Il duomo di Santa Margherita, noto anche come duomo di Colorno, è un luogo di culto cattolico dalle forme tardo-gotiche e neoclassiche, situato in via Giuseppe Mazzini 27 a Colorno, in provincia e diocesi di Parma; è sede di una parrocchia compresa nella zona pastorale della Bassa.

Storia La data certa di fondazione dell'edificio risulta ignota. Secondo vari storici la chiesa fu costruita nella seconda metà del XV secolo, probabilmente già entro il 1454, e ottenne nel 1479 lo jus plebanale, in precedenza posseduto dalla distrutta chiesa di San Giovanni Battista, che sorgeva nell'area a est del borgo ove sarebbe successivamente sorto il parco Ducale, oppure dalla chiesa di Santo Stefano, eretta entro il XIV secolo; secondo altri studiosi il luogo di culto fu realizzato solo a partire dal 1512, anno in cui si ha testimonianza di lavori eseguiti al suo interno. Le opere furono sicuramente completate entro il 27 maggio 1525, quando il tempio fu solennemente consacrato dal vescovo Pompeo Musacchi. L'edificio originario, realizzato in stile tardo gotico su ispirazione della ben più grande chiesa di San Francesco del Prato di Parma, si sviluppava su un impianto a tre navate coperte da capriate lignee, suddivise da un alto colonnato corinzio e prive di cappelle laterali.

Nel 1573 fu eretto il campanile sul retro e furono eseguiti alcuni interventi nell'abside.

Nel 1582 la chiesa divenne sede parrocchiale, al posto della vicina chiesa di Santo Stefano, che ne divenne sussidiaria.

Nel 1637 l'edificio fu saccheggiato dalle truppe spagnole, che, ostili al duca Odoardo I Farnese, provocarono ingenti danni al tempio; altri deterioramenti si verificarono il 10 aprile 1653, quando una forte scossa sismica colpì la zona, causando il crollo di uno dei pinnacoli sulla facciata.

Nel 1660 furono intraprese alcune opere, tra cui la costruzione, su progetto dell'architetto Giovanni Battista Magnani, della grande cappella sul lato destro, dedicata al santissimo Sacramento e completata nel 1666; inoltre, nel 1662 gli interni furono interamente imbiancati, coprendo gli affreschi cinquecenteschi, in vista della visita del duca Ranuccio II Farnese e della moglie Margherita Violante di Savoia in occasione della festa patronale. Nel frattempo, il 1º dicembre 1664 la chiesa ottenne il titolo di collegiata su decisione del vescovo di Parma Carlo Nembrini.

Nel 1734 il luogo di culto fu nuovamente occupato e saccheggiato durante la battaglia di Colorno, che contrappose gli austriaci ai francesi e sardi.

Nei decenni seguenti furono eseguiti alcuni lavori negli interni: nel 1737 fu innalzata la grande cappella sul lato sinistro, dedicata a sant'Antonio da Padova; nel 1760, forse su progetto di Ennemond Alexandre Petitot, fu aggiunta nel presbiterio una tribuna per il duca Filippo di Borbone; tra il 1777 e il 1778 furono coperte le capriate lignee con volte in cannucciato, fu restaurata la zona absidale e fu aggiunta la cantoria con l'organo.

Nel 1832 un terremoto provocò alcuni danni al luogo di culto e l'anno seguente, grazie a un'iniziale cospicua donazione, furono avviati per volontà del prevosto Isacco Deval grossi lavori di ristrutturazione in forme neoclassiche dell'intero edificio; la progettazione fu affidata all'architetto Giuseppe Tebaldi, al quale fu affiancato l'architetto Casa, con la collaborazione di Nicola Bettoli. La chiesa fu chiusa al culto il 27 maggio 1834 e per alcuni anni tutte le funzioni religiose furono officiate nella cappella ducale di San Liborio. Le opere consistettero nella parziale risistemazione della facciata, nell'aggiunta degli ingressi secondari, nel rivestimento delle colonne corinzie con massicci pilastri, nella sostituzione dell'antico pavimento in cotto, nella decorazione degli interni e nella realizzazione delle prime otto cappelle laterali. Nonostante le offerte, compreso il contributo finanziario della duchessa Maria Luigia, i soldi non furono sufficienti per completare i lavori inizialmente previsti, che avrebbero dovuto riguardare anche la zona absidale. Il cantiere fu portato a termine il 1º dicembre 1844, con la riapertura al culto dell'edificio.

Nuovi più modesti interventi furono eseguiti nei decenni seguenti: nel 1862 furono aggiunti nuovi altari laterali, nel 1892 fu sostituito l'organo, nel 1898 fu affrescata la zona absidale, nel 1904 fu realizzato l'altare maggiore su progetto dell'architetto Rolando Levacher, nel 1905 fu risistemato il tetto e nel 1909 furono restaurati gli interni.

Il 30 settembre 1945 la chiesa ottenne il titolo onorifico di duomo su decisione del vescovo Evasio Colli.

Alcuni lavori furono eseguiti anche nei decenni successivi, tra cui la realizzazione dei nuovi pavimenti interni ed esterni tra il 1962 e il 1968, la risistemazione delle pitture interne nel 1995 e il restauro dell'abside tra il 2005 e il 2006.

Il 25 e il 27 gennaio 2012 una serie di scosse sismiche provocò alcuni danni all'edificio, che fu chiuso al culto per consentire i lavori di consolidamento e restauro; al termine delle opere, il 18 gennaio 2015 la chiesa fu ufficialmente riaperta nel corso di una cerimonia solenne officiata dal vescovo Enrico Solmi.

Descrizione Esterno

La chiesa si sviluppa su una pianta a croce latina a tre navate affiancate da cinque cappelle per parte, con ingresso a ovest e presbiterio absidato a est.

La simmetrica facciata, interamente rivestita in laterizio come il resto dell'edificio, si eleva su due ordini separati da una fascia marcapiano in rilievo ed è tripartita verticalmente da quattro paraste; al centro è collocato l'ampio portale d'ingresso principale, mentre più in alto si apre nel mezzo un grande rosone incorniciato in cotto; ai lati sono posti i due portali d'accesso secondari; in sommità, oltre il cornicione, si staglia nella porzione centrale un ampio frontone triangolare, con cornice quattrocentesca dentellata, coronata nel mezzo da una croce metallica; ai lati, in corrispondenza dei contrafforti si ergono quattro pinnacoli piramidali.

Dai fianchi aggettano i volumi delle cappelle, erette tra il XVII e il XVIII secolo; sul fondo, sulla destra si erge il massiccio campanile cinquecentesco; la cella campanaria si affaccia sulle quattro fronti attraverso coppie di monofore ad arco a tutto sesto.

Sul retro si allunga l'abside tardo-gotica originaria, scandita da paraste e illuminata lateralmente da due monofore ad arco ogivale, sormontate da oculi.

Interno Navate

All'interno, in controfacciata si trovano gli oli raffiguranti San Remigio che battezza Clodoveo, eseguito da Clemente Ruta intorno al 1720, la Madonna col Bambino e i santi Giovannino, Apollonia, Lucia e Agata, realizzato probabilmente da Alessandro Mazzola Bedoli intorno al 1560, e San Francesco che riceve le stimmate, dipinto, secondo la maggior parte dei critici, da Lionello Spada nel 1612 oppure, secondo altri, da Sisto Badalocchio. Nelle vicinanze è inoltre collocato dal 1889 il marmoreo monumento a Pier Luigi Belloni, nobile che si adoperò per l'educazione dei giovani; l'opera, realizzata nel 1840 in stile purista da Tommaso Bandini, si trovava originariamente nel cimitero di Colorno.

L'ampia navata centrale, coperta da cinque volte a crociera costolonate intonacate, è suddivisa dalle laterali attraverso cinque ampie arcate a tutto sesto, rette da massicci pilastri arricchiti da lesene corinzie a sostegno del cornicione perimetrale in aggetto. Quasi tutti i pilastri della navata centrale sono arricchiti da settecenteschi portaceri barocchi, mentre dal quarto sulla destra aggetta un grande pulpito ligneo settecentesco, riccamente intagliato e ornato nel mezzo con lo stemma dei domenicani; l'opera rococò, progettata dall'architetto Antonio Brianti, era originariamente collocata nella distrutta chiesa di San Pietro Martire di Parma.

Le navatelle accolgono le stazioni della Via Crucis, realizzate da Cristoforo Carra nel 1756.

Cappelle laterali Su ciascuna navatella si affacciano attraverso ampie arcate cinque cappelle laterali, oltre a due cappelle absidate sul fondo, accanto al presbiterio.

Lato destro

Sulla destra, il primo vano absidato accoglie un pulpito ligneo del 1859, originariamente collocato nella chiesa di San Tiburzio di Parma.

La seconda cappella, intitolata ai santi Claudio e Carlo Borromeo, accoglie un altare sormontato dalla pala raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Claudio e Carlo Borromeo, eseguita tra la fine del XVII secolo e la prima metà del XVIII secolo forse da un artista della scuola di Mauro Oddi.

La terza cappella, dedicata alla Vergine Immacolata, ospita nel mezzo un altare e, ai suoi lati, due tele raffiguranti la Visitazione e la Natività di Gesù, realizzate intorno al 1720 da Clemente Ruta per le cappelle laterali dell'oratorio della Santissima Annunziata di Vedole e successivamente sostituite con altri dipinti.

La quarta cappella, intitolata alla Madonna del Suffragio e a santa Lucia, conserva un altare con la pala rappresentante la Madonna col Bambino e le sante Rosa, Apollonia, Agata e Lucia, dipinta nel 1862 da Francesco Rivara; ai lati sono collocati due ovali ottocenteschi ritraenti Sant'Enrico I e Sant'Anna.

L'ampia quinta cappella, dedicata al santissimo Sacramento e progettata nel 1660 dall'architetto Giovanni Battista Magnani, si sviluppa su una pianta centrale a croce greca; sugli spigoli si elevano quattro pilastri arricchiti da lesene binate corinzie, a sostegno dei pennacchi su cui si impostano la trabeazione e la cupola. Tutti gli spazi sono riccamente decorati con stucchi, realizzati tra il 1660 e il 1666 dai fratelli Leonardo e Domenico Reti; nei pennacchi sono presenti grandi sculture ritraenti i Quattro Evangelisti, mentre nella trabeazione si trova un'alternanza di altorilievi rappresentanti le Allegorie delle virtù e putti con festoni; nel tamburo si aprono quattro finestre, coronate dalle rappresentazioni di Angeli recanti simboli della passione e delimitate da otto lesene, che proseguono sulla cupola a raggiera, rastremandosi verso il centro, con l'effetto prospettico di slanciare la struttura verso l'alto; in sommità, gli otto capitelli delle paraste delimitano l'immagine della Colomba dello Spirito Santo. Sulla parete di fondo si staglia un altare marmoreo, probabilmente progettato dall'architetto Ennemond Alexandre Petitot e realizzato da Domenico Della Meschina intorno al 1780; il coevo tabernacolo presenta uno sportello in bronzo, sbalzato con la raffigurazione di Cristo con la croce forse da Laurent Guyard; al di sopra si innalza una monumentale ancona tardo-seicentesca, delimitata da due colonne corinzie a sostegno di un alto frontone mistilineo, arricchito da statue di putti, da ghirlande e, nel mezzo, dallo stemma del santissimo Sacramento; al suo interno è posta la pala raffigurante lUltima Cena, dipinta da Giovanni Venanzi nel 1668. Ai lati, sopra ai confessionali tardo settecenteschi, si aprono due grandi finestroni, inquadrati da cornici e coronati da frontoni spezzati, su cui sono collocate le sculture di vasi e di altri Angeli recanti simboli della passione; sui fianchi, tra le lesene arricchite da otto portaceri ottocenteschi, si aprono inoltre due nicchie, contenenti le statue ritraenti due Fanciulli, aggiunte probabilmente nel XIX secolo.

La cappella sul fondo, posta alla destra del presbiterio e intitolata alla Croce, accoglie un altare settecentesco ornato con un paliotto in scagliola; su un lato è posta la tela rappresentante l'''Assunta, eseguita forse da Francesco Rivara intorno alla metà del XIX secolo; l'ambiente conserva inoltre un grande olio raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Antonio da Padova e Domenico che offre la città di Colorno, eseguito nella seconda metà del XVII secolo.

Lato sinistro