La chiesa e il monastero di San Pietro, che hanno dato il nome all'omonimo borgo della città di Vicenza, fino al 1810 costituivano la sede principale e gestionale dell'abbazia di San Pietro, il più antico e potente insediamento femminile benedettino del territorio vicentino. La chiesa è divenuta sede parrocchiale, mentre l'ex monastero è adibito a istituto di assistenza per anziani.

Storia

Origini La fondazione della chiesa di San Pietro è sicuramente molto antica. In essa si sono trovati reperti (lacerti di sarcofago, parti di fondamenta) che vanno dal VII al IX secolo ma, nonostante nel tempo siano state date diverse interpretazioni, nessuno di essi può, per caratteristiche e per collocazione, indicare con precisione il periodo di costruzione della chiesa.

Si è ipotizzato anche che il nome del titolare, cioè San Pietro, potesse indicare il momento dell'opposizione da parte della Chiesa cattolica romana all'occupazione dei longobardi ariani, oppure il periodo della loro conversione al cattolicesimo, ma anche queste sono supposizioniAristide Dani, in .

Accettando l'interpretazione data da Domenico BortolanSacerdote erudito e dedito all'insegnamento, che nell'ultimo ventennio dell'Ottocento resse con competenza e scrupolosità la Biblioteca civica Bertoliana, occupandosi del suo riordino e del suo trasferimento dalla sede di contrà del Monte al convento dei Santi Filippo e Giacomo. Fu studioso di storia locale, in particolare di quella religiosa e gratificò la "sua" Biblioteca con varie donazioni. V. , che si basa su di un'iscrizione conservata nella chiesa di fianco all'altare della Madonna Addolorata, lo storico vicentino Giovanni Mantese afferma che la fondazione del monastero potrebbe risalire all'anno 827., il che non esclude che la chiesa possa essere stata già esistente.

Tenuto conto di ciò che si conosce delle chiese campestri del primo millennio - come quelle di San Michele a Caldogno, di Santa Maria in Favrega e di San Zeno a Costabissara, di San Martino vicino a Ponte del Marchese e di San Giorgio in Gogna a Vicenza - si può ipotizzare che la chiesetta primitiva fosse un piccolo edificio a pianta rettangolare estremamente semplice e senza elementi architettonici di rilievo, con abside unicaAristide Dani, in .

Medioevo Questo primo monastero, probabilmente benedettino e maschile, ebbe una vita difficile; quasi sicuramente - come l'altro dei santi Felice e Fortunato - subì le scorrerie degli Ungari alla fine del IX e agli inizi del X secolo, forse fu distrutto. In ogni caso stava per andare in rovina quando, nel 977, il privilegio del vescovo Rodolfo lo definiva "quasi annientato e deserto di ogni culto monastico e divino ufficio". Non servirono a molto un privilegio concesso dal vescovo Astolfo nel 1033 e un diploma di protezione da parte dell'imperatore Enrico III nel 1055.

Vi sono opinioni diverse sul momento in cui esso divenne un monastero femminile. Secondo il Mantese lo era già nella prima metà dell'XI secolo, secondo altri lo divenne qualche decennio dopo..

Così come era avvenuto per i benedettini di San Felice, anche al monastero di San Pietro i vescovi assegnarono in feudo una notevole quantità di possedimenti, estesi su tutto il territorio vicentino. Tra gli altri la vasta Selva Mugla, nella zona ora compresa tra gli abitati di Vivaro, Polegge e Cavazzale; la maggior parte del territorio a est della città, da Settecà a Casale, da Lerino a Grantorto e Rampazzo e fino a Grumolo, poi detto "delle Abbadesse".

Probabilmente nel corso dell'XI secolo - ma il periodo non è certo, data la scarsità dei reperti giunti fino a oggi, sostanzialmente i muri perimetrali e quelli della facciata - al posto della precedente venne costruita una seconda, più ampia, chiesa. Tenuto conto dell'epoca di costruzione, deve essere stato un edificio in stile romanico, con una navata centrale più alta e dotata di finestre che facevano entrare molta luce all'interno della chiesa, due navate laterali più basse e la facciata a tre salientiAristide Dani, in .

Dal monastero dipendevano anche altre chiese, come quelle di San VitaleSi affacciava sull'attuale piazza San Pietro; doveva essere già scomparsa nel XVI secolo, perché non si vede nella Pianta Angelica del 1580; se ne vede però ancora il campanile nella pianta del Monticolo del 1611. Aristide Dani, in e di Sant'AndreaSi trovava in contrà Sant'Andrea, nei pressi duella Corte dei Roda. Fu sede parrocchiale tra il XIII e il XV secolo; le monache la fecero restaurare nel 1536; fu abbattuta durante il periodo napoleonico. ; , anch'esse all'interno del borgo San Pietro, e la chiesetta di San Pietro in Monte alla sommità del percorso dove, in seguito, furono costruite le Scalette di Monte Berico, chiesetta che nel 1280 fu ceduta alla Compagnia dei Cavalieri Gaudenti...

Già dopo il 1000, però, questo immenso patrimonio venne messo in pericolo dai signori rurali e dai piccoli feudatari che tentavano di usurpare i fondi che, a loro volta, l'abate di San Felice e la badessa di San Pietro avevano loro concesso. Dato che ormai anche il vescovo di Vicenza aveva perso quasi tutto il proprio potere, questi ultimi si rivolsero all'imperatore germanico; così nel 1048 Enrico III firmava un privilegio in favore del monastero di San Pietro - la cui badessa si era ingraziata l'imperatrice per ottenere questo favore - e questo atto riuscì in seguito molto utile per la difesa del patrimonio del monastero..

Finita, con il concordato di Worms, la lunga lotta per le investiture, la tutela del monastero di San Pietro passò sotto l'egida del papa; Callisto II con un suo privilegio del 1123 lo prese sotto la protezione apostolica. Il vescovo di Vicenza Lotario promosse il restauro degli edifici e nel 1136 confermò alle benedettine di San Pietro tutti i privilegi emanati dai suoi predecessori..

Nel XIII secolo iniziò una generale decadenza dell'ordine benedettino, nonostante i tentativi fatti da papi e da vescovi vicentini per richiamare i monasteri al primitivo fervore, tentativi che però non ottennero buoni effetti. Nel 1254 papa Innocenzo IV incaricava l'allora vescovo di Vicenza Manfredo dei Pii e Bartolomeo da Breganze di visitare il monastero di San Pietro disciplinarmente decaduto e infetto di eresia, per operarvi una riforma. Una riforma che proprio non riuscì, tanto che nel 1291 papa Niccolò IV doveva chiedere al vescovo Pietro Saraceni di andare personalmente al monastero e di riformarlo e, se questo non fosse stato possibile, di trasferire le monache altrove..

In seguito il patrimonio si arricchì e si diversificò: nel Trecento, le monache possedevano anche delle officine per la lavorazione della lana e altre per la lavorazione del ferro lungo il Bacchiglione, una bottega per la lavorazione delle pelli in piazza Biade a Vicenza e una fornace a Camisano....

Il monastero comunque restò in vita, sempre titolare dei suoi numerosi possessi, ricevendo nel 1318 dal vescovo Sperandio e nel 1335 dal vescovo francescano Biagio da Leonessa la riconferma degli antichi privilegi concessi dai predecessori; in realtà questi privilegi erano più formali che reali, essendo stato il patrimonio del monastero ampiamente eroso e le badesse continuamente coinvolte in vertenze giuridiche. Fiore de' Porcastri, proveniente da nobile famiglia vicentina, fu la più grande badessa di San Pietro nel XIV secolo. Sotto la signoria scaligera, i beni della chiesa furono ulteriormente depredati, ma il monastero di San Pietro riuscì a farsi rinnovare, dapprima nel 1375 da papa Gregorio XI e poco dopo da papa Urbano VI, il diretto patrocinio della Santa Sede; alla fine del secolo, comunque, vivevano nel monastero solo 5 monache, di cui due straniere..

Età moderna

Durante il XV secolo tutte le architetture del monastero vennero rinnovate: nel 1427 furono effettuati lavori di ricostruzione e abbellimento del chiostro, con le caratteristiche decorazioni in cotto e nella seconda metà del secolo venne completamente ristrutturata - e riconsacrata nel 1596 - la chiesa; fu innalzato il piano di calpestio, probabilmente per difendere meglio l'edificio dalle alluvioni del vicino Bacchiglione, fu abbassata la navata centrale e la facciata assunse l'attuale forma a capanna, rinnovato l'interno dove colonne di marmo, ornate di preziosi capitelli, furono poste per sostenere le poderose arcate.

Tutti gli edifici furono quindi rinnovati secondo il gusto tardo gotico e neorinascimentale del tempo, potendo contare sui cospicui finanziamenti che le monache, ormai quasi tutte appartenenti alle famiglie aristocratiche della città, apportavano al monasteroAristide Dani, in ; durante questi lavori vennero disperse le precedenti opere e le lapidi esistenti; anche di questi lavori però, al giorno d'oggi, resta poco...

Il secolo XV si era aperto comunque con un livello di vita monacale molto degradato, anche per il malgoverno delle badesse del tempo, quasi tutte appartenenti all'aristocrazia cittadina, entrate in convento non per vocazione ma per costrizione e quindi portate a esercitare il prestigio e il potere che derivavano dalla loro condizione. Così nel 1435 il vescovo di Vicenza Francesco Malipiero si impegnò nella riforma degli ordini religiosi della diocesi e in particolare di quello benedettino, cui appartenevano le monache di San Pietro; egli privò la badessa del potere amministrativo, affidandolo a monache elette annualmente, quindi riconobbe al capitolo il diritto di eleggere la badessa con cadenza annuale. Egli vietò anche l'ingresso nei luoghi di clausura a ogni persona d'ambo i sessi secolare o ecclesiastica e ordinò che ai parlatori venisse applicata una grata di ferro; disposizioni che però vennero poco rispettate, tanto che dieci anni dopo papa Eugenio IV, confermando con una bolla le disposizioni del vescovo, disapprovava la cattiva condotta delle monache, che dava adito alle mormorazioni della gente. Dopo questa presa di posizione il monastero ebbe una notevole ripresa e aumentò il numero delle monache che, agli inizi del secolo successivo, erano quasi una cinquantina; nel 1524 erano ormai 80 e conducevano un'esemplare vita religiosa. Si trattava di una riforma simile a quella del monastero maschile di San Felice e, come era avvenuto per questo, nel 1499 anche San Pietro fu incorporato nella Congregazione di santa Giustina di Padova..

Nel 1520 papa Leone X emanò una bolla contro gli illegittimi possessori e usurpatori dei beni delle monache di San Pietro. Non soltanto le vaste estensioni terriere del suburbio, di Schio e altre zone erano state manomesse, ma perfino gli antichi diritti e privilegi che le monache avevano sulle acque del Bacchiglione venivano contestati..

Nel 1560 le monache di San Pietro fecero chiudere la porta di Camarzo, apertura nelle mura scaligere che si trovava a sud del monastero vicino al Bacchiglione.

Sul finire del Cinquecento - tra il 1571 e il 1596 - la chiesa subì un altro intervento di abbellimento, questa volta in stile classico. Scomparsi il portichetto e i tre rosoni, la facciata prese l'aspetto attuale. All'interno le pareti dell'abside furono ornate da un prezioso paramento corinzio, raffinata opera della bottega degli Albanese; la navata maggiore fu ricoperta da un soffitto in legno a lacunari, contenenti tele della bottega dei Maganza, andato distrutto sotto il bombardamento austriaco della città il 10 giugno 1848.

La Pianta Angelica, che tante notizie dà sulla città alla fine del XVI secolo, mostra una chiesa rettangolare, con statue alla sommità del timpano e sulla facciata un portichetto e tre rosoni a segnare le tre navate interne. Sono ben visibili il campanile e il chiostro del convento.

Età contemporanea In seguito alla soppressione di tutti gli ordini religiosi determinata dai decreti napoleonici del 1806 e 1810, le monache dovettero abbandonare il monastero che divenne patrimonio demaniale. La chiesa, in base alla riorganizzazione ecclesiastica, divenne sede parrocchiale.