La Battaglia della Sforzesca è stato un episodio della prima guerra d'Indipendenza. Prende il nome dalla Sforzesca, la grande cascina con terreni adiacenti, appartenuta agli Sforza, situata alla periferia di Vigevano, presso cui avvenne la battaglia. Fu il primo scontro della seconda campagna della guerra combattuto fra i piemontesi, comandati dal generale polacco Wojciech Chrzanowski, e gli austriaci, comandati dal generale Josef Radetzky.
Benché l’esito dello scontro sia stato positivo per i piemontesi, che respinsero un attacco austriaco su Vigevano, dal punto di vista strategico la battaglia non consentì ai piemontesi di fermare l’avanzata austriaca, che proseguì con la vittoria di Radetzky nella battaglia di Mortara e nella battaglia di Novara.
La ripresa delle ostilità
Con la sconfitta piemontese di Custoza del 27 luglio 1848 e l’armistizio Salasco, terminava la prima campagna della prima guerra d’indipendenza. Ma il re di Sardegna Carlo Alberto, era intenzionato a riprendere le ostilità.
Diversamente dal consiglio datogli dal ministro della Guerra Giuseppe Dabormida che avrebbe voluto un francese al comando dell'esercito piemontese, Carlo Alberto preferì il meno impegnativo generale polacco Wojciech Chrzanowski. Allo stesso tempo vennero allontanati diversi dei comandanti della prima campagna: Ettore De Sonnaz, Eusebio Bava e Carlo Salasco. Si susseguirono poi, nei mesi dell'armistizio, ad opera dei vari ministri della Guerra dei tentativi di migliorare la qualità dell'esercito che però non ottennero grandi risultati. Il 1º marzo 1849 la Camera approvò con 94 voti favorevoli e 24 contrari la ripresa della guerra. Carlo Alberto decise che le ostilità si sarebbero riaperte il 20 marzo..
Sulla carta l'esercito di Carlo Alberto ammontava a uomini, ma sottratti gli uomini in congedo o malati si riduceva a , di cui solo di prima linea.. Delle 8 divisioni 5 erano attorno a Novara, una era fra Alessandria e Voghera; una brigata nei dintorni di Piacenza e un’altra sul Lago Maggiore (che insieme costituivano una divisione) e un’altra divisione era a Parma..
L'esercito austriaco invece, che aveva avuto secondo le clausole dell'armistizio 8 giorni di preavviso prima dell'inizio delle ostilità, il 20 marzo 1849 si trovò tutto concentrato a Pavia e nei suoi dintorni.. Le forze di Radetzky ammontavano a uomini, senza contare i impegnati presso Venezia e le truppe di guarnigione, che a Piacenza consistevano in una brigata. Quanto ai generali, Radetzky aveva preferito, per quanto possibile, lasciare gli stessi comandanti del 1848..
Dall’invasione austriaca alla Sforzesca
Il 20 marzo 1849 a mezzogiorno si riaprirono ufficialmente le ostilità. I piemontesi, eccetto che per una ricognizione oltre il Ticino verso Magenta, non si mossero. Radetzky invece, dalla testa di ponte di Pavia, entrò a sorpresa e in forze nel Regno di Sardegna.. La zona dell'attacco era presidiata dalla divisione lombarda, il cui comandante Gerolamo Ramorino aveva avuto l'ordine di portarsi avanti e mantenere una forte posizione a La Cava per sorvegliare l'ultimo tratto del Ticino alla confluenza con il Po. In caso di difficoltà la divisione avrebbe dovuto ritirarsi verso nord su Mortara. Il generale Ramorino era invece convinto che gli austriaci intendessero conquistare Alessandria e che il passaggio del Ticino presso Pavia non era che una finta. Egli, quindi, non solo lasciò alla Cava una quota modesta delle sue truppe, ma ordinò loro che in caso di pericolo avrebbero dovuto dirigere a sud e passare il Po..
Contrariamente a quanto previsto da Ramorino, dalle 12 del 20 marzo, la divisione austriaca dell'arciduca Alberto passò il Gravellone, affluente del Ticino fuori Pavia, aprendo la strada a tutto l'esercito austriaco. Presso la Cava, infatti, in assoluta superiorità numerica, gli austriaci ebbero la meglio sui piemontesi. Contravvenendo agli ordini ricevuti, Ramorino fece ritirare tutte le sue truppe sulla sponda destra del Po e non ripiegò verso nord, isolando così la sua divisione a sud..
La battaglia
Accertato che il grosso dell’esercito austriaco proveniva dal passaggio del Ticino a Pavia, l'incertezza piemontese durò ancora alcune ore. Fin quando, verso le 3 di mattina del 21 marzo, Chrzanowski decise di opporre alla direttrice d'attacco nemica su Mortara 2 divisioni presso il centro abitato (1ª Divisione e divisione di riserva) e altre 3 da Vigevano a minacciare il fianco destro dell'avanzata austriaca: la 2ª Divisione di Michele Bes, la 3ª di Ettore Perrone di San Martino e la 4ª di Ferdinando di Savoia, duca di Genova, che non parteciperà alla battaglia..
Lo scontro di Borgo San Siro
Verso le 11, l'avanguardia del 1º Corpo austriaco di Eugen Wratislaw che avanzava lungo la sponda destra del Ticino a protezione del grosso dell'esercito austriaco diretto a Mortara, impegnò un reparto in ricognizione della 2ª Divisione piemontese presso Borgo San Siro (10 km a sud di Vigevano). Nonostante la superiorità numerica gli austriaci non riuscirono a passare, se non dopo un’ora e dopo avere ricevuto rinforzi. A questo punto, il colonnello Rodolfo di Montevecchio, comandante del reparto di ricognizione, dispose per il ripiegamento ma lanciò una carica di cavalleria di alleggerimento, effettuata da uno squadrone del Reggimento ”Piemonte Reale”, che riuscì a proteggere la manovra di disimpegno della fanteria. Solo dopo aver resistito ancora nel centro abitato i piemontesi si ritirarono in ordine verso la Sforzesca, a Vigevano, dove erano posizionate in difesa il resto della 2ª e la 3ª Divisione piemontese..
Lo scontro alla Sforzesca
Il generale Bes raggiunse la posizione assegnatagli alle 8 di mattina, ma dispose che una delle sue due brigate avanzasse fino a Gambara, presso Gambolò per recare disturbo alle forze austriache che avanzavano verso Mortara. Carlo Alberto e Chrzanowski, giunti alle 13 poco a sud di Vigevano, alla villa della Sforzesca, disposero che la difesa della strada che attraverso Trecate, proseguiva per Novara andava all’intera 2ª Divisione di Bes sulla strada proveniente da Borgo San Siro, e alla 3ª Divisione di Perrone di San Martino su quella da Gambolò. Bes fu costretto, così, a richiamare la brigata in avanscoperta, proprio quando il 1º Corpo austriaco attaccava la sua Brigata "Acqui" (o "Brigata composta") rimasta alla Sforzesca e comandata da Enrico Morozzo della Rocca. La brigata in quel punto schierava solo il 17º Reggimento di fanteria, 2 compagnie di bersaglieri e 2 cannoni..
Intralciate dagli ingorghi che si erano creati sulla strada del ritorno verso Vigevano, le truppe piemontesi della brigata distaccata non avrebbero avuto il tempo di arrivare e contrastare l’assalto austriaco. Bes, allora, dispose che dalle retrovie si portasse all’attacco il 23º Reggimento di fanteria, comandato dall’allora colonnello Enrico Cialdini, assieme a 2 squadroni di cavalleria del “Piemonte Reale” e 4 cannoni. Il contrattacco piemontese travolse gli austriaci del generale Wratislaw. Giunti 2 battaglioni nemici di rinforzi, il generale Bes, deciso a non far passare gli austriaci lungo la strada di Vigevano, contrattaccò nuovamente e batté ancora il nemico, che attaccò un’altra volta con 3 nuovi battaglioni. Intanto, nello slancio della battaglia, Bes si era ormai allontanato dalla Sforzesca di quasi 6 km, assalendo ancora gli uomini di Wratislaw che cominciavano a riorganizzarsi e reagire efficacemente. Solo ora Bes, visto il pericolo di un aggiramento della sua ala destra, considerò di ripiegare sulle posizioni difensive. Così, alle 19:00, tutte le truppe della 2ª Divisione erano posizionate in difesa della Sforzesca: il nemico era stato respinto..
Lo scontro di Gambolò La strada, intanto, che da Gambolò portava a Vigevano era presidiata dalla 3ª Divisione di Perrone di San Martino. Anche da questo lato, intorno alle 18:00, si verificò un assalto austriaco che, condotto da un battaglione di Cacciatori, 2 compagnie di fanteria, uno squadrone di cavalleria degli Ussari e 2 cannoni, viene contrattaccato e respinto.
Esito della battaglia La battaglia dimostrò il valore dei soldati piemontesi e specialmente delle nuove reclute che erano state volute nel riordinamento dell’esercito di Carlo Alberto durante l’armistizio. Combatterono complessivamente soldati piemontesi contro austriaci. I piemontesi lamentarono 21 morti, 94 feriti e un centinaio di dispersi; gli austriaci 25 morti, 180 feriti e 120 dispersi. Entrambi gli schieramenti ottennero però quello che volevano: i piemontesi bloccare gli austriaci sulla strada di Vigevano per Novara; gli austriaci assicurarsi l’avanzata sulla strada che da Pavia va verso Mortara e Novara. Se i soldati di Carlo Alberto avessero almeno mantenuto i borghi di Gambolò e San Siro, onde evitare il passaggio degli austriaci sullo stradone per Mortara, avrebbero conseguito un successo netto. Ma così non fu e la quasi contemporanea battaglia di Mortara dimostrerà la debolezza strategica di questa vittoria..
Note Esplicative
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