Entrato alla FIAT nel 1974, dopo una carriera iniziale in altre società, divenne nel 1976 il principale dirigente operativo del gruppo, assumendo la carica di amministratore delegato, carica ricoperta per i successivi 20 anni. Si impegnò nella ristrutturazione produttiva e finanziaria dell'azienda, che si trovava in grave difficoltà nel corso degli anni Settanta.

Dopo aver diretto e vinto il duro confronto contro i sindacati e la base operaia della fabbrica nel settembre-ottobre 1980, assunse sempre maggiore potere all'interno della dirigenza FIAT negli anni ottanta di grande sviluppo e successo e nei primi anni novanta, esautorando i potenziali rivali Vittorio Ghidella e Giorgio Garuzzo.

Nel 1996 divenne anche presidente della FIAT dopo il ritiro di Gianni Agnelli e mantenne l'incarico fino al 1998 quando si ritirò a sua volta per raggiunti limiti di età, lasciando peraltro un'azienda di nuovo in grave difficoltà economica e commerciale.

Biografia Figlio di un impiegato delle Poste, secondo di tre fratelli, si diploma ragioniere e si laurea a pieni voti in scienze economiche e commerciali, studiando di notte e lavorando di giorno presso la ditta di trasporti Pasquetti di Roma come contabile, per mettere insieme qualche soldo dopo la morte del padre avvenuta a soli 47 anni.Paolo Madron, Date a Cesare..., Milano, Longanesi & C, 1998, p. 21. Nel 1947 inizia a lavorare per il Gruppo Bombrini Parodi Delfino, azienda di Colleferro, di cui assumerà la carica di direttore finanziario affiancando Mario Schimberni, suo ex compagno di classe,Schimberni lo definirà "un ragazzo sfrontato, pieno di grinta, il più bravo di tutti con un'enorme facilità nell'imparare a memoria". Cfr Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 310-311. che si occupa invece di amministrazione e controllo di gestione. Nel 1968, sempre a Colleferro, ricopre la carica di direttore generale nella Snia Viscosa dopo la fusione con la sua ex azienda. E proprio per seguire da vicino questa fusione, frequenta a Milano gli uffici di Mediobanca, facendo un'ottima impressione a Enrico Cuccia, tanto che quest'ultimo, in breve tempo, diventa il suo "mentore". Due anni più tardi l'IRI lo nomina direttore generale prima e amministratore delegato poi della compagnia aerea Alitalia. Lavora per un breve periodo (1973) alla Italstat, azienda che lascia per approdare, sponsorizzato da Cuccia, al gruppo Fiat nell'ottobre del 1974, ovvero nel periodo della crisi petrolifera.Dirà a Giampaolo Pansa: "Alla Fiat non avevano i soldi per fare le paghe e gli stipendi della fine dell'anno".Cfr Questi anni alla Fiat, Milano, Rizzoli, 1988, p. 10. Nel 1976 diventa amministratore delegato in un triumvirato con Umberto Agnelli (lo stesso anno eletto senatore della DC in un collegio romano) e Carlo De Benedetti (resta alla Fiat solo tre mesi). Nella casa automobilistica ottiene i pieni poteri nel 1980, quando i due fratelli Agnelli, Gianni e Umberto, vengono convinti da Mediobanca a passare la mano per evitare il peggioMassimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 50. e ricopre anche il ruolo di presidente (1996-1998) succedendo a Gianni Agnelli. Per quasi un quarto di secolo è stato uno dei maggiori rappresentanti dei cosiddetti "poteri forti". Ammetterà: "In Fiat ho avuto praticamente carta bianca per venticinque anni".Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, Milano, Longanesi, 2012, p. 190.

Nel 1998, anno della sua uscita dalla Fiat, percepì una buonuscita di circa 105 miliardi di lire per i suoi 25 anni di attività, più 99 miliardi di lire per il patto di non concorrenza. Attualizzati al 2020 sono circa 150 milioni di euro.

Gli anni alla Fiat

Per Romiti il primo problema è quello di assicurare liquidità alla casa automobilistica. Ed è personalmente coinvolto nell'operazione suggerita da Mediobanca che vede la Libyan Arab Foreign Bank acquisire il 10% della Fiat, investendo circa 360 miliardi di lire e pagando le azioni a un prezzo quadruplo rispetto alle quotazioni di Borsa. Per Gheddafi, scopre Gianni Agnelli incontrandolo a Mosca, si tratta di un puro investimento finanziario ma quei soldi libici, osserverà Romiti, "sono serviti molto".Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op. cit. p. 325. Quindi concentra i suoi sforzi, in un periodo in cui in azienda c'è molta confusione e sono in molti a chiedersi se l'auto abbia un futuro,Testimonianza a Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op. cit., p. 16. le Brigate Rosse colpiscono anche dirigenti e capiofficina del gruppo, il sindacato è molto forte (nel 1975 Gianni Agnelli ha firmato in poche ore come presidente della Confindustria l'accordo sulla scala mobile, accettando senza nemmeno discuterlo il massimo richiesto dal sindacato, cioè il punto unico di contingenza per tutte le categorie), nel riorganizzare la holding del gruppo: solo nel 1980 sarà pronto il primo bilancio consolidato.Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 109.

Nel luglio 1980 Umberto Agnelli lascia gli incarichi operativi dopo avere rilasciato un'intervista a la Repubblica in cui chiede provocatoriamente la svalutazione della lira e la possibilità di operare come operano i concorrenti, cioè licenziando. Molte le polemiche. È Enrico Cuccia a chiedere il suo passo indietro sostenendo che le banche sono molto preoccupate per i debiti del gruppoIl settimanale Il Mondo scrive il 4 luglio in un servizio intitolato "Rosso Fiat" che i debiti superano gli 8.000 miliardi di lire. e chiedono interventi urgenti: Umberto si limiti quindi a fare l'azionista. E la stessa cosa chiede a Gianni Agnelli. Così, in questa netta separazione tra azionisti e management, Romiti, che ha la piena fiducia di Cuccia, diventa amministratore delegato unico del gruppo. E affronta con decisione il nodo dei costi, annunciando il licenziamento di dipendenti. Lo scontro con il sindacato è forte, Fiat Mirafiori è bloccata dai sindacati per oltre un mese, Enrico Berlinguer assicura il sostegno del PCI nel caso di occupazione della Fiat ma tutto si risolve con la marcia per le vie di Torino di quarantamila persone, molte sono quadri Fiat, che esprimono il loro malessereColto in particolare da due manager Fiat, Luigi Arisio e Carlo Callieri. Cfr Marco Ferrante, Casa Agnelli, Milano, Mondadori, 2007, p. 164. e chiedono di poter lavorare. Alla fine la pace torna in fabbrica. Romiti dirà: "Nei primi anni ottanta il silenzio del sindacato colpiva".Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op. cit., p. 347. Il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta segnalerà a Romiti come la svolta alla Fiat sia "l'unico fatto politico vero degli ultimi dieci anni: ha cambiato tutto il sistema delle relazioni industriali, ha messo ko il sindacato, ha ribaltato i rapporti tra la classe politica e quella imprenditoriale".Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p. 550.

La Fiat riprende a fare utili, lancia nuovi prodotti, sestuplica in fabbrica il numero dei robot, chiude nel 1982 lo stabilimento del Lingotto, aumenta gli investimenti, riduce il numero dei dipendenti (dai nel 1980 ai di sei anni più tardi), compra il Corriere della Sera e la Rizzoli, l'Alfa Romeo, la Snia Bpd, le assicurazioni Toro, entra attraverso la Gemina nella Montedison presieduta da Mario Schimberni, si libera anche della presenza di Gheddafi e dei libici: ottengono (se ne occupano Romiti e Gianluigi Gabetti) sei volte tanto l'investimento effettuato dieci anni prima. Gianni Agnelli parlerà di "meravigliosi anni ottanta", i giornali di "strapotere Fiat", in un'intervista Bettino Craxi annovererà Romiti tra i "proconsoli energumeni" degli imperi industriali,Cfr Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op. cit., p. 222. Luciano Lama lo definirà "un estremista dell'impresa".Alberto Mazzuca. Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op. cit., p. 361. Nel 1987 la Fiat ha un fatturato proiettato verso i miliardi di lire, cosa che fa dell'azienda torinese il secondo gruppo italiano, dietro all'IRI. Il merito è di Romiti e di Vittorio Ghidella, il responsabile del settore auto, quello che azzecca una vettura dietro l'altra, dalla Uno alla Thema, dalla Y10 alla Croma fino alla 164. Tutte vetture collaudate personalmente da Ghidella prima del lancio finale. Il 1989, con utili netti di ben miliardi di lire provenienti per l'85% dal settore auto, rappresenta il capolinea di quegli anni di forte sviluppo. Poi scoppia la guerra del Golfo e le vendite di auto calano, nel 1990 il marchio Fiat scende in Italia sotto il 40% e scivola al 10% in Europa. Gianni Agnelli pronuncia una frase diventata famosa: "La festa è finita".

Scontri per il potere Romiti era grintoso, aggressivo,Nel 1984 dirà a Gianni Minoli nella trasmissione Mixer: "Io sono molto, molto più cattivo dell'avvocato Agnelli". intelligente,"Un cartesiano rozzo" dirà Giampaolo Pansa in Questi anni alla Fiat, op. cit., p. 221. tenace, ambizioso, con il sogno di diventare il nuovo Valletta, estroverso, passionale, capace di mettere qualche bastone tra i piedi di Craxi e di Ciriaco De Mita parlando di " rigurgiti anticapitalistici ", galante e frequentatore dei salotti romaniTestimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op. cit., p.218 e seguenti; Bruno Vespa con Candida Morvillo, La signora dei segreti, Milano, Rcs Libri, 2015, p. 305., con un certo spirito di emulazione nei confronti di Gianni Agnelli,"Ma Romiti saprà mai, come Gianni Agnelli, possedere la chiave del messaggio universale?". Cfr Marie-France Pochna, Agnelli l'irresistibile, Milano, Sperling & Kupfer, 1990. ma anche ,per sua stessa ammissione e con suo grande rammarico padre assente durante la crescita dei suoi figli.

Romiti ha avuto all'interno della Fiat vari scontri per il potere nel suo lungo periodo trascorso a Torino. Il più importante è quello con Vittorio Ghidella, il genio del prodotto. I due hanno visioni strategiche diverse sul futuro della Fiat: Romiti è dell'idea che l'azienda non debba essere solo auto ma debba diversificarsi anche in altri settori, dalle telecomunicazioni all'aerospaziale, dando così vita a una conglomerata con una guida accentrata in una holding, Ghidella, per quanto non contrario alla diversificazione, pensa che l'auto debba avere le maggiori risorse. Nel dicembre 1987 Gianni Agnelli annuncia al Centro Incontri di Marentino, davanti a circa 200 top manager Fiat, che tra breve lascerà il suo ruolo al fratello Umberto e Ghidella farà altrettanto con Romiti. Umberto resta invece in panchina grazie alle pressioni di Cuccia, che non ha in lui grande fiducia, e sei mesi dopo Ghidella viene mandato via con una liquidazione d'oro."Ottanta miliardi, frutto della rivendita alla Fiat del diritto d'opzione sul 40% della Ferrari concessogli a suo tempo". Ugo Bertone, Gli Agnelli - Atto II, Milano, Boroli Editore, 2006, p. 16. Nell'arco di due anni saranno eliminati dall'azienda circa trecento dirigenti tecnici con timbro ghidelliano, sono proprio quelli che sanno fare l'auto. Marco Vitale, economista d'impresa, parlerà di una "profonda svolta nella cultura della Fiat"."Gianni Agnelli non capisce (o fa finta di non capire) che quello scontro di potere segna una grande, profonda svolta nella cultura Fiat. La supremazia cioè dell'appartenenza a un clan rispetto alla professionalità che storicamente è invece sempre stata una delle grandi risorse dell'industria automobilistica torinese. Quando in un'industria succede questo, quell'industria è segnata". Cfr Marco Vitale, Guido Corbetta, Alberto Mazzuca, Il mito Alfa, Milano, Egea, 2004.