Il peplum in Italia (noto anche come sword and sandal in inglese, o sandaloni) comprende tutti quei film in costume di argomento storico, mitologico o biblico prodotti principalmente tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento sulla scia del successo di analoghe pellicole prodotte negli Stati Uniti. Questi film dominarono l'industria cinematografica italiana tra il 1958 e il 1965, venendo infine sostituiti dal successo dei spaghetti-western e dei film di spionaggio all'italiana.

Il termine "peplum" (una parola latina che si riferisce all'antico indumento greco denominato peplo) fu coniato dai critici cinematografici francesi nei primi anni '60 proprio con riferimento a queste pellicole di produzione italiana, caratterizzate perlopiù da un basso budget, da scenografie e costumi riciclati da altre produzioni e dalla presenza di un bodybuilder nei panni del protagonista, generalmente un eroe mitologico come Ercole, Maciste, Sansone o Ursus.

Storia Anni '10-'40: i precursori I peplum muti Il genere del film storico in costume nacque in Italia all'inizio del XX secolo. A partire dai primi anni del cinema italiano le tematiche classiche ed evangeliche fecero sviluppare il filone del film storico in proiezione kolossal. Pellicole celebri del periodo furono: La caduta di Troia (1911) di Giovanni Pastrone, Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Eleuterio Rodolfi, Quo vadis? (1912) di Enrico Guazzoni, il celebre Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone (nato dall'estro letterario di Gabriele D'Annunzio) o Fabiola (1918) di Enrico Guazzoni.

L'ambientazione classica e la serialità fecero di questa parte del cinema italiano all'avanguardia, che già allora era la più rappresentativa e studiata nel mondo. Il grande regista David Wark Griffith, uno dei padri del cinema statunitense, studiò proprio Cabiria, capolavoro kolossal del 1914, per preparare le scene in costume del suo Intolerance.

I film muti su Maciste (1914-1927)

Cabiria fu uno dei primi film ambientati nell'antichità a utilizzare un personaggio dalla muscolatura possente, Maciste (interpretato dall'attore Bartolomeo Pagano), che in questa pellicola d'esordio fungeva da fedele e servile spalla dell'eroe. Maciste divenne il personaggio preferito dal pubblico e Pagano fu richiamato più volte per riprendere il ruolo. Il personaggio di Maciste apparve in almeno una ventina di film muti italiani dal 1914 al 1926, sebbene ambientati in epoche e luoghi geografici molto diversi: al capostipite Maciste (1915), diretto da Luigi Romano Borgnetto e Vincenzo Denizot, seguirono diverse pellicole, Maciste alpino (1916), Maciste poliziotto (1918), Maciste medium (1918), Maciste atleta (1918), passando per La trilogia di Maciste (1920), diretta da Carlo Campogalliani (che negli anni '60 riprenderà con molto successo il personaggio in un altro film) fino ad arrivare a Il gigante delle Dolomiti (1927) di Guido Brignone, che chiuse la serie di film muti su Maciste.

Il periodo fascista e l'immediato dopoguerra L'industria cinematografica italiana ha distribuito diversi film storici all'inizio dell'era del cinema sonoro, come il kolossal di propaganda Scipione l'Africano (1937) di Carmine Gallone, scritto da Vittorio Mussolini e finanziato in gran parte dal governo fascista.

Una delle maggiori produzioni italiane del dopoguerra di carattere storico-religioso è rappresentata dal kolossal Fabiola (1949) di Alessandro Blasetti, uno dei maggiori sforzi produttivi dell'epoca che grazie alla sua magniloquenza viene presto visionato anche all'estero, stabilendo (dai tempi di Cabiria) un nuovo primato commerciale., pag. 1182. Fabiola è stata una delle coproduzioni italo-francesi di quegli anni insieme a Gli ultimi giorni di Pompei (1950) di Marcel L'Herbier e Paolo Moffa e a Messalina (1951) di Carmine Gallone.

Gli anni '50: la diffusione Il successo di critica e di pubblico riscosso dal film Ulisse (1954) diretto da Mario Camerini riuscì a convincere i produttori statunitensi ed italiani ad investire nel genere. Già a partire dalle riprese di Quo vadis (1951), film storico-religioso di grande successo diretto da Mervyn LeRoy, gli stabilimenti romani di Cinecittà furono ribattezzati la «Hollywood sul Tevere» perchè divennero la base operativa di grandi produzioni hollywoodiane di genere epico-storico come Elena di Troia (1956), Ben-Hur (1959) e Cleopatra (1963), nelle quali furono impiegate maestranze italiane, dal comparto costumi alle semplici comparse, a causa del loro basso costo. Gli esempi citati sono i modelli più famosi che, loro malgrado, generarono i «sandaloni» (conosciuti negli Stati Uniti come «sword and sandal» e ribattezzati dalla critica francese «peplum», dal nome di una tipica tunica usata nell'antichità), ovvero rifacimenti a basso costo di altre produzioni dello stesso genere, con riciclaggio di personaggi e scenografie.Steve Della Casa e Marco Giusti, Il grande libro di Ercole, Il cinema mitologico in Italia, Edizioni Sabinæ, 2013

1958-1962: l'apogeo del genere

Nel 1958 venne girato Le fatiche di Ercole di Pietro Francisci interpretato da Steve Reeves e Sylva Koscina; il film, tecnicamente non eccelso ma comunque godibile, ottenne un grande successo di pubblico in Italia e negli Stati Uniti, dando inizio al massiccio sfruttamento degli eroi muscolosi dell'antichità. L'anno successivo infatti uscì il seguito Ercole e la regina di Lidia, sempre diretto da Francisci, che riuscì a ripetere il successo di pubblico del precedente capitolo, mantenendo uno standard di qualità accettabile.

La prima metà degli anni sessanta fu il periodo di maggiore sfruttamento del genere peplum in Italia, che occupava in gran parte quella fetta di mercato di film d'evasione che sarebbe stata poi conquistata dallo spaghetti-western. Il regista Carlo Campogalliani riportò in vita il personaggio di Maciste (già protagonista dei suoi film muti degli anni '20 La trilogia di Maciste, Maciste contro la morte e Il testamento di Maciste) nel film Maciste nella Valle dei Re (1960), il primo di una nuovissima serie di pellicole dedicate al personaggio, seguita rapidamente da altri eroi mitologici, letterari o biblici che erano perfetti per incarnare l'ideale del muscoloso eroe "senza macchia e senza paura", come Ercole, Sansone e Ursus, quest'ultimo già protagonista del romanzo Quo vadis? e dell'omonimo film di successo. Questi personaggi forzuti si allontanarono ben presto dalla loro matrice letteraria o mitologica per sconfinare in avventure ambientate in una varietà di epoche storiche e luoghi differenti. Come scrisse il critico statunitense Robert Rushing, il peplum, «nella sua forma più stereotipata, [...] raffigura eroi muscolosi (culturisti professionisti, atleti, lottatori o attori robusti) nell'antichità mitologica, che combattono mostri fantastici e salvano bellezze seminude. Piuttosto che sontuosi kolossal ambientati nel mondo classico, sono film a basso budget che si concentrano sul corpo straordinario dell'eroe». Interpretati infatti da attori americani con esperienze da body-builder come Gordon Scott, Steve Reeves, Mickey Hargitay, Reg Park, Dan Vadis, Gordon Mitchell e Brad Harris, i forzuti entrano ben presto nell'immaginario collettivo. Alcuni ruoli furono ricoperti da culturisti italiani, che adottarono pseudonimi americani per lo schermo; così, lo stuntman Sergio Ciani divenne Alan Steel e l'ex gondoliere Adriano Bellini fu chiamato Kirk Morris.

Nel 1961 un gruppo di critici francesi, perlopiù giornalisti della rivista Cahiers du cinéma come Luc Moullet, iniziò a celebrare il genere (ribattezzandolo «peplum») e alcuni dei suoi registi, tra cui Vittorio Cottafavi, Riccardo Freda, Mario Bava, Pietro Francisci, Duccio Tessari e Sergio Leone.

A causa delle sue caratteristiche, il genere si prestava benissimo alla parodia di sè stesso (si pensi a Maciste contro Ercole nella valle dei guai di Mario Mattoli e Totò contro Maciste di Fernando Cerchio) ed oltre ai film sui forzuti venivano realizzate parallelamente altre pellicole riguardanti storie di amori e di battaglie tra il reale e il mitologico; anche alcune di queste produzioni raggiunsero un buon livello qualitativo (Arrivano i titani di Duccio Tessari o Le sette folgori di Assur di Silvio Amadio, entrambi del 1962), ma il continuo peggioramento della qualità delle opere maggiormente in voga (quelle sui forzuti) rovinò anche i pochi tentativi di realizzare opere più ambiziose.

Tra il 1960 e il 1965 furono distribuiti non meno di una decina di film peplum ogni anno. La serrata e spietata concorrenza che gli eroi si facevano l'un l'altro limitava gli incassi elargiti da un pubblico sempre più provato e stanco di trame che tendevano a ripetersi. Ben presto gli appassionati, non potendosi permettere economicamente di andare a vedere tutti i film di ciascuno di questi guerrieri, scelsero ognuno il proprio favorito, decidendo di andare a vedere esclusivamente le avventure del loro paladino, cancellando definitivamente la possibilità di realizzare peplum alternativi a questo sottogenere: Io, Semiramide (1962) di Primo Zeglio è l'ultimo tentativo di realizzare film peplum alternativi a quelli dei forzuti. Non ebbe successo di pubblico e critica a causa dello scarso budget.

1962-1965: il declino e la fine Le prime recessioni negli incassi diedero inizio ad un circolo vizioso, costringendo i produttori e i registi ad abbassare i budget e quindi abbassando la qualità tecnica delle opere. Ciò causò il progressivo abbandono del genere da parte degli appassionati e una conseguente ulteriore riduzione degli incassi. Per cercare di far fronte alla crisi gli autori ricorsero a discutibili scelte artistiche, facendo convivere due o più forzuti nello stesso film nella speranza di attirare i fan di entrambe le saghe, per poter moltiplicare gli incassi. Il caso limite si ebbe nel 1964 con la realizzazione di Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili diretto da Giorgio Capitani in cui tutti i quattro forzuti condivisero la scena di un'unica pellicola.

Nel 1965 vennero distribuiti altri film ma nessuno di questi riscosse il minimo successo e i produttori riuscirono a malapena a recuperare i pochissimi soldi spesi per la produzione; altri vennero prodotti, ma non trovarono mai un distributore disposto a rischiare nell'operazione. Messi con le spalle al muro, anche i produttori più fedeli al genere peplum preferirono concentrarsi sul nuovo filone che si stava diffondendo, lo spaghetti western: indicativo in questo senso il film Sansone e il tesoro degli incas (1964) di Piero Pierotti e, secondariamente, Zorro contro Maciste (1963) di Umberto Lenzi (nonostante, in realtà Zorro si situi a cavallo fra il '700 e l' '800, quando in Europa dominava Napoleone; e considerando che Zorro è in minima parte da considerarsi western).

Anni '80: il nuovo filone sword and sorcery