La storia di Siracusa in epoca romana comincia dopo l'assedio del 212 a.C., quando il console Marco Claudio Marcello — apostrofato da Livio come la "Spada di Roma" —, con le legioni romane, vinse la lunga resistenza siracusana, riuscendo ad entrare e conquistare quella che fu la più vasta poleis d'Occidente.

La città fu portata sotto il dominio della Repubblica romana, facendone parte come città capitale della provincia romana di Sicilia; sede dei pretori e dei magistrati che i latini mandavano per amministrare l'isola mediterranea. Vide in seguito la nascita dell'Impero romano. Siracusæ, ripopolata in parte sotto il volere del primo imperatore romano, Augusto, che qui stabilì una delle sue colonie latine (I sec. a.C.), non riuscì più a ritornare all'antico splendore del tempo greco.

Con l'avvento del Cristianesimo la città divenne una delle prime civitates latine e d'Occidente a convertirsi alla nuova religione. Memoria di quel periodo furono le catacombe siracusane: le più vaste al mondo dopo quelle della stessa Roma.

La città infine cadde in mano alle invasioni barbariche che fecero crollare l'impero romano d'Occidente, distruggendo il potere consolidato che i latini avevano avuto su quelle terre per quasi un millennio. Syracusæ passa sotto il dominio dell'Impero romano d'Oriente, in epoca bizantina e, sotto i greci, diventa persino capitale dell'intero impero per sei anni (dal 663 al 669), per volere di Costante II.

Contatti precedenti tra le due culture

Se si esclude la nota donazione di grano a Roma da parte del dinomenide Gelone I — donazione che comunque non è certo sia avvenuta negli anni della tirannide siracusana o ancor prima, quando Gelone era tiranno di Gela — i più antichi rapporti, se pur indiretti, tra Roma e Siracusa risalirebbero al IV sec. a.C., quando i due Dionigi avrebbero finanziato i Galli, nemici dei Romani — sostenendo di conseguenza i latini —, introducendo il popolo celtico tra le file dell'esercito siracusano. Giustino, nel compendio a Pompeo Trogo, diede a tal proposito la notizia di un'avvenuta alleanza tra i Galli Senoni e Dionisio I.

I successivi attacchi di mercenari gallici nel Lazio, provenienti dal Sud Italia; l'attacco di una flotta greca — che Livio sostenne essere sicilianaTito Livio, Ab Urbe Condita, VII, 25-26 — presso le coste romane; il trattato di alleanza che Roma strinse con Cartagine proprio nel periodo più concitato della tirannide dionigiana — la quale si avviava verso la sua stroncatura —, sono tutti fattori storici che fanno propendere per un rapporto di aperta ostilità, piuttosto che di alleanza, tra Roma e Siracusa nel IV sec. a.C.Di questo parere è il Pais, il quale sostiene che la postuma storiografia romana abbia confuso il nome di Dionisio I con quello di Gelone I, in merito ad una donazione di greco dalla Sicilia all'urbe. Il malinteso avrebbe portato a credere, erroneamente, che il tiranno siracusano fosse un alleato di Roma. .

La politica espansionistica della polis di Syrakousai lasciò diversi segni nella cultura romana. La leggenda del Tevere, il cui nome sarebbe d'origine siracusana; le accuse che il popolo romano rivolse a Furio Camillo, a causa del suo trionfo con dei cavalli bianchi, suscitate da una paura latente che avrebbe accostato la figura del dittatore romano a quella del tiranno siracusano, Dionigi; finanche il ricordo delle vicende di IV sec. a.C. nell'Eneide di Virgilio, dove il poeta mantovano mostra un'evidente analogia con la storiografia liviana, la quale a sua volta serba la memoria di un coinvolgimento da parte dei Siracusani nell'invasione gallica della penisola italica, e lo collega alla conseguente resistenza romana.Per approfondire l'argomento vd. Marta Sordi, Scritti di storia romana, 2002.

Per i decenni a venire, dopo la caduta della tirannide dionigiana, non si ebbero più notizie di ulteriori rapporti intercorsi tra Roma e Siracusa. L'avvicinamento fu però improvviso e devastante, per i Siracusani, durante la metà del III sec. a.C., quando scoppiò la prima delle tre guerre romano-puniche che ebbe come teatro principale e assoluto la Sicilia.Vd. in generale Storia del Mediterraneo nell'antichità: 9.-1. secolo a.C, ed. 2004.

Avvenimenti storici La conquista

Il siracusano Soside e lo spagnolo Merico, tradendo l'esercito della pentapolis, aprirono le sue porte alle legioni romane capitanate da Marco Claudio Marcello. Dopo tre anni di lungo e impervio assedio, Siracusa cadde.

Il console romano impedì che la città fosse data alle fiamme e fece rispettare l'incolumità della popolazione vinta.Il comportamento di Marco Claudio Marcello nei confronti dei vinti siracusani è elogiato da Cicerone e narrato da Plutarco. È stato così tradotto nelle fonti moderne: Tuttavia Siracusa dovette subire la legge del conquistatore. Terminata la guerra, i romani, con ordine di Tito Otacilio Crasso da Lilibeo, fecero giungere dentro la città 130 navi cariche di provvigioni, principalmente frumento, appena in tempo per evitare che vincitori e vinti perissero di fame, con le catastrofiche conseguenze che ne sarebbero seguite.. Tale episodio rende nota la difficile situazione in cui si era giunti al termine del conflitto, da entrambe le parti. Da un frammento di Diodoro Siculo si apprende inoltre che alcuni Siracusani, per sfuggire alla fame, si fecero annoverare tra gli schiavi della città, nonostante in realtà avessero la condizione di libero cittadino e quindi non soggetti alla schiavitù romana.

Un'altra conseguenza immediata alla conquista fu la proibizione per ciascun siracusano di abitare nell'isola di Ortigia.Le fonti si limitano a dire che fu un divieto emanato nel tempo romano: subito dopo la conquista e vigente ancora al tempo di Cicerone. Le motiviazioni sarebbero da ricercarsi nella naturale difesa che offriva l'isola ai suoi abitanti; circondata dal mare, essa li rendeva padroni dei due porti. I romani dunque vi scorgevano una possibile minaccia siracusana al dominio romano sulla città. Altre fonti affermano che l'isola venne evacuata perché dedita ormai alla sola funzione militare romana. Per avere degli accenni su tale informazione si vedano le fonti: Gioacchino Di Marzo, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia..., 1869, p. 312; Karl Julius Beloch, La popolazione antica della Sicilia, 1889, p. 80; Salvatore Borzì, Sicilia schiava: panoramica azione critico-storica sugli antichi avvenimenti di Sicilia, 1962, p. 97.

Le ricchezze di Siracusa saccheggiate

La conquista romana ebbe come immediata conseguenza il saccheggio di tutti i tesori della città. Marcello portò l'ingente bottino di Siracusa, praeda et manubiae, a Roma. Gli ornamenta urbis della città greca vennero fatti sfilare dal generale romano durante il suo trionfo sul Monte Albano — poiché gli fu negato di trionfare all'interno dell'urbe — e durante la sua successiva ovazione. Le spoglie siracusane vennero collocate nel tempio Honor et Virtutis, nei pressi della porta Capena. Ma al principio il collegio dei pontefici negò a Marcello di far coesistere due divinità in un'unica cella, così il console romano fece costruire un altro tempio di Virtus accanto a quello di Honor, e venne costruito con le manubiae siracusane.Kokalos 46, ed. 2004, p. 266. La dedica fu infine apportata dal figlio di Marcello nel 205 a.C.M. Cadario, I Claudi Marcelli: Strategie di propaganda in monumenti onorari e dediche votice tra III e I secolo a.C., in Ostraka, 2005, p. 149.

Le spoglie siracusane, che testimoniavano i livelli d'arte raggiunti dalla civiltà greca, suscitarono enorme interesse ed entusiasmo tra i romani, al punto tale che il tempio nel quale furono esposte viene considerato come il «primo museo di Roma»; visitato anche dagli stranieri.A riprova del fondamentale ruolo svolto dalle opere d'arte depredate a Siracusa ed esposte in Roma, vi è l'interesse di Vespasiano che, nel restituire l'arte pubblica, precedentemente privatizzata da Nerone, fece restaurare il tempio di Honor et Virtus, in quanto «simbolo dell'arte pubblica romana», nonostante fosse ormai privo delle sue spoglie. Vd. M. Cadario, I Claudi Marcelli: Strategie di propaganda in monumenti onorari e dediche votice tra III e I secolo a.C., in Ostraka, 2005, p. 149, n. 17.

L'importazione dei tesori siracusani comportò l'inizio della luxuria tra i Romani.Cit. M. Cadario, I Claudi Marcelli: Strategie di propaganda in monumenti onorari e dediche votice tra III e I secolo a.C., in Ostraka, 2005, p. 149. La cattura di Siracusa rappresentò un punto cruciale per l'avvicinamento della cultura latina a quella greca. Vi era il timore che avendo ornato Roma di opere d'arte così pregiate, e avendo, con esse, immesso nell'urbe il gusto per tutto ciò che fosse greco, i Romani avessero inesorabilmente segnato la loro società, rendendola vulnerabile, non più dedita solamente alla guerra. Catone definì l'arrivo del bottino siracusano come una «calamità», con le sue statue, «si aprì la porta ai nemici, che presto o tardi segneranno la distruzione di Roma».«Infesta mihi credite signa ab Syracusis illata sunt huie urbi.». Catone in Livio, I, 34, 3.

Il saccheggio dei tesori di Siracusa, e la loro successiva traslazione a Roma, sostanzialmente può definirsi l'origine del pensiero formulato in seguito da Orazio (Epistole, Il, 1, 156), il quale afferma che Graecia capta ferum victorem cepit.Vd. Ettore Pais, Storia di Roma dalle origini all' inizio delle guerre puniche, ed. 1927, p. 275; F. M. D'Ippolito, F. Lucrezi, Profilo storico istituzionale di diritto romano, 2003, p. 161. Affermazione analoga, riguardante la presa di Siracusa, venne formulata da Livio:

Il processo del console Marco Claudio Marcello

Il pontifex maximus e censore, Marco Cornelio Cetego, esortò i Siciliani a querelare Marcello per il comportamento tenuto dopo le battaglie. I Siracusani, scossi dalla recente presa della loro città, accettarono l'invito di Cetego e vennero a Roma, dove furono ospitati da importanti famiglie romane, nemiche di Marcello.

Nel senato romano ebbe luogo un processo che non aveva precedenti nel suo genere, in quanto si trattava di un popolo vinto che accusava pubblicamente il proprio conquistaore, chiedendo di riavere indietro i beni sottratti durante l'azione di guerra.

Marcello, nell'udire le accuse che gli venivano rivolte, non mancò di sottolineare che non si poteva querelare un generale che aveva adempiuto alle leggi di guerra. Non senza accorati appelli da entrambe le parti, le accuse infine decaddero — saliente fu la presa di parola da parte di Manlio Torquato, il quale sostenne che la polis non meritava la fine miseranda che le aveva inflitto Marcello, ricordando piuttosto l'amicizia che aveva legato Roma al re Gerone II, e al giudizio di quest'ultimo se avesse visto le spoglie di Siracusa appese alle porte di Roma. Ma proprio a causa del processo, Marcello rinunciò al comando sulla Sicilia, scambiando il suo ruolo con quello di Levino, al quale era toccata in sorte l'Italia, andando così incontro al suo mortale nemico, Annibale.

L'arrivo di Scipione

Durante il suo consolato Publio Cornelio Scipione giunse in Sicilia. Dopo aver reclutato numerose truppe da condurre nella guerra contro Cartagine, venne con esse a Siracusa. Qui dimorò durante l'inverno. In questo arco di tempo Scipione si dedicò all'allenamento delle sue truppe, esercitandosi egli stesso all'interno del ginnasio siracusano.Tito Livio, XXIX, 20.