Civitacampomarano (Civëtë in molisano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Campobasso in Molise.
Con 17 lettere consecutive che ne formano il nome, Civitacampomarano risulta il comune italiano che detiene il record della maggior lunghezza denominativa, escludendo quelli composti da attributi e spazi (San Valentino in Abruzzo Citeriore, in provincia di Pescara, è il comune che, in termini assoluti, ha il nome più lungo).
Storia
Epoca medievale
Dopo la caduta di Roma, Civitacampomarano era in epoca medievale (X secolo) un insieme di villaggi sparsi. Appare con il nome di CampomaranoSi ritrova con il nome di Campus maurani anche in un documento del 993, una donazione da parte di un sacerdote, Pietro, all'abate Manso di Monte Cassino di un pezzo di terra con la chiesa di Santa Maria prospicienti un lago: In Campo Mauranie eccl(esi)am / S(an)c(t)e Maria su/p(er) ipsos lacus /eiusdem civi/tatis cum om(n)i/bus p(er)tinenti/is eius. (Pannello XXIV). Riappare in un documento datato intorno al 1070, laddove l'abate Desiderio, accingendosi a ricostruire completamente l'abbazia per dotarla dei preziosi affreschi bizantini e l'imponente porte bronzea, fusa a Costantinopoli, con cui la conosciamo oggi, la elenca insieme alle altre proprietà. La chiesa però non viene più menzionata tra i privilegi papali del diploma del 1137 e non c'è niente che attesti possa essere riconducibile a una di quelle tuttora presenti. in un diploma dell'imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I il Grande, dell'anno 999, con il quale si confermava la donazione dell'anno 770, da parte del principe longobardo Arechi II, della chiesa di Sant'Angelo Altissimo (i cui resti sono ancora visibili su monte Sant'Angelo nei pressi del tratturo Celano-Foggia) in favore della Badia di Santa Sofia a Benevento. Nell'archivio della badia è conservato il documento che riporta:
In seguito all'espansione del suo territorio, che raggiunse buona parte degli insediamenti della popolazione circostante, e alla conseguente maggiore prosperità economica, gli abitanti decisero di fregiare Campomarano del titolo di "Civitas", anteponendolo al nome antico e dando vita all'attuale Civitacampomarano. Una testimonianza di ciò è riscontrabile in un documento del 1309 in cui Civitas Campimaranii è citata tra le comunità che corrisposero la decima alla diocesi di Guardialfiera, di cui a quel tempo faceva parte.
Epoca angioina
Passata di signore in signore fino al XIII secolo, fu grazie agli Angioini che tornò a vivere giorni di benessere e a quel punto si riunì sopra un colle, dove fu costruito il castello, in sostituzione di un più antico insediamento fortificato della metà del XII secolo, il cui profilo è tuttora osservabile sulla pavimentazione del cortile interno, in prossimità delle scale che salgono al piano nobile.
Nella seconda metà del XIV secolo, ricevuta in dono dal consorte, Carlo III di Durazzo re di Napoli, la regina Margherita, al tempo della guerra tra i due rami della dinastia d'Angiò per la corona di Napoli, la vendette per denaro a Iacopo di Marzano e, successivamente, da questi passò alla famiglia Zurlo fino all'avvento della monarchia aragonese.
Nel 1443, Civitacampomarano fu concessa in feudo da Alfonso V d'Aragona, Re Alfonso I di Napoli, insieme al feudo di Torremaggiore e altri territori, a Paolo di Sangro, uno dei capitani di ventura più importanti del quattrocento italiano, come compenso del servizio reso alla causa aragonese durante la battaglia di Sessano del 28 giugno 1442, a scapito di Antonio Caldora, duca di Bari e Carbonara e marchese del Vasto, figlio del potentissimo condottiero Giacomo Caldora, che, schierato con Renato d'Angiò, ostacolò in ogni modo Alfonso d'Aragona nella conquista del Regno di Napoli. I commentatori dell'epoca sostengono che l'esito della battaglia fu determinato dal tradimento di Paolo di Sangro e dei suoi uomini che, nello scontro cruciale, passarono dalla parte del Re di Napoli, costringendo Antonio Caldora alla resa. A memoria del tradimento è ancora presente lo stemma sulla facciata principale: un grifonesimbolo della casata aragoneseche sostiene uno scudo e regge tra gli artigli due gigli capovolti, emblema della regalità in Francia sin dalla stirpe dei Capetingi.
Paolo di Sangro, sposato con Abenante Attendolo, zia di Francesco Sforza, duca di Milano, consolidò il potere familiarePer avere un'idea della centralità di questo personaggio, nella sua epoca, e del sistema di potere che riuscì ad intessere, basti pensare che da lui si originò la stirpe dei principi di Sansevero, di cui il primo principe fu Gianfrancesco di Sangro (1587). Tra i discendenti spicca, per cultura e fascino, Raimondo di Sangro. Esoterista, inventore, alchimista, massone, letterato, fu committente ed ideatore del capolavoro della Cappella Sanseverina a Napoli, nella quale è custodito il gioiello del Cristo velato., come era comune in quel periodo, anche attraverso l'illustre matrimonioLa pergamena di questo contratto nuziale si conserva nella biblioteca di Lione, collezione Morin-Pons (v. I'lnvetaire fatto dallo Chevalier e dal Lacroix, Lion, 1878, I, 30, n. 135) che concordò tra sua figlia, Altobella di Sangro, e un altro condottiero di ventura napoletano, Cola di Monforte, figlio di Angelo Monforte Gambatesa, conte di Campobasso, potente barone del Regno di Napoli.
Il feudo restò nelle mani della famiglia fino alla metà del XVI secolo quando Gianfrancesco di Sangro, I principe di Sansevero, lo alienò in favore dei Carafa, cui era legato da legami di parentela. Essi, a loro volta, alla fine del secolo, lo cedettero ad una ricca famiglia borghese, i Ferri. Agli inizi del XVIII passò alla famiglia d'Avalos, marchesi del Vasto, che il 17 gennaio del 1742 lo vendettero a Pasquale Mirelli, duca di Sant'Andrea e il cui figlio, Carlo Maria Mirelli, nel 1777 divenne l'ultimo duca di Civitacampomarano.
Nel XVIII secolo gli esponenti delle famiglie benestanti locali frequentavano gli studi superiori e universitari spesso a Napoli o a Salerno e riportavano nei luoghi natii quelle idee che illuminavano le menti più sensibili e desiderose di sapere. Sono gli stessi abitanti che in un Pubblico Parlamento del 1777 dichiarano:
In un mondo in cui il lavoro era maggiormente agricolo, in cui i tre quarti della popolazione era povera, queste idee lentamente cominciarono ad attecchire e a modificare l'antico rapporto tra l'università, qui intesa come la riunione dei cittadini rinchiusi nei feudi, e il signore. In pieno Illuminismo, in un periodo in cui uomini ispirati si battevano per una società più libera ed autonoma, in cui doveva prevalere la volontà della maggioranza, Civitacampomarano diede i natali a menti che seppero assimilare tanta cultura e irradiare il loro sapere, concependo una patria comune (prima nazionale e poi addirittura europea) e riconoscendo l'uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini. Alcuni esponenti eminenti della società civitese dell'epoca furono Vincenzo Cuoco e Gabriele Pepe, Raffaele Pepe, Marcello Pepe, filosofi, politici e patrioti. Si ricorda anche Giuseppe Nicola d'Ascanio, figlio di un dottore in medicina e nipote di un farmacista, che a Civita organizzò una scuola privata alla quale si rivolsero molti giovani molisani e abruzzesi richiamati dalla nomea di questo colto insegnante e che si poneva come baluardo contro l'analfabetismo imperante allora nel Contado di Molise. Tutti questi intellettuali fautori, con altri, della Rivoluzione napoletana del 1799 si riunivano in un vero e proprio cenacolo filosofico presso il palazzo della baronessa Olimpia Frangipane, a Castelbottaccio, dove discutevano sugli abusi del feudalesimo e si confrontavano sulle nuove idee di libertà, uguaglianza e fraternità, auspicando una nuova coscienza nazionale. Un segnale del lento cambiamento che stava attraversando quella società è rivelato da un episodio significativo avvenuto nei 1795. Prima di allora, terminata l'espansione a sud-est del castello, il borgo si era ampliato molto anche sul fronte occidentale del castello, che con il suo profondo fossato, si ritrovò a dividere completamente "Civita di sopra" da "Civita di sotto", costringendo gli abitanti a limitare il passaggio da una zona all'altra solo quando il ponte levatoio era abbassato. In quell'anno, gli abitanti, esasperati da questa sconveniente separazione, insorsero, abbattendo il muraglione che delimitava il fossato e riempiendo quest'ultimo per creare un collegamento tra le due parti, una strada che costeggia tuttora il castello sul lato nord. Un'altra testimonianza che i tempi stessero cambiando si può trovare in una lettera del 9 giugno 1798. Essa riporta una sentenza del tribunale di Napoli, inviata per conoscenza a quella di Lucera, in cui, probabilmente in risposta ad una denuncia della sommossa presentata alle autorità dal Duca di Sant'Andrea, il popolo riportò una vittoria sul signore:
Attualmente la strada che corre lungo il lato nord del castello, via Guglielmo Marconi, è delimitata da case che non risalgono all'insurrezione, in quanto il terremoto del 1805 le fece crollare. Quelle visibili oggi sono state ricostruite dopo l'evento sismico ed è possibile scorgerne evidenti differenze strutturali rispetto alle altre case circostanti più antiche (pietre grandi con superficie a faccia vista piana o in rilievo, modellate con puntello, dette "bolognini").
Nel periodo napoleonico-murattiano, Civitacampomarano era un centro giacobino impegnato nella lotta contro il brigantaggio. Questi banditi si erano aggregati ai sanfedisti e commettevano ogni genere di soprusi ai danni dei gentiluomini, probabilmente assoldati anche dagli stessi Borboni, accrescendo in alcuni di essi un desiderio di restaurazione del vecchio regime borbonico, visto come unico freno alla diffusione del fenomeno.
Così come nel Parlamento napoletano, con Gabriele Pepe, Civitacampomarano ebbe l'onore di avere per anni un proprio concittadino seduto al Parlamento del Regno d'Italia, l'on. Marcello Pepe. Per avere un'idea dell'importanza che raggiunse in quegli anni, basti pensare che il paese era capoluogo di mandamento e qui furono istituiti importanti presidi del Regno, come l'Ufficio del Registro (competenza che è poi confluita nell'attuale Agenzia delle Entrate), l'Ufficio di leva (che aveva sede in un palazzo, ora privato, il quale conserva nei soffitti degli ambienti ufficiali affreschi e stucchi della fine dell'Ottocento) e la Pretura, oltre alle due parrocchie, diverse confraternite (tra cui un ordine di ospedalieri), un Monte frumentario e delle importanti scuole.
Nel XX secolo il borgo raggiunse i abitanti, ma a causa delle scadenti vie di comunicazione, un terreno prevalentemente montuoso, la lontananza dai centri economici della regione, presto si è spopolato fino ad arrivare a 410 residenti, dati del 2016.
Simboli Lo stemma comunale è azzurro e raffigura tre torri d'oro, con merlatura alla guelfa, fondate una accanto all'altra sulla campagna di verde, quella centrale più alta, ciascuna sormontata da una stella d'argento a cinque punte. Il gonfalone è un drappo partito di verde e di bianco.
Monumenti e luoghi d'interesse Castello Angioino
Il castello è il principale monumento della cittadina. Si erge nella parte centrale del paese su un crinale di arenaria, fra i torrenti Mordale, che attraversa la Cavatella, e il Vallone Grande, uno degli affluenti del fiume Biferno e, secondo gli studiosi, la struttura dovrebbe risalire al XIII secolo, presentando l'edificio degli elementi architettonici tipici dell'epoca, sotto la dominazione angioina.