Il sistema politico degli Stati Uniti d'America si basa sui seguenti principi fondamentali: la repubblica, la democrazia rappresentativa e il federalismo. Il potere politico è condiviso fra il Presidente degli Stati Uniti, il Congresso e le corti giudiziarie federali. Allo stesso tempo, il governo federale condivide la sovranità politica con i governi dei singoli Stati che compongono gli Stati Uniti. La struttura del governo federale è definita dalla Costituzione. Il governo statunitense è di tipo presidenziale.

La molteplicità di livelli governativi riflette la storia degli Stati Uniti: il governo federale venne infatti creato dagli Stati, che come ex-colonie conquistarono un'autonomia legislativa indipendentemente l′uno dall′altro; all′interno di ogni Stato, ognuno di questi aveva creato una propria struttura amministrativo-politica decentrata per assolvere le proprie funzioni ed una volta che gli Stati Uniti si allargarono, si vennero a formare altri Stati modellati su quelli originari.

Esistono delle differenze sostanziali fra il sistema politico statunitense e quello di molte democrazie costituzionali di matrice europea. Fra le più evidenti si può accennare alla presenza di un parlamento (il Congresso degli Stati Uniti) in cui la "camera alta" ha un peso politico maggiore rispetto all′altro ramo del parlamento ("camera bassa"), oppure al dominio quasi totale di due soli partiti "maggiori" che dura da più di un secolo, generando un forte bipolarismo. Quest′ultimo fattore è dovuto anche (ma non solo) a ragioni storiche, che hanno determinato una serie di norme, sia federali che statali, che limitano fortemente lo spazio politico per i cosiddetti "third parties", i quali oltretutto subiscono anche delle limitazioni informali per quanto riguarda la loro presenza sui media.

Alcune delle tematiche di maggiore discussione pubblica negli ultimi anni riguardano la mancanza di rappresentanza adeguata per i Territori degli Stati Uniti (in particolare con la quasi mancanza di diritto di voto per il distretto della capitale federale e l'eventuale elevamento di Porto Rico a 51º stato), una eventuale sovrarappresentanza di certi stati, le problematicità del sistema totalizzante first-past-the-post, del gerrymandering e altro ancora.

Nel 2021 l'Economist Intelligence Unit ha classificato gli Stati Uniti come una "democrazia imperfetta".

Cultura politica

Da Alexis de Tocqueville in poi, diversi studiosi hanno evidenziato una forte continuità dei valori politici americani fin dai tempi della Guerra d'indipendenza, avvenuta alla fine del XVIII secolo.

L'origine "coloniale" Alcune delle colonie britanniche nordamericane si differenziarono dal panorama politico europeo per la loro vibrante cultura politica, che favorì molti giovani uomini ambiziosi e di talento a gettarsi nell'arena politica. Le ragioni di questo "eccezionalismo americano" sono molteplici. Il numero di elettori era il più grande al mondo, dato che ogni uomo con una certa quantità di proprietà poteva votare. Se in Gran Bretagna meno del 20% degli uomini poteva votare, nelle colonie americane il diritto di voto era esteso alla maggior parte degli uomini bianchi. Tuttavia, ad una apparente matrice democratica delle colonie, le élite sociali reagivano esercitando una forte influenza nel processo elettorale. Un peso che andò lentamente in declino con la Rivoluzione americana. In ogni colonia i rappresentanti eletti, soprattutto nelle assemblee e nei governi delle contee, avevano il potere di decidere su un grande numero di problemi di natura sia pubblica che privata. Temi di natura pubblica e di dibattito erano, ad esempio, le concessioni di terra, i sussidi alle attività commerciali, il regime fiscale, oppure la manutenzione delle strade, il sostegno ai poveri, la regolamentazione delle taverne o delle scuole. Inoltre, per un colono americano era normale passare molto tempo in tribunale, dato che le cause civili erano molto comuni. Le questioni legali venivano amministrate da giudici locali e da giurie, ed un ruolo sempre più importante lo ebbe la professione forense. Tutto ciò favori la rapida espansione di questa professione e il ruolo determinante degli avvocati in politica divenne chiaro a partire dagli anni ′70 del XVIII secolo: le carriere politiche di John Adams e di Thomas Jefferson, fra gli altri, lo mostrano chiaramente. Le colonie americane furono un caso eccezionale rispetto al contesto mondiale a causa della rappresentanza garantita ai più diversi gruppi di interesse. A differenza dell′Europa, dove le corti reali, le famiglie aristocratiche e il clero esercitavano un controllo politico effettivo ed esteso, la vita politica americana si aprì anche a mercanti, proprietari terrieri, agricoltori e allevatori, artigiani, e a uomini di religioni e tendenze diverse. Inoltre, più del 90% dei rappresentanti eletti risiedevano nel loro distretto elettorale; al contrario, in Gran Bretagna era un evento normale che un membro del Parlamento fosse assente. Il popolo americano rimase affascinato, e adottò fortemente, i valori politici del repubblicanesimo, il che ebbe come effetto l'applicazione di una legge uguale per tutti, il bisogno che vi siano cittadini virtuosi e la ferma condanna dei fenomeni di corruzione, lusso sfrenato e dominio sociale aristocratico. Anche se nelle colonie non esistevano partiti politici simili a quelli poi formatisi nell'ultimo decennio del XVIII, nel dibattito politico erano comunque presenti delle fazioni politiche.

L'ideologia americana

Insieme ad una sorta di liberalismo classico, l'ideologia politica americana dominante rimane il repubblicanesimo. I documenti più importanti che attestano e fondano questa matrice politica ideologica sono la Dichiarazione d'indipendenza (1776), la Costituzione (1787), la raccolta di saggi Il Federalista (1788), la Dichiarazione dei diritti (1791) e il discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln (1863). Nel suo saggio The Liberal Tradition in America (del 1955), il politologo Louis Hartz mise in evidenza l'origine "nordista" di questa matrice ideologica, la quale uscì come vincitrice nel confronto non solo militare ma anche politico-ideologico con il Sud, il quale all'inizio del XIX secolo tentò di costruire e legittimare un sistema politico e sociale gerarchico e feudale. Altri, come David Gordon (di tendenza ultraliberale e appartenente del Mises Institute, in Alabama), sostengono al contrario che furono proprio i secessionisti che formarono la Confederazione nel 1861 ad apportare al sistema politico americano i valori liberali e repubblicani.

Il cuore dell'ideologia politica americana lo si può definire costituito dai seguenti valori: Dovere civico: i cittadini hanno la responsabilità di sostenere il governo e comprenderne le sue decisioni, di partecipare alle elezioni, di pagare le tasse e di adempiere al servizio militare. Forte avversione nei confronti della corruzione politica. Democrazia: il governo deve rispondere delle sue decisioni di fronte ai cittadini, i quali hanno il potere di cambiare i propri rappresentanti attraverso le elezioni. Uguaglianza di fronte alla legge: la legge non dovrebbe consentire nessun privilegio particolare a qualche cittadino e i funzionari del governo sono soggetti alla legge come qualsiasi cittadino. Libertà di religione: il governo non può sostenere né sopprimere alcuna religione. Libertà di parola: il governo non può limitare, attraverso la promulgazione di norme o con l'intervento diretto di propri funzionari, il diritto di parlare di un cittadino esercitato in modo non violento (la società e il dibattito pubblico sono un "mercato delle idee", per richiamare l'espressione utilizzata da John Milton nel suo Areopagitica del 1644).

In contrapposizione ad Hartz e ad altri, il politologo Rogers M. Smith ha sostenuto la tesi (nel suo Civic Ideals, del 1999) che, oltre al liberalismo e al repubblicanesimo, la cultura politica degli Stati Uniti storicamente ha avuto la funzione di escludere una parte della popolazione dal pieno esercizio dei diritti di cittadinanza. Definendola come "ascriptive inegalitarianism", Smith rintraccia la rilevanza di questa matrice ideologica nelle credenze e nelle pratiche sociali sessiste e razziste, insieme alle lotte sociali per l'ottenimento dei diritti di cittadinanza a partire dal primo periodo coloniale fino alla Progressive Era (a cavallo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo) e oltre.

Nel periodo storico in cui si vennero a formare gli Stati Uniti, a dominare l'economia erano il settore agricolo e le piccole imprese commerciali, così che i governi statali lasciavano all'iniziativa privata o locale le politiche di welfare. L'ideologia del laissez-faire subì un forte arresto negli anni trenta del XX secolo, durante la Grande depressione. Fra gli anni trenta e gli anni settanta, durante il Fifth Party System, la politica fiscale del governo statunitense si caratterizzò per la sua forte impronta keynesiana, un periodo di tempo durante il quale a dominare incontrastato la politica economica del paese era il liberalismo moderno americano. A partire dalla fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, tuttavia, tornò alla ribalta l'ideologia del laissez-faire (declinata soprattutto nella forma elaborata da Milton Friedman e della scuola di Chicago, sulla base dei risultati ottenuti per primi da Pinochet in Cile) che riprese a dominare il dibattito politico americano. Se il livello di spesa pubblica investita in politiche di welfare era più che triplicato dopo la seconda guerra mondiale, a partire dalla fine degli anni settanta si era notevolmente abbassato arrivando al 20% del PIL. Dal 2014, a contendersi lo spazio politico sono un liberalismo moderno americano contrapposto ad un conservatorismo moderno americano, caratterizzando delle elezioni che creano grande divisione e dal risultato spesso incerto.

Utilizzo dei termini "destra-sinistra" Lo spettro politico statunitense e l'utilizzo di termini come "destra", "sinistra", "liberalismo" e "conservatorismo" differisce notevolmente rispetto al loro uso nel panorama politico europeo. Secondo lo storico Arthur Schlesinger, Jr., «nel suo utilizzo americano, il liberalismo ha poco in comune con la parola utilizzata nel dibattito politico di qualsiasi paese europeo, salvo probabilmente la Gran Bretagna». Lo stesso Schlesinger mise in evidenza che il liberalismo americano non sostiene il tradizionale obiettivo (appartenente alla matrice storica del liberalismo classico) di limitare il governo e di promuovere politiche economiche ultraliberiste. Dato che queste posizioni politiche vengono invece generalmente sostenute dai conservatori americani, lo storico Leo P. Ribuffo nel 2011 notò: «quello che gli americani ora chiamano conservatorismo, la maggior parte del mondo lo definisce liberalismo, o neoliberalismo».

Il diritto di voto Il diritto di voto negli Stati Uniti è quasi universale, dato che ogni cittadino di qualsiasi Stato e del District of Columbia con un'età superiore ai 18 anni può partecipare alle elezioni presidenziali. Tuttavia, a differenza dei cittadini di ogni Stato, coloro che risiedono nel District of Columbia (cioè nella capitale degli Stati Uniti, Washington, D.C.) e nei "territori non incorporati" di Porto Rico, Guam, Isole Vergini Americane e Isole Marianne Settentrionali non hanno la possibilità di votare dei propri rappresentanti al Congresso: i cittadini di questi territori votano soltanto per le cariche politiche che fanno riferimento al loro territorio. Unica concessione che si riconosce a questa particolare categoria di elettori è quella di nominare soltanto un proprio delegato alla Camera dei Rappresentanti, il quale però non ha diritto di voto in questa assemblea.