Le chiese altomedievali di Vicenza note sono una trentina: dagli scarsi documenti rimasti in nostro possesso, conosciamo il nome di una decina di chiese esistenti verso la fine dell'Alto Medioevo all'interno della cinta muraria della città di Vicenza e di un'altra ventina esistenti nel suburbio e nelle colture, le prime tutte dipendenti dai canonici della cattedrale e officiate da preti secolari, le seconde quasi tutte dipendenti da abbazie benedettine.

Per una città di modeste dimensioni come Vicenza, che a quel tempo contava poco più di 5.000 abitanti, sembrerebbe un numero di chiese piuttosto elevato; esse però assolvevano a funzioni diverse da quelle attuali: erano non solo luoghi di culto, ma anche di riunioni e assemblee, di affari e di registrazione di atti importanti, di asilo per i fuggiaschi o per i pellegrini che si recavano in città.

Data la carenza di fonti (le prime sono sostanzialmente del XII secolo) che attestino il momento esatto in cui furono costruite le più antiche chiese minori di Vicenza - escludendo quindi le due di chiara origine tardo antica, cioè la Cattedrale e la Basilica dei Santi Felice e Fortunato l'origine delle quali risale alla fine del IV o alla metà del V secolo - per convenzione possiamo definire altomedievali le chiese che sono citate in documenti anteriori al 1200, dando per scontato che siano state costruite entro tale data e quindi sostanzialmente prima della formazione del Comune di Vicenza, cioè siano anteriori alla metà del XII secolo. Queste chiese hanno delle caratteristiche peculiari, diverse da quelle che saranno costruite nel Duecento dagli ordini mendicanti o dai nuovi ordini religiosi che sostituiranno i benedettini.

Pur così individuate, di queste chiese non rimane praticamente nulla di concreto. Le opere di demolizione o di ristrutturazione, così come la riorganizzazione ecclesiastica della diocesi e degli ordini religiosi, avvenute nel corso dei secoli, hanno spesso cancellato anche ogni traccia di edifici che pure, a suo tempo, avevano avuto un'importanza anche notevole.

Antiche chiese entro le mura altomedievali Il primo documento che ricordi le antiche chiese urbane è un privilegium contenuto in una bolla di papa Urbano III datata 1186, con la quale venivano confermate ai canonici della cattedrale di Vicenza tutte le donazioni fatte loro l'anno precedente dal vescovo Pistore, compresa la titolarità di dieci "cappelle urbane", quindi esistenti all'interno delle mura, e cioè quelle di San Paolo, dei Santi Giacomo e Filippo, di San Marcello, di Sant'Eleuterio,Dal XVI secolo chiamata Santa Barbara. di Santo Stefano, dei Santi Faustino e Giovita, di San Marco (questa però posta al di fuori delle mura, poco oltre il ponte Pusterla), di San Lorenzo di Portanova, di San Lorenzo in Berica, di San Vito (anch'essa fuori le mura sulla strada di Lisiera), di San Savino e di San Salvatore.. Con la stessa bolla ai canonici veniva confermata anche la titolarità di chiese extraurbane, che nel 1186 erano almeno 16: Incignanum, Sovizzo, Cresole, Rettorgole, Fabrica, Arcugnano, due a Bertesina, Longare, Santa Giustina, Sant'Apollinare, Costa Rovolon, Longara, Santa Croce, San Desiderio e San Giacomo. Il privilegium di Urbano III fu poi confermato da un analogo di Innocenzo III nel 1206.

Le prime sette citate sarebbero state chiamate nel secolo successivo le "sette cappelle urbane", cioè chiese secondarie appartenenti alla primitiva organizzazione ecclesiastica, dipendenti dalla cattedrale. Secondo lo storico Sottani,Natalino Sottani, op. cit. la loro collocazione - a parte quella di San Marco - all'interno del perimetro della città romana rende probabile la costruzione già nella tarda antichità o poco dopo; secondo il Mantese,Giovanni Mantese, op. cit. la denominazione di "cappelle", tipica dell'epoca carolingia, fa ritenere che esistessero già nell'VIII-IX secolo o fossero addirittura antecedenti, come sarebbe suggerito anche dalle loro dedicazioni, tutte a santi martiri dei primi tre secoli. L'elenco delle sette cappelle urbane viene ripetuto nel Registro delle Rationes Decimarum dell'Archivio Vaticano riferito agli anni 1297-1303.

Nel Duecento le "sette cappelle" diventarono sedi parrocchiali - pur senza il fonte battesimale che rimase unico in cattedrale - e mantennero questa funzione fino alla soppressione napoleonica. Non furono però - già a partire dal XIV secolo - le chiese più importanti della città, ruolo che rivestirono invece quelle degli ordini mendicanti - Santa Corona, San Lorenzo, San Michele - molto più grandi e quindi adeguate ad accogliere una popolazione cittadina in crescita e richiamata dalla predicazione di religiosi ben più colti dei preti diocesani; chiese che divennero sempre più ricche, perché erano luoghi che davano visibilità e quindi attiravano cospicui lasciti da parte delle famiglie aristocratiche.

Le antiche chiese urbane sopravvissero, quasi sempre a un livello modesto e in situazione spesso precaria per la mancanza delle risorse necessarie ai restauri. Furono sedi di fraglie e confraternite, luoghi di riunione, soprattutto luoghi in cui la celebrazione delle funzioni religiose - in particolare le messe in suffragio dei defunti - garantiva benefici ai sacerdoti officianti e rendite ai canonici titolari; la pluralità di questi benefici, accentrati appunto nei canonici, fu uno dei maggiori problemi che si trovarono ad affrontare i vescovi Matteo e Michele Priuli nel loro tentativo di attuare la riforma tridentina. Come risulta dagli Statuti Capitolari del 1349, i rectores di queste antiche cappelle urbane continuavano a denominarsi cappellani e facevano parte della congregatio cappellanorum, in seguito detta Comunella dei parroci, che serviva loro per condividere parte delle offerte ricevute per i funerali..

Di tutte queste chiese rimane la descrizione che il cardinale Agostino Valier fece nel 1584, quando stese la sua relazione sullo stato delle chiese di Vicenza, a seguito della visita apostolica a Vicenza, sempre in attuazione della riforma tridentina.

Con la riorganizzazione ecclesiastica napoleonica, spariti i benefici e i privilegi dei preti, tutte le sedi parrocchiali furono spostate dalle chiese antiche ad altre più recenti costruite dagli ordini religiosi tridentini, anch'essi soppressi: si salvò solo Santo Stefano, che era stata completamente ricostruita un secolo prima.

A parte, appunto, Santo Stefano e le chiese di San Faustino e di San Giacomo Minore - comunque sconsacrate e adibite ad altri usi - tutte le antiche chiese urbane furono presto demolite e non se ne conserva più traccia. Un aiuto per la loro individuazione proviene dalla Pianta Angelica del 1580 - la prima mappa dell'intera città che ci sia pervenuta - e da qualche illustrazione successiva, in particolare la Descrizione del Dall'Acqua del 1711.

Santi Apostoli Era situata, secondo il Giarolli,. nella piazzetta omonima immediatamente all'interno delle vecchie mura; più precisamente, come appare dalle mappe disegnate in età moderna, nell'area dell'isolato compreso tra contrà e stradella Santi Apostoli, con la facciata a nord, rivolta verso ponte San Paolo..

Secondo il Mantese si trattava di una cappella annessa, almeno in origine, ad un ospizio per infermi, vedove e vecchi poveri. Non risulta nell'elenco contenuto nella bolla di Urbano III del 1186, ma viene nominata nel libro censuario della Chiesa Romana del 1192 fra le chiese vicentine soggette a contributo, per il censo annuo di un bisanzio. Secondo il Barbarano la più antica menzione risale alla fine del Duecento, contenuta in una disposizione testamentaria: 1299 Joannes de Albetone legavit pauperibus de S.S. Apostolis de Berica LX soldos parvorum.

Nel Cinquecento la chiesa dei Santi Apostoli era utilizzata soltanto saltuariamente, su richiesta dei fedeli, e veniva officiata dagli eremitani della vicina sede parrocchiale di San Michele. Nel 1534, però, il cardinale Valier nella sua relazione annotava: "in tutta verità mai in essa si celebra, ed è spoliata di tutto, rubate furono le campane e si crede che sia sconsacrata e che mai sia aperta; è infatti quasi sepolta dai rifiuti … pure il tetto rovina ogni giorno". Fu restaurata verso il 1606 dal vescovo Dionisio Dolfin, quando venne posizionata sull'unico altare una pala del bresciano Porfirio Moretti, poi andata perduta.

Essa fu definitivamente chiusa al culto nel 1744 e demolita nel 1773; al suo posto venne eretta una colonna con l'iscrizione: "Qui fu la chiesa dei Santi Apostoli",Giovanni Tommaso Faccioli, Musaeum Lapidarium Vicentinum. come si usava quando si demoliva un importante edificio pubblico, ma anche questa ben presto scomparve. L'unica traccia restante è il toponimo con il quale sono state intitolate la contrà, la piazzetta e la stradella Santi Apostoli.

Sant'Eleuterio, poi Santa Barbara

Molto antica, citata come le altre cappelle nel privilegium di papa Urbano III, la chiesa di Sant'Eleuterio sorgeva sull'area occupata dall'isolato a nord di piazza delleBiade e delimitato dalle contrde delle Vetture (ora Manin) e San Eleuterio (ora Santa Barbara)Isolato occupato dagli edifici ai n.ri 18-20, mentre al n.ro 22 corrisponde la vecchia canonica.. Così appare nella Pinta del Peronio del 1481, nella Pianta Angelica del 1580 e nella Descrizione di Dall'Acqua del 1711.

Le funzioni religiose furono sempre garantite da preti secolari, che venivano nominati dal capitolo dei canonici della cattedrale, titolari dei diritti e dei privilegi. Presso la chiesa trovarono sede alcune fraglie di arti e mestieri, la più importante delle quali era quella degli oreficiIn un documento trovato dal Mantese e datato 14 novembre 1576: "la fraglia degli orefici à offerto alla chiesa una madonna d'argento la quale si debba portare alle processioni solite, venendo però il gastaldo ed il sindico a scompagnarla alle processioni". che al suo interno avevano dedicato una cappella a Sant'Eligio (detto anche Sant'Alò).

Fino dalla metà del XV secolo nella chiesa erano presenti anche altre fraglie, come quelle dei merzari (merciai), dei calegari e pellettieri (calzolai), dei peliparioli (pellicciai) e quella dei muratori e scalpellini, che annoverò tra i suoi soci anche il Palladio; queste confraternite facevano a gara per abbellire la chiesa. Quella dei merciai aveva la proprietà dell'altare maggiore dedicato a sant'Eleuterio, ornato da una pala di Jacopo da Ponte e possedeva altresì una bella tela di Giulio Carpioni. L'altare di sant'Eligio protettore degli orefici era fregiato da un dipinto giudicato tra i migliori di Alessandro Maganza, quello dedicato ai quattro Santi Coronati era di proprietà della Scuola dei muratori e scalpellini, mentre quello dedicato all'Assunzione della Vergine era stato costruito dalla pietà dei fedeli del quartiere..

La chiesa continuò a chiamarsi di Sant'Eleuterio fin verso il 1550, quando vi fu accolta la confraternita o Schola dei Bombisti o Bombardieri (gli specialisti nell'uso delle armi da fuoco), che si erano trasferiti dalla precedente sede dell'oratorio di Santa Barbara presso la chiesa di Santa Croce e che vi eressero un altare in onore della loro patrona. La chiesa assunse il duplice nome dei Santi Eleuterio e Barbara, ma poco a poco prevalse il secondo, si andò dimenticando il nome di Sant'Eleuterio e rimase in uso soltanto quello di Santa Barbara. La visita del 1584 del cardinale Valier registrava: "La chiesa è piuttosto piccola per il numero di persone, ma da poco pulita, racconciata scrostata e imbiancata, il soffitto a cassettoni e cinque altari dei santi Eleuterio, Barbara, Eligio, Maria e Agata".