La Santa Sede prese pubblicamente posizione sull'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine tramite un comunicato su L'Osservatore Romano del 26 marzo 1944, accomunando i due eventi in un unico giudizio di condanna. La posizione assunta dal Vaticano è stata oggetto di dibattiti e polemiche, anche con riferimento all'ipotizzata possibilità che papa Pio XII potesse intervenire efficacemente presso i tedeschi per scongiurare la rappresaglia.

Il comunicato de L'Osservatore Romano Il 26 marzo L'Osservatore Romano pubblicò il comunicato tedesco che dava notizia dell'attentato e annunciava l'avvenuta rappresaglia, facendolo seguire dal seguente commento non firmato:

Secondo quanto affermato nelle memorie del direttore dell'organo di stampa vaticano Giuseppe Dalla Torre, autore della nota, il testo fu modificato per attenuarne il biasimo verso il massacro:

La posizione del Vaticano, secondo cui attentato e rappresaglia costituivano entrambi atti esecrabili, fu ribadita anche nel dopoguerra: in un volume dell'Enciclopedia cattolica edito nel 1953 si parla di «duplice massacro di via Rasella e delle Fosse ardeatine»..

Le accuse di Rolf Hochhuth Nel 1963, l'opera teatrale Il Vicario del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, rappresentando Pio XII come un antisemita complice della Germania nazista, sollevò un'ampia controversia. Nelle Delucidazioni storiche in appendice all'opera, Hochhuth scrisse tra l'altro che, durante l'occupazione tedesca di Roma, il pontefice aveva protestato per atti di violenza come l'attentato di via Rasella, ma aveva omesso di condannare anche «la delittuosa rappresaglia per questo attentato, e cioè la uccisione di 335 ostaggi, o la caccia agli ebrei». Hochhuth si espresse peraltro in modo fortemente critico anche verso l'azione partigiana, definendola «un atto inutile e vile [...] per cui morirono 33 soldati tedeschi, in maggior parte altoatesini, che certamente non portavano volontariamente la divisa di Hitler, e 10 italiani, fra cui 6 bambini». (in realtà a via Rasella era morto un solo bambino, Piero Zuccheretti).

Promossa in Italia dell'editore di fede comunista Giangiacomo Feltrinelli, nel 1965 la rappresentazione del dramma a Roma fu tuttavia vietata da un decreto prefettizio, con la motivazione del rispetto del «carattere sacro della Città Eterna» sancito dall'art. 1, comma secondo, del Concordato. Il Partito Comunista Italiano, lamentando una violazione della libertà di espressione, indirizzò una mozione parlamentare al governo di Aldo Moro affinché disponesse l'annullamento del decreto prefettizio. Secondo i deputati della maggioranza che intervennero in difesa del provvedimento, il duro giudizio di Hochhuth sull'attentato di via Rasella era in netta contraddizione con l'accusa che lo stesso autore muoveva a Pio XII per la posizione tenuta in seguito all'eccidio delle Fosse Ardeatine, dal momento che la politica di papa Pacelli era stata appunto scoraggiare gli attentati per evitare rappresaglie e distruzioni. Il democristiano Vincenzo Gagliardi ritenne la «patente contraddizione» tra i due giudizi segno di un'«assoluta impreparazione storico-politica dell'autore del Vicario». Il socialdemocratico Michele Pellicani accusò i comunisti di strumentalizzare la vicenda per mettere in difficoltà il governo, in quanto essi non potevano certo condividere integralmente le valutazioni di Hochhuth, il cui «grave giudizio» su via Rasella avrebbe potuto «investire una parte notevole di tutta la Resistenza italiana»Camera dei Deputati, IV legislatura, resoconto stenografico della seduta di venerdì 2 aprile 1965 , pp. 14152 e ss. I citati passaggi degli interventi dei deputati Gagliardi e Pellicani sono rispettivamente alle pp. 14169 e 14178..

Valutazioni storiografiche Alcuni autori hanno espresso forti critiche verso il comportamento tenuto dalla Santa Sede circa i fatti del 23 e 24 marzo. Osserva Giorgio Bocca: «L'appello, per quanto non firmato da Pio XII, ne rispecchia il pensiero reazionario. Il foglio ufficiale della Santa Sede esprime la sua condanna della violenza separando – nella Roma dell'occupazione nazista! – le "vittime" (i tedeschi) dai "colpevoli" (i partigiani), gli "irresponsabili" (i capi della Resistenza) dai "responsabili" (i comandi tedeschi e fascisti); e fa sua, volendolo o meno, la tesi fascista e attesista della "strage degli innocenti": dimenticando che la legalità dei "responsabili" a cui si appella è la medesima che sta sterminando sei milioni di ebrei innocenti, fatto di cui il Santo padre, nel marzo 1944, è perfettamente al corrente. Senza dire che via Tasso e i suoi orrori sono a due passi dai sacri palazzi»..

Secondo Aurelio Lepre l'"Osservatore Romano", col formulare l'accusa agli attentatori di «non essersi presentati al comando tedesco per evitare la fucilazione degli ostaggi», compì una «scelta di campo»; tuttavia, commenta Lepre, tale accusa «era del tutto inconsistente [...], perché, se anche avessero voluto consegnarsi ai tedeschi, gli attentatori non ne avrebbero avuto il tempo»..

Alessandro Portelli ritiene che l'editoriale costituisca un "testo esemplare e fondante" di un'interpretazione dell'attentato di via Rasella destinata ad avere grande fortuna nel dopoguerra. Scrive infatti Portelli: «Di chi sia la colpa che rende necessario il sacrificio non c'è dubbio: i "colpevoli sfuggiti all'arresto". L'"Osservatore Romano" dunque lascia intendere che i nazisti cercarono i "colpevoli" prima di decidersi al massacro; né sono a conoscenza di rettifiche, precisazioni o smentite successive. Nasce qui lo spostamento della colpa sui vili partigiani che sono andati a nascondersi lasciando ("irresponsabili") al loro destino le vittime della rappresaglia. Oltre alla destra politica, saranno proprio organi e fonti vicini alla Chiesa e al mondo cattolico, a partire dai Comitati civici, a rilanciare nel corso degli anni questa versione, fino a farla penetrare nelle vene dell'immaginazione comune, contribuendo così ad avvelenare la memoria dell'evento, e con essa quella della resistenza, dell'identità e delle origini della repubblica. Che è poi il vero successo a lungo termine della rappresaglia nazista»..

L'interpretazione di Portelli è stata criticata dal quotidiano cattolico Avvenire come una lettura parziale che non tiene conto del contesto storico e dell'attività svolta dalla Chiesa, sia durante la guerra che dopo, per la pacificazione degli italiani. Anche il vaticanista Giorgio Angelozzi Gariboldi ha criticato le affermazioni di Portelli: «Pio XII rifiutava l'interpretazione ideologica del conflitto tra i belligeranti e si preoccupava di difendere la città di Roma dai bombardamenti e dai lutti della guerra. La Chiesa rispondeva, nei limiti delle sue possibilità, alle ansie della popolazione romana priva dei mezzi di sussistenza. Pio XII, pertanto, era consapevole che ogni atto di ostilità verso i tedeschi li avrebbe spinti a eccessi disperati contro la popolazione romana»..

Secondo Enzo Forcella, essendo la condanna della violenza all'interno del centro urbano un caposaldo della politica vaticana, «non può scandalizzare» che l'editoriale definisse "colpevoli" gli attentatori e si rammaricasse per la loro mancata cattura. Forcella scrive inoltre che «per quanto infelice, non c'era nulla in quel testo che autorizzasse a leggervi una deplorazione per il fatto che non si fossero presentati spontaneamente», come notò in quei giorni anche il segretario socialista Pietro Nenni (tra gli antifascisti a cui la Chiesa dava rifugio nel Seminario Maggiore presso la Basilica di San Giovanni in LateranoSul riparo offerto dalla Santa Sede agli antifascisti, si veda ), il quale commentò in modo sostanzialmente positivo l'intervento evidenziandone l'ammonimento ai tedeschi («non si può, non si deve spingere alla disperazione ch'è la più tremenda consigliera ma ancora la più tremenda delle forze»)..

Anche il liberale Umberto Zanotti Bianco giudicò favorevolmente il comunicato, definendolo «giusto monito verso i responsabili» (25 marzo)..

La controversia sulla possibilità di un intervento papale Il libro Morte a Roma

Nel 1967 il giornalista americano Robert Katz pubblicò il libro Death in Rome (pubblicato in Italia l'anno successivo da Editori Riuniti come Morte a Roma), nel quale accusava Pio XII di essere venuto a conoscenza, dopo l'attentato, dell'intenzione tedesca di compiere l'eccidio e di aver scelto di non intervenire. Il libro si inseriva nella più ampia controversia sollevata quattro anni prima da Rolf Hochhuth circa il generale atteggiamento del pontefice verso la Germania nazista e lo sterminio degli ebrei. Tuttavia, mentre per Hochhuth l'attentato di via Rasella era stato «un atto inutile e vile», Katz si schierò con decisione a difesa della legittimità morale dell'azione partigiana.

Secondo Katz, dopo l'attentato il diplomatico e colonnello delle SS Eugen Dollmann si sarebbe recato dal padre salvatoriano bavarese Pancrazio Pfeiffer (intermediario tra il Vaticano e i tedeschi, morto nel 1945), affinché informasse papa Pacelli di un suo piano per evitare la rappresaglia, che prevedeva la celebrazione di un grandioso funerale per i soldati uccisi. Stante la mancata realizzazione del piano di Dollmann, Katz imputa il massacro anche al tacito consenso del pontefice, il quale avrebbe avuto concrete possibilità di fermare i tedeschi, anche perché la maggior parte di questi avrebbe agito controvoglia:

In un altro passaggio del libro si legge che il Vaticano tenne verso la strage un «silenzio grottesco».. La fonte indicata da Katz a sostegno della propria ricostruzione è un'intervista da lui fatta a Dollmann nel 1965. Tuttavia, nel proprio libro di memorie Roma nazista pubblicato nel 1949, l'ex diplomatico sostiene di essere stato volutamente tenuto all'oscuro delle modalità della rappresaglia da parte dei militari. Questi ultimi, secondo le memorie di Dollmann, temevano che egli, mosso da motivi «di carattere umanitario e politico», sarebbe intervenuto per evitare il massacro rivolgendosi al console generale Eitel Friedrich Moellhausen e all'ambasciatore presso il Vaticano Ernst von Weizsäcker, e che Dollmann e Moellhausen avrebbero mobilitato allo scopo anche i rispettivi superiori Karl Wolff e Rudolf Rahn. Inoltre nel 1967 Dollmann dichiarò:

Di nuovo nel 1972, Dollmann affermò:

Il film Rappresaglia

Da Morte a Roma fu tratto il film del 1973 Rappresaglia, diretto da George Pan Cosmatos e prodotto da Carlo Ponti. Il film, alla cui sceneggiatura contribuì anche Katz, riprendeva la ricostruzione storica del libro, fungente da sfondo all'azione del personaggio inventato di padre Antonelli (interpretato da Marcello Mastroianni), che tenta ostinatamente, ma invano, di sollecitare un intervento vaticano per impedire l'imminente strage. Compreso che il pontefice sarebbe rimasto inerte, Antonelli decide infine di condividere la sorte dei condannati a morte.. Seguendo Morte a Roma, anche il film accredita la versione che vuole Pio XII informato delle intenzioni tedesche da padre Pancrazio, il quale è messo al corrente da Dollmann delle modalità della rappresaglia e di un piano per evitarla che prevede l'indispensabile coinvolgimento del papa.