Il lessico di una lingua è l'insieme delle parole della lingua stessa: queste sono raccolte con i loro significati all'interno del dizionario. L'unità fondamentale per lo studio del lessico è il lessema, ovvero ogni minima unità linguistica avente un significato autonomo al quale si possono ricondurre tutte le flessioni di nomi, aggettivi e di tutte le classi di parole variabili. Il lessico è inoltre lo strato più esterno di una lingua perché è più esposto al contatto con le altre lingue, per questo motivo è in costante movimento e cambiamento.

Secondo i dizionari attuali, i lessemi dell'italiano oscillano tra i 200.000 e i 250.000. Se invece prendiamo come unità di misura le parole, il numero sale molto; la differenza si spiega facilmente tenendo conto che ciascun nome ha di norma due forme, gli aggettivi fino a quattro, l'articolo determinativo ne ha sei, i verbi una decina ecc. Possiamo dunque affermare che il numero delle parole italiane ammonta a circa 2 milioni (Lorenzetti 2002, cap. 3.2).

Vocabolario di base, comune, corrente, esteso I vocabolari contengono un numero molto alto di lessemi e nessun italiano, per quanto colto, domina una quantità così ampia di parole. Un buon vocabolario, oltre ad elencare significati e forma dei termini, deve dare informazioni riguardanti il loro ambito d'uso: questa operazione è generalmente realizzata dai lessicografi ricorrendo alle marche d'uso, abbreviazioni che dicono se un dato lessema è d'uso dialettale, regionale, se è di ambito chimico, medico ecc.

Il nucleo del lessico italiano è il vocabolario di base: contiene circa 6.700 lessemi usati quotidianamente e necessari per farsi capire nelle situazioni comunicative frequenti. Al suo interno possiamo distinguere tre componenti:

il vocabolario fondamentale (circa 2.000 lessemi) il vocabolario di alto uso (2.700 lessemi) il vocabolario di alta disponibilità (circa 2.000 lessemi).

Per stabilire quali parole compongono il vocabolario di base ci sono diverse possibilità: in passato ci si basava sulla sensibilità del lessicografo. Lo scrittore Giuseppe Baretti, osservava nella sua prefazione alla Easy Phraseology (raccolta di dialoghi) che aveva inserito nei testi circa 10.000 termini, ovvero quelli necessari anche a un nativo per farsi comprendere nella maggior parte delle situazioni comunicative. Successivamente lo sviluppo dell'informatica ha reso possibile porre la questione su basi statistiche: per delimitare il vocabolario fondamentale è necessario possedere un vocabolario di frequenza che ordina i lemmi appunto in base alla loro presenza in un corpus di riferimento. Per l'italiano il primo strumento di questo tipo è stato il LIF (Lessico di frequenza dell'italiano contemporaneo) basato su circa 500.000 parole tratte da testi scritti di vario tipo. Nei primi anni novanta è stato pubblicato il LIP (Lessico di frequenza dell'italiano parlato) anch'esso basato su circa 500.000 parole tratte però da vari tipi di produzione orale. Sono state dunque identificate le prime due componenti del vocabolario di base, ovvero il vocabolario fondamentale e quello d'alto uso. Ai primi posti dei lessici di frequenza compaiono le parole grammaticali: articoli, avverbi, congiunzioni ecc. Poi, sempre nel vocabolario di base, troviamo termini del lessico giornaliero. I termini del vocabolario d'alto uso sono di poco meno diffusi.

In generale, per definire il vocabolario di base è necessario integrare il metodo statistico con altri metodi d'indagine (ad es. interviste).

A un livello intermedio tra vocabolario di base e vocabolario esteso si individua il vocabolario comune che comprende circa 45.000 parole. Aggiungendole al vocabolario di base si arriva a 50.000, che costituiscono il vocabolario corrente, ovvero l'insieme dei termini che potrebbero essere "usati o compresi indipendentemente dalla professione che esercitiamo e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello medio superiore di istruzione" (De Mauro, 1999). Il vocabolario corrente consiste circa nel 20% del vocabolario esteso. Tutto il resto (200.000 voci) riguardano termini in qualche modo connotati: tecnicismi, regionalismi e dialettismi, di uso letterario o aulico.

Dialettismi e regionalismi Si definiscono dialettismi (o dialettalismi) parole (ma anche locuzioni, forme e costrutti) di origine dialettale inseriti in contesti di italiano. I dialettismi lessicali sono costituiti da voci proprie di un dialetto (o di un'area dialettale più vasta) che nel passaggio in italiano hanno generalmente subito un adattamento fonomorfologico. (Enciclopedia Treccani) È praticamente impossibile quantificare con precisione i dialettismi entrati a far parte del lessico dell'italiano, soprattutto perché spesso non è semplice individuare criteri per delimitarli dai regionalismi; entrambe le categorie accolgono termini di origine geograficamente circoscritta e la differenza sta nella percezione e nell'uso. I regionalismi sono impiegati soprattutto nella propria regione d'origine; carnezzeria, termine siciliano che sta per macelleria, sarà usato quasi esclusivamente in Sicilia. Al contrario i dialettismi sono termini d'origine locale che si sono espansi e sono compresi e usati anche da parlanti di aree diverse, e la loro diffusione è dovuta principalmente all'assenza di termini italiani designati per indicare un referente particolare (il napoletano mozzarella, il piemontese grissino ecc.). In altri casi i dialettismi sono termini che hanno avuto successo per il loro valore espressivo, come per esempio il romanesco coatto "ragazzo dai modi volgari e violenti". Spesso regionalismi e dialettismi sono legati alla cultura materiale:

Nomi di utensili da cucina: napoletano: caccavella "pentola di terracotta", romanesco sgommarello "mestolo". Nomi di elementi del paesaggio: friulano foiba, meridionale fiumara "fiume a carattere torrentizio". Mestieri tradizionali: piemontese mondina "lavoratrice stagionale addetta alla monda del riso", romanesco barcarolo "barcaiolo". Nomi di abitazioni: nuraghe, trullo.

La presenza di regionalismi e dialettismi all'interno del lessico italiano risale agli ultimi due secoli: è l'effetto del passaggio nella lingua comune di termini legati alla quotidianità avutosi in seguito allitalianizzazione dopo l'unità d'Italia e al superamento della tradizione precedente, caratterizzata dalla divisione tra cultura scritta (italiana) e cultura orale (dialettale).

Dal punto di vista della forma, regionalismi e dialettismi si comportano come prestiti adattati, ovvero sono integrati sia nella fonetica che nella morfologia.

I geosinonimi Il primo studio sui geosinonimi italiani è stato compiuto dallo studioso svizzero Robert Rüegg negli anni cinquanta del Novecento. Rüegg sottopose 124 persone, provenienti da 54 province d'Italia, ad un'intervista nella quale chiedeva agli esaminati, per ogni nozione, quali conoscesse e di quali facesse uso. Solo una delle 242 proposte risultò designata dallo stesso termine in tutte le province: l'espressione "caffè forte", indicata dovunque con la parola espresso. Il dato più interessante della ricerca fu che in 46 casi si rilevò una variante lessicale conosciuta in una sola regione e del tutto sconosciuta nel resto dell'Italia.

Tuttora vi sono molte coppie - o piccoli gruppi - di parole che hanno lo stesso significato ma con una caratteristica particolare: vengono usate solo, o prevalentemente, in una certa area linguistica. Si tratta dunque di sinonimi a distribuzione geografica complementare o geosinonimi.

L'esempio più classico è quello dei termini utilizzati per definire l'espressione "marinare la scuola": in Veneto si dice bruciare, in Toscana fare forca, a Roma fare sega, in Sicilia caliare, in Salento salare o nnargiare, a Trieste far lipe ecc.

I geoomonimi I geoomonimi sono parole uguali che assumono significati diversi a seconda delle diverse aree geografiche. Ad esempio al sud tovaglia equivale ad "asciugamano", in alcune parti d'Italia temperino è un coltello, in altre un temperamatite; in Toscana il mestolo è un cucchiaio di legno, al nord invece è un utensile per cibi liquidi.

I tecnicismi I tecnicismi sono parole che prevedono un alto grado di specializzazione e sono caratterizzati dalla monosemia, ovvero da un significato univoco.

Il contributo dei tecnicismi alla formazione del lessico italiano è molto rilevante: circa la metà del vocabolario esteso è formato da questa categoria di parole. Le vie attraverso cui si vengono a creare i tecnicismi sono principalmente quattro:

prestito da altre lingue coniazione di nuovi termini attingendo alle risorse della morfologia lessicale. Spesso le scienze ricorrono a suffissi dal significato univoco: per esempio il suffisso -one usato in fisica per denominare le particelle subatomiche (protone, elettrone, fotone). formazione di sigle e acronimi costituiti dalle lettere iniziali delle parole: OPA (offerta pubblica di acquisto), SIDA (sindrome da immunodeficienza acquisita). rideterminazione del significato di una parola già esistente: questo processo prende il nome di risemantizzazione e può procedere in diverse direzioni:

da lingua comune a linguaggio specialistico: forza, momento, sono parole comuni riutilizzate come tecnicismi della fisica. da linguaggio specialistico a linguaggio specialistico: rivoluzione è un termine transitato dal linguaggio dell'astronomia a quello della politica. possono anche verificarsi casi di detecnificazione, ossia passaggi da lingua specialistica a lingua comune: l'uso dell'espressione non farti paranoie per "non crearti problemi" ne è un esempio.

Parole rare e letterarie È compito del lessicografo registrare parte delle espressioni arcaiche, letterarie o desuete proprie della tradizione. Nel GRADIT le parole contrassegnate come "obsolete" sono circa 55.000, ovvero circa il 18% del vocabolario esteso. Tuttavia, una parola che può risultare desueta in un certo periodo storico, può "resuscitare" e recuperare parte della sua importanza. La Società Dante Alighieri, in accordo con 4 dei più importanti dizionari dell'uso dell'italiano contemporaneo, ha lanciato sul proprio sito una campagna per adottare le parole della lingua italiana. Ogni partecipante, registrandosi sul sito, può candidarsi come custode di una parola a scelta. Lo scopo dell'iniziativa è di sensibilizzare il pubblico ad un uso corretto e consapevole delle parole, favorire una conoscenza più ampia del lessico, monitorare l'uso di alcuni termini, e più in generale promuovere la varietà dell'espressione nel modo della comunicazione. Le parole ai vertici della classifica dei termini da salvare sono principalmente: pusillanime, giulivo, malandrino.

Stratificazione del lessico L'analisi della stratificazione del lessico di una lingua si riferisce a tre categorie: le parole ereditarie, i prestiti, e le formazioni endogene. Nel caso dell'italiano esiste una quarta categoria, perché il contatto con il latino si è manifestato su due diversi piani: il primo è quello dei lessemi ereditari ed è dato dalla presenza di parole del latino parlato arrivate a noi per tradizione orale. Si tratta quindi di termini della vita di tutti i giorni, talvolta evolutisi nella forma e nel significato (HŎMO>uomo, CIVITĀTEM>città, ecc.). Il secondo livello di questo contatto deriva dal rapporto intenso con la cultura latina che ha assunto diverse forme nei secoli, ma ha contribuito ad un arricchimento lessicale. In particolare, fino al Settecento il latino è stato una lingua viva, era utilizzato come lingua di cultura sovranazionale. Fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) è stato inoltre la lingua della Chiesa cattolica: dunque la popolazione si trovava davanti a una situazione in cui il latino era usato in diversi ambiti.