Fra i popoli antichi, gli Etruschi, ebbero grande notorietà per le loro conoscenze nell'ambito della medicina e della chirurgia. Tuttavia, la quasi totalità delle informazioni inerenti alle conoscenze mediche di questa civiltà, sono solo il frutto di numerose ipotesi e deduzioni sulla base dei ritrovamenti archeologici (ex voto anatomici).

La medicina etrusca nelle fonti antiche

Molti autori antichi nelle loro opere descrivono peculiarità e pratiche caratteristiche della medicina etrusca. Esiodo, in un passo della sua Teogonia, riporta che le conoscenze degli Etruschi relative alle piante medicinali derivavano dai figli della maga Circe, Agrio e Latino, loro antenati. Varrone riferisce, invece, di un collegio sacerdotale avente sede sul monte Soratte, il quale aveva come compito principale la distillazione di un farmaco anestetico. Vi è poi una serie di piante medicinali che la tradizione letteraria antica ricorda essere state da sempre utilizzate dagli Etruschi.

Conoscenze farmacologiche e mediche Sarebbe ingiusto definire il popolo etrusco come una civiltà dalla medicina primitiva, in cui tutto era visto solo dal punto di vista magico, esoterico e di dubbia efficacia, quando, invece, è ben nota la loro fama nel mondo antico in questo campo. Sembra che la civiltà etrusca fosse anche profonda conoscitrice degli effetti benefici delle acque termali, utilizzate largamente per la cura di molte malattie. Persino Scribonio Largo, medico e scrittore romano, sottolineava la sbalorditiva efficacia di queste acque ferruginose, le quali, essendo utili per le malattie della vescica, venivano definite appunto, vescicariae. La comparazione con le applicazioni attuali delle acque termali permette di pensare anche al loro utilizzo in antico per calcolosi, infiammazioni gastro-intestinali, dispepsie, epatopatie, foruncolosi, dermatiti.

Le acque salutari dell’Etruria possono essere definite, dal punto di vista della temperatura: ipertermali (40°), omotermali (40-30°) e fredde (sotto i 20°); dal punto di vista mineralogico, invece, sono classificabili in: oligominerali, mediominerali, solfuro-alcalino-terrose e ferruginose. La terapia, data la catalogazione mineralogica delle acque termali, poteva articolarsi, quindi, in: crenopinoterapia, che consisteva nella somministrazione di acqua minerale per bibita a scopo terapeutico, crenobalneoterapia, che ricorreva a bagni di acqua minerale, crenolutoterapia, che consisteva nell'applicazione terapeutica di fanghi naturali.

Le erbe medicinali

La prima terapia che gli Etruschi hanno escogitato contro le malattie è stata ricercare quanto offerto dalle erbe e dalle piante del loro ricchissimo territorio. È probabile tuttavia che non avessero sempre chiaro il dosaggio adeguato e quindi la demarcazione fra veleno e rimedio.

Una pianta medicinale in uso presso gli Etruschi era il myriophillon o millefolium il cui succo, unito a grasso di maiale, formava una pomata efficace per curare le ferite e consolidare i tendini dei buoi tagliati dal vomere. Ai fiori e alle foglie del millefoglio, si riconoscono oggi, inoltre, anche proprietà antispasmodiche, diuretiche e toniche. Della pianta del lino, gli Etruschi usavano probabilmente il seme che serviva come farmaco con proprietà emollienti e antinfiammatorie. In epoca augustea, Ovidio raccomandava il Semen Tuscum per la cosmesi femminile. Doveva trattarsi probabilmente di Triticum spelta macinato, fornente una farina da usarsi come amido in alcune maschere facciali.

Un attento studio filologico ha isolato quattro piante latine che sembrerebbero appartenere ad un sostrato prelatino. La prima pianta medicinale di questo gruppo è la nepeta, una pianta erbacea perenne con rizoma strisciante, presente dal mare alla zona montana nei boschi e nei prati, che permette di ricavare dalle sommità fiorite un olio essenziale che stimola la circolazione superficiale, favorisce i processi di riparazione dei tessuti cutanei e la digestione. La menta poleggio, pianta erbacea perenne con fusti striscianti sul terreno, si trova dal mare alla zona submontana e preferisce luoghi umidi come i fossi, favorisce con i suoi fiori la digestione, stimola la secrezione della bile e l'attività generale del fegato; la tradizione popolare le attribuisce anche le prerogative di regolare la fase mestruale e di sedare la tensione nervosa. Per uso esterno ha proprietà antisettiche, analgesiche e antipruriginose. Il ginestrone è un arbusto con foglie persistenti, lineari, spinose; tipico della macchia mediterranea, si usa oggi in infusi lassativi, diuretici e ipotensivi. Il terzo nome è mutuka, la cui radice 'mut', ha fatto pensare a due piante, il timo e il cisto. Il timo è un piccolo arbusto che predilige le zone marine e contiene i suoi principi attivi nelle sommità fiorite, ha proprietà aromatiche, antisettiche utili per disinfettare l'albero respiratorio e l'intestino: in pratica viene utilizzato per le proprietà balsamiche tossifughe, fluidificanti catarrali. Del cisto si conoscono 16 specie, da alcune di esse si ottengono resine aromatiche. La radia, infine, che ha fatto pensare ai cespugli del rovo canino e al rovo di macchia, le quali foglie e frutti hanno proprietà astringenti, antinfiammatorie, diuretiche e servono per curare emorragie interne.

Le altre piante ricordate da Dioscoride come utilizzate dagli Etruschi, presentano una radice indoeuropea, tra i quali individuiamo biancospino, dai cui fiori si ricava un estratto che ha potere sedativo; la genziana; il gigaro, nome di una varietà di aro. Le pur frammentarie e disarticolate notizie consentono di far ipotizzare un'evoluta tradizione farmacologica etrusca, probabilmente sistematizzata in testi oggi irrimediabilmente perduti, a cui forse lo stesso Dioscoride attinse.

L'uso dei metalli nella medicina Nella civiltà etrusca esistevano artigiani molto abili nella lavorazione dei metalli e delle loro leghe; probabilmente erano i toreuti stessi a produrre gli strumenti chirurgici.

Strumenti chirurgici Gli strumenti, per lo più bronzei, rinvenuti in area etrusca, possono essere suddivisi nelle seguenti classi: cauteri con punta lanceolata (media altezza 20 cm): tali strumenti erano arroventati e applicati sui tessuti con vari scopi. Le ferite fresche e i vasi minori venivano trattati con il ferro rovente per provocare la formazione di una crosta ed arrestare l'emorragia in corso. Polipi e fistole potevano essere curati cauterizzandoli; coltello (lunghezza 6 cm): sorta di bisturi a lama arrotondata per le incisioni. Si hanno anche esemplari di impugnature di bisturi, per lo più foggiate nell'inconfondibile forma a spatola; pinzette a ganasce lisce piegate obliquamente rispetto alle branche (media lunghezza 15 cm): tale forma era destinata all'estrazione di corpi estranei, di schegge ossee e simili; sonde, con una delle estremità a nocciolo di oliva e l'altra o a pala di remo o a spatola o a cucchiaio o a cucchiaino o fenestrata (media altezza 15 cm): in origine la sonda non era altro che un bastoncino col quale si poteva valutare la profondità di una ferita o l'estensione di una fistola, che poteva essere introdotto nel naso e nelle orecchie; aveva cioè la funzione di prolungare il dito del medico aiutandolo a esplorare più accuratamente. L'aggiunta di estremità di varia forma serviva poi per gli usi più svariati: quella olivare serviva a mescolare i medicamenti; quella a spatola, a cucchiaio e a pala di remo a spalmarli direttamente su fasce o su parti del corpo. Le sonde a cucchiaino invece erano introdotte in una ferita o in un orifizio naturale per portare il medicamento il più vicino possibile alla parte da curare. La sonda fenestrata aveva uno stelo rotondo con una estremità appiattita e curva ad angolo retto con un foro, attraverso il quale veniva introdotto un filo che serviva per la legatura dei vasi; tenaglie (media lunghezza da 30 a 50 cm): i modelli più corti potevano servire per l'estrazione di denti, quelli più lunghi per afferrare le ossa. Entrambe erano adatte per l'eventuale rimozione dei corpi estranei; thumi (media altezza 15 cm): sono strumenti in bronzo, con un estremo foggiato a mezzaluna e l'altro a forma di impugnatura schiacciata.

Odontoiatria

Gli Etruschi godevano di grande fama anche dal punto di vista odontoiatrico. Erano infatti celebri per la loro capacità di preparare protesi dentali. Sono stati infatti ritrovati numerosi resti di crani umani con impiantate protesi dentarie che stupiscono ancora oggi per la loro precisione, funzionalità e resistenza tanto da farci capire l'elevata perizia tecnica in questo campo della civiltà etrusca (frammenti sono conservati al Museo Archeologico di Firenze, al Museo Universitario di Gand e al Public Museum di Liverpool). Le protesi etrusche possono essere distinte in due tipologie fondamentali:

banderelle o anelli d'oro fra loro saldati: esse sostenevano denti artificiali, racchiusi in anelli e appoggiati all'estremità dei denti sani mantenuti in sede anche da perni, che li attraversavano alla base, in senso labio-linguale, ribaditi alle estremità. strisce o sottili lamine in oro (3 mm ca.): esse, poste alla base di ciascuno dei denti, passavano a spirale, dal lato vestibolare a quello linguale, collegandoli l'un l'altro e fissando quelli vacillanti. Per tali lavori veniva utilizzato oro fino, malleabile, così che probabilmente si poteva lavorare con prove e riprove di dentimetria senza ricorrere all'impronta dell'arcata dentaria da riparare. Se si utilizzavano banderelle, veniva tagliata una sottilissima striscia d'oro e si circondava in blocco denti di fissazione e denti artificiali, poi si saldavano i setti lamellari e gli spazi interstiziali ottenendo suddivisioni quadrangolari. Se si trattava di anelli separati erano saldati nel loro punto di unione. Preparata la ferula, laminare o anulare, ogni dente artificiale era adattato perfettamente allo spazio vuoto a disposizione, traforato e fissato all'anello o alla banderella con un perno ben ribadito. Terminata la preparazione della protesi, questa era collocata nella cavità orale, sulla arcata corrispondente ed era adattata ai denti di ancoraggio.

Non sempre, però, questi capolavori servivano per motivi pratici come ad esempio alla cura di patologie dentarie o alla riparazione di danni causati da incidenti ma, spesso, avevano soltanto una funzione estetica. Molte protesi ritrovate, infatti, sono fatte d'oro e da questo particolare, si può dedurre che molte di esse servivano soltanto ad ostentare la ricchezza di chi poteva indossarle.

Conoscenze di anatomia