La lingua istriota (nome nativo lèngua eîstriota) è una lingua romanza autoctona dell'Istria meridionale, distinta dal dialetto istroveneto (istriano o veneto d'Istria) e dall'istrorumeno (lingua romanza orientale facente parte del gruppo linguistico rumeno). Viene parlata, ormai quasi esclusivamente come seconda lingua o come lingua familiare, da - persone nell'Istria meridionale, e ancora da poche migliaia di profughi ed esuli istriani dispersi in Italia, tra cui si segnalano per un discreto grado di compattezza e conservazione la comunità di Trieste, quelle di Gorizia e Grado, quella di Torino e le comunità di Fertilia e Maristella nel Comune di Alghero in Sardegna, e nel mondo.
Diffusione
Il termine "istrioto" fu creato da Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della glottologia italiana nella seconda metà del XIX secolo, in riferimento ad una peculiare varietà romanza regionale, utilizzata dai discendenti delle popolazioni latine e latinizzate che abitavano ininterrottamente l'Istria sin dall'epoca romana.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale la lingua istriota era parlata dalla maggioranza della popolazione di Rovigno, Dignano d'Istria, Valle d'Istria, Fasana, Gallesano e Sissano. Oggi l'istrioto, in fortissima regressione, è parlato principalmente dagli anziani e utilizzato spontaneamente sempre meno dai giovani delle ristrette comunità italiane di Rovigno, Valle e Gallesano, in misura ancora minore a Dignano e Sissano, e sembra ormai essersi definitivamente estinto a Fasana. Tuttavia non mancano, soprattutto negli ultimi tre decenni, iniziative e tentativi organici volti alla sua valorizzazione e rivitalizzazione presso le locali comunità.
Un tempo l'ambito di diffusione era maggiore e comprendeva tutta la costa e l'immediato entroterra dell'Istria meridionale, il cosiddetto Agro polese, dal Canal di Leme al fiume Arsa, territorio di cui rappresentava l'unico vero idioma autoctono, includendo entro i suoi limiti, oltre Rovigno, Canfanaro e Duecastelli, Sanvincenti e Barbana. Alcuni retaggi lascerebbero intendere che forse pure Orsera, a nord del Leme, fosse inclusa nel suo areale originario. Il linguista Antonio Ive scrisse che nel 1888 l'istrioto era parlato da quasi tutti i abitanti di Rovigno.
Da Pola l'istrioto, dove pure era idioma autoctono, fu estromesso a seguito del trasferimento in città, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, dell'arsenale militare della marina austroungarica. Tale evento innescò un tumultuoso sviluppo della città con masse di immigrati di diversa provenienza che per comunicare fra loro utilizzavano la lingua franca dell'Istria, il dialetto istroveneto (detto anche veneto o semplicemente istriano), che in brevissimo tempo soppiantò l'istrioto, già in forte regressione.
Negli altri centri in cui è ancora presente si è progressivamente corrotto ed avvicinato all'estinzione prima per influenza della lingua veneta (lasciando solo alcune caratterizzazioni fonetiche nei dialetti istroveneti usati localmente) e poi con il colpo devastante dell'esodo istriano, seguìto alla seconda guerra mondiale. A Fasana e Valbandon pare essersi ormai estinto nell'uso vivo (ne rimane solo una conoscenza letteraria) a partire dagli anni Ottanta o Novanta del secolo scorso: si tratterebbe quindi dell'ultimo e più recente caso di estinzione di una varietà istriota (non è chiaro né confermato se sopravviva ancora qualche ultimo vecchio locutore di fasanese tra la diaspora all'estero).
Ancora in altri villaggi dell'Agro polese l'istrioto si estinse o venne assimilato già in epoche più remote, oltre che per la citata supremazia del veneto, pure per l'immigrazione massiccia in questi luoghi, rimasti ormai quasi deserti causa pestilenze e guerre, di genti slave, morlacche e di altra origine, favorite dalla Repubblica di Venezia (in particolar modo proprio nella Polesana) nei secoli tra il XIV ed il XVII (vedi ad es. i centri di Brioni, Promontore, Pomer, Medolino, Lisignano, Stignano, Marzana, Momarano, Peroi, Sanvincenti ed altri ancora).
Secondo alcuni linguisti l'istrioto, indicato come il più antico idioma continuativamente parlato nella penisola istriana e l'unico veramente autoctono della stessa, era fino almeno a tutto l'Alto Medioevo (anno 1000 ca.) utilizzato dalla popolazione romanza dell'intera regione, quindi pure oltre i limiti settentrionali dell'Agro Polese. Secondo tale tesi, sarebbero precedentemente state di lingua istriota (divisa molto verosimilmente in sottovarietà locali) in particolare tutte le principali località dell'Istria occidentale a nord del Leme, da Orsera a Capodistria, che passarono poi alla lingua istroveneta (escluse Muggia e Trieste, dove, prima del veneto, si svilupparono due locali varietà friulane).
Storia L'istrioto, secondo Matteo Bartoli ed altri linguisti, ha le sue lontane radici nella decisione di Augusto di insediare nel territorio di Pola (Pietas Julia Pola, Pollentia Herculanea), che andava dal Canal di Leme (Limes) all'Arsa, i veterani del suo esercito vittorioso. Questi legionari, quasi tutti originari dall'Abruzzo e dalla Puglia, si mescolarono cogli Illiri (o veneto-illirici, gli Histri) autoctoni dell'Istria e del vicino Quarnero, e diedero origine al popolo ed alla cultura istriota dell'Istria meridionale.
Lo storico Bernardo Benussi, nel suo saggio del 1924 L'Istria nei suoi due millenni di storia, si basava su questa affermazione di Matteo Bartoli: "L'istriano è il dialetto indigeno che si parla ancora, specialmente dal popolo, a Rovigno, Dignano, Fasana. È un dialetto a sé, italiano.... che presenta dei punti di contatto notevolissimi con l'abruzzese, il tarentino ecc." Da ciò Benussi avanzava questa precisa ipotesi: "E non potrebbe, chiedo io, questa somiglianza dell'istriano usato in gran parte nella regione fra il Leme e l'Arsa derivare dai coloni romani che Augusto trapiantò nella colonia di Pola da lui rinnovata togliendoli dall'Italia meridionale? A suffragare ulteriormente questa ipotesi vi è la diffusione, sempre e soltanto nella sola area dell'ex agro romano di Pola, delle tipiche costruzioni circolari in pietra edificate a secco dai contadini istriani, le casite, che hanno una forte rassomiglianza con i trulli pugliesi".
Nel Medioevo l'istrioto era parlato anche nel centro dell'Istria, dove venne a contatto colla sopraggiunta lingua croata nella sua variante Čakava.
Successivamente, coll'influenza di Venezia e della sua lingua veneta (Veneto da Mar) l'istrioto si ridusse, dall'anno mille fino ai secoli del Rinascimento, ad una esigua striscia di terra nella parte più meridionale della penisola istriana ed ai soli centri cittadini meglio mantenutisi dalle ricorrenti pestilenze e dalle guerre. A ridurne l'estensione contribuirono anche le popolazioni di lingua istrorumena e soprattutto di lingua morlacca che, sfuggendo le invasioni turche, si insediarono in Istria e nel Quarnero nei secoli XVI e XVII.
Dopo l'enorme depauperamento della popolazione originaria di Pola, che alla caduta di Venezia (1797) era ridotta a meno di mille abitanti, ed all'arrivo di nuove popolazioni dal 1853, anno in cui Pola divenne sede della Marina austriaca, l'istrioto incominciò ad essere sostituito anche a Pola e dintorni come lingua d'uso dall'istroveneto, diventando sempre più un linguaggio secondario utilizzato dalle frange marginali della società polesana, fino ad estinguervisi definitivamente verso la fine di quel secolo.
Mirko Deanovic, linguista dell'Università di Zagabria affermava che in Istria negli anni cinquanta del Novecento parlavano ancora l'istrioto circa cinquemila persone. Egli inoltre riteneva che non era possibile classificare l'istrioto nel sistema veneto, friulano (ladino) oppure veglioto (dalmatico), in quanto era una lingua rimasta staccata dalle altre neolatine dopo l'invasione medioevale dei popoli slavi, che avevano occupato il centro della penisola istriana nei secoli VII e VIII (ipotesi non accettata da altri studiosi).
L'UNESCO considera l'istrioto una lingua a "serio rischio d'estinzione" nel suo "Red Book of seriously endangered languages".
Allo stato attuale, l'idioma non risulta essere ancora debitamente tutelato e valorizzato dagli enti e dalle istituzioni croate, non essendovi alcun riconoscimento ufficiale di lingua autoctona minoritaria, per cui è opinione pressoché generale degli studiosi che esso sia destinato inesorabilmente ad estinguersi in via definitiva nei prossimi decenni.
Attualmente ci sono pochi cultori di tale linguaggio. Fra tutti va citato il rovignese Libero Benussi che tiene corsi di istrioto oltre ad essere autore del libro di poesie uscito nel febbraio 2011 "Preîma d'el sul a monto" ovvero Prima che il sole tramonti. A Roma l'esule rovignese Gianclaudio de Angelini ha dedicato a tale linguaggio pagine internet oltre a pubblicare il libretto di poesie "Zbrèinduli da biechi" (Brandelli di stracci). I massimi autori contemporanei in questa lingua sono stati i rovignesi Ligio Zanini e Giusto Curto. Notevole pure la produzione dei dignanesi Mario Bonassin, Lidia Delton e Loredana Bogliun. Alcuni altri autori in istrioto sono presenti nelle comunità degli esuli.
Lingue collegate L'istrioto è una lingua neolatina fortemente influenzata dal veneto, specialmente a partire dal XV secolo.
Carlo Tagliavini in Le origini delle lingue neolatine, separa l'istrioto come dialetto italiano settentrionale a parte. Il linguista nota che "Col nome di dialetti settentrionali o alto-italiani intendiamo i dialetti gallo-italici, il veneto e l'istriano...Ormai ridotti in un esiguo territorio dall'incalzare del veneto (e in parte anche dai dialetti slavi) sono i dialetti istriani o istrioti, parlati oggi a Rovigno, Dignano e nei villaggi di Valle, Fasana, Gallesano e Sissano. Essi presentano delle caratteristiche prevenete arcaiche (come le dittongazioni i> éi p.es. déigo < dico, séimizo <cimice (m) ecc. e u>òu, p.es. dòuro<duru(m), lòuna<luna ecc.) che non possono dirsi ladine (friulane)". Questo linguaggio antico con l'andar dei secoli risentì dell'avanzata della lingua veneta e perse terreno ed anche tratti specifici. Ma è riuscito a sopravvivere fino ai nostri giorni, a differenza del dialetto di Trieste (tergestino) assimilato completamente dal veneto.
Nell'ultimo secolo la lingua italiana ha apportato numerosi vocaboli all'istrioto, specialmente nel periodo 1918-1947 quando l'Istria fece parte del Regno d'Italia.
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Ortografia
LetteraPronuncia (AFI)NoteA, a[a]àB, b[b]–C, c[k], [tʃ]Ch, ch[k]Ci, ci[tʃ]D, d–Dz, dz–E, e[ɛ], [e]è, éF, f–G, g, Gh, ghGi, giH, h–I, i, í, îJ, j–L, l–Lj, lj / Gli, gli–M, m–N, n–Nj, nj / Gn, gnO, o//, ò, óP, p–R, r–S, s–T, t–Ts, ts–U, u, ú, ûV, v–Z, z–
Vocabolario Tabella di comparazione delle lingue neolatine: Latino Italiano Istrioto BisiacoVeneto centraleclave(m)chiaveciaveciaveciavenocte(m)nottenuotonotenòte/nòtcantarecantarecantàcantarcantarcapra(m)capracàvaracavracàvaralingua(m)lingualengualenguałéngoaplatea(m)piazzapiassapiasacanpo/piasaponte(m)pontepontopontpónte/póntecclesia(m)chiesacezacexacéxahospitale(m)ospedaleuspadalospedalospedałe/ospedàłcaseu(m)lat.volg.formaticu(m)formaggio/caciofurmajoformaiformajo
Esempio Poesia "Grièbani" di Ligio Zanini in dialetto rovignese.
Istrioto ItalianoLa nostra zì oûna longa cal da griebani:
i spironi da Monto inda uò salvà, e 'l brasso da Vistro uò rastà scuio pei grutoni pioûn alti del mar, ca ruzaghia sta tiera viecia-stara. Da senpro i signemo pissi sensa nom, ca da sui sa prucoûra 'l bucon par guodi la veîta leîbara del cucal, pastadi dala piova da Punente a da Livante e cume i uleîi mai incalmadi. Fra ste carme zì stà la nostra salvissa, cume i riboni a sa salva dal dulfeîn fra i scagni del sico da San Damian; el nostro pan, nato gra li gruote, zi stà inbinideî cul sudur sula iera zbruventa da Paloû... e i vemo caminà par oûna longa cal da griebani, c'ancui la riesta lissada dali nostre urme.La nostra è una lunga strada irta di sassi: