola Mimamsa è invece il Purva Mimamsa Sutra scritto da rishi Jaimini (risalente al III-I secolo a.C.); questo sistema ha raggiunto la propria massima estensione all'incirca attorno al 700 d.C. finendo, per qualche tempo durante il Medioevo, ad esercitare un'influenza decisiva sul pensiero induista in generale. La scuola vede la sua indagine primaria rivolta alla natura del dharma, ed il tutto basato su una stretta interpretazione degli inni vedici; i suoi principi fondamentali sono il ritualismo (ortoprassi), l'anti-ascetismo e l'anti-misticismo.

I primi Mimamsakas credevano in un Adrishta (l'"invisibile"), che è associabile al risultato del Karma o "opere eseguite", ma non ritenendo con ciò necessaria una figura divina nel proprio sistema; questo modo di vedere persiste in alcune sottoscuole dell'induismo ancora al giorno d'oggi.

Giainismo I fedeli giainisti interpretano la loro tradizione come eterna. Il Giainismo organizzato è databile al Parshvanatha vissuto nel IX secolo a.C., il ventitreesimo Tirthamkara, ma in modo più storicamente affidabile a Mahavira, un maestro del VI secolo a.C. contemporaneo del Buddha.

Il Giainismo è una religione dualistica con un universo composto di materia e anima; tutti i componenti posti al suo interno sono eterni e rimangono increati, non essendovi alcun Dio creatore onnipotente. Vi sono tuttavia alcuni spiriti divini che esistono all'interno dell'universo e si crede che l'anima singolare possa raggiungere uno status detto "divino"; nessuno di questi esseri soprannaturali però può esercitare una qualche forma d'attività creativa od aver la capacità d'intervenire in risposta alle eventuali preghiere rivoltegli dagli esseri umani. Chārvāka La scuola filosofica Chārvāka, di stampo materialista e antireligioso, ha avuto origine nel subcontinente indiano col Bārhaspatya-sūtra (degli ultimi secoli a.C.), che ne è il testo fondante; essa è la scuola più esplicitamente atea che abbia mai partorito la filosofia indiana. Nata dallo scetticismo generico sorto durante l'epoca dell'impero Maurya, già nel VI secolo a.C. Ajita Kesakambali (il primo sostenitore noto del materialismo) viene citato nelle scritture buddhiste del Canone pāli in alcuni dialoghi e discorsi; egli avrebbe insegnato "che con la fine dell'esistenza corporea similmente il saggio e lo stolto vengono annientati, completamente distrutti e che non vi è alcuna vita dopo la morte".

La filosofia Chārvākan ci è nota al giorno d'oggi principalmente tramite i suoi avversari buddhisti ed appartenenti ai movimenti astika; obiettivo più corretto per i loro aderenti, secondo tali fonti, sarebbe stato quello di vivere una vita felice, prospera e produttiva in questo mondo e nient'altro. Il "Tattvopaplavasimha" di Jayarāśi Bhaṭṭa (VIII secolo) è a volte citato come esser uno dei testi superstiti del sistema di pensiero Chārvāka; la scuola pare essersi estinta attorno al XV secolo,, dopo essere stata alungo combattuto dalle scuole buddhiste, che non possono accettare la negazione dello spirito. Carlo Tamagnone, Carvaka, in Ateismo filosofico nel mondo antico, Firenze, Editrice Clinamen, 2005, pp,241-249.

Buddhismo La mancata adesione alla nozione di una divinità suprema o primo motore immobile di concezione aristotelica è inteso da molti come una tra le distinzioni fondamentali sussistente tra il Buddhismo e le altre religioni. Mentre le innumerevoli tradizioni buddhiste non negano l'esistenza di esseri soprannaturali (molti di essi vengono discussi nei testi canonici buddhisti), non sembrano però attribuirvi dei veri poteri nel senso occidentale tipico del termine, come quelli di Creazione, Salvezza e giudizio universale finale; tuttavia inviare preghiere a spiriti illuminati è talvolta visto come maniera di produrre un certo grado di merito spirituale.

I buddhisti accettano l'esistenza di esseri spirituali che vivono nei regni superiori (vedi la cosmologia buddhista) e noti come Deva ma questi, esattamente come accade anche per tutti gli altri esseri umani, hanno sofferto all'interno del Saṃsāra e non sono per principio particolarmente più saggi degli uomini; il Buddha viene infatti spesso raffigurato come istruttore e maestro delle stesse divinità, addirittura superiore a loro. Nonostante questo alcuni Deva hanno seguito un percorso che conduce in direzione dell'illuminazione (Buddhismo).

In seguito la letteratura Mahayana ha purtuttavia ripreso l'idea di un'eterna, onnipervadente ed onnisciente, immacolata ed increata Essenza, mentre l'Essere o Dharmadhātu(l'autentica natura dei fenomeni), è intrinsecamente legata al sattvadhatu o "regno degli esseri"; ha una sua corrispondenza con la mente risvegliata o bodhicitta e con il Dharmakāya, il "corpo della verità" del Buddha stesso. Un tale status viene attribuito al Buddha in un certo numero di sutra Mahayana, ma si ritrova pure anche in vari Tantra.

In alcuni tra i principali testi della letteratura Mahayana, tale principio viene a volte presentato come manifestantesi in una forma più personalizzata, ossia nella qualità di un "Buddha primordiale", ad esempio Samantabhadra, Vajradhara, Vairocana, Amitabha Buddha e Adi-Buddha tra gli altri.