Le fondazioni siracusane nell'alto Adriatico risalgono al principio del IV secolo a.C., quando a guidare il governo della polis aretusea vi era Dionisio I. I rapporti tra Sicelioti e popolazioni adriatiche (costiere, lagunari e dell'entroterra) sono rintracciabili in numerose fonti antiche. Si instaurarono solidi legami commerciali e culturali che continuarono almeno fino alla caduta dei due Dionisii.

Regione geografica interessata Emilia-Romagna, Veneto

La regione geografica alto adriatica che vide la venuta degli antichi Siracusani comprende parte dell'odierno territorio orientale del Veneto e dell'Emilia-Romagna. In tale contesto geografico si inserisce la talassocrazia, più che la colonizzazione, della polis siceliota di madrepatria dorico-corinzia.

I Siracusani vi giungevano dopo aver posto sotto il loro controllo gran parte del mar Siculo e del mar Ionio, aver domato gli Etruschi del mar Tirreno e aver colonizzato punti strategici della parte orientale del basso e medio Adriatico (antiche Illiria e Dalmazia, corrispondenti alle attuali Croazia e Albania). Nella parte occidentale del medio Adriatico i Siracusani si erano già insediati nella costa delle Marche, fondando la polis di Ankón (odierna Ancona); la più vicina alla zona emiliano-veneta.

L'area adriatica settentrionale interessata dalla presenza siracusana è essenzialmente quella del delta del Po, ma poiché questo delta è notevolmente mutato geograficamente, risulta che alcuni dei luoghi navigati e percorsi dai Greci di Sicilia si trovino odiernamente anche a molta distanza dal mare.

Le genti che popolavano l'Alto Adriatico Prima dell'arrivo dei Greco-Sicelioti e degli Etruschi

I primi abitatori dell'intera valle del Po (dalla parte occidentale a quella orientale) si sostiene furono i Liguri. Da un'interessante notizia di Plinio il Vecchio si viene a conoscenza che la bassa Padana (area del ravennate e del ferrarese), insieme all'area delle Marche e dell'Abruzzo, fu nei tempi più antichi un dominio di Siculi e Liburni (forse autoctoni della penisola italicaIn un discorso che contempli solo i Siculi - poiché non si hanno notizie per tale contesto sui Liburni -, ciò è sostenuto da Dionigi di Alicarnasso (che li chiama antichissimi barbari di stirpe indigena), da Ellanico di Lesbo che li dice essere Enotri e Ausoni. E forse anche da Virgilio e Macrobio che nominano i Sicani (probabile confusione con i Siculi) come i più antichi abitatori del Lazio, insieme agli Aurunci e ai Pelasgi; nel «regno felice di Saturno» (cit. Virgilio) che in Dionigi è già terra sicula. Cfr. Laura Biondi, Cesare Cassanelli, Giornate internazionali di studi sull'area elima: Gibellina, 19-22 settembre 1991: atti, Volume 1, 1992. o parte dei popoli del MareI Siculi vengono identificati (ancora senza certezza) con il popolo del Mare chiamato Šekeleš, citato nella Grande iscrizione di Karnak, a Luxor (dove si nominano i Šekeleš ma non i Libu, i quali sarebbero identificabili con i Liburni), nell'iscrizione del Tempio funerario di Ramses III, a Tebe (dove si nominano ancora i Shekelesh senza Libu ma con altri popoli, tra cui i Peleset, da alcuni studiosi associati ai Pelasgi), e nelle lettere di Ugarit, nelle quali il re ittita Šuppiluliuma II dice di voler conoscere la Šikala; ovvero la terra dei Šikalayū, popolo che li ha attaccati vivendo sulle navi:)

Secondo Filisto di Siracusa i Siculi erano in principio dei Liguri, staccatisi da essi per seguire il capo Sikélos; il noto condottiero che secondo la matrice antiochea era un Enotre esiliato da Roma (quando la città ancora non si chiamava Roma<ref group=N>Dallincipit del libro dionisiano delle Antichità romane:

Trad. ita e cfr. in Giuseppe Sergi, Da Alba Longa a Roma, 1954, p. 1.</ref>), mentre secondo la matrice filistina egli era un Ligure in fuga con il suo popolo, il quale era stato scacciato dalle proprie terre originarie (site nel medio e alto Adriaitico) da Umbri e Pelasgi.Filisto FGrHist 556 F 46.

Con Filisto concorda in parte Plinio che nomina gli Umbri come cacciatori dei Siculi dall'Adriatico, ma non i Pelasgi. Diodoro Siculo invece ricorda i Pelasgi e stanzia questi protogreci esattamente nella valle del Po.Diodoro Siculo, XIV, 113, 2. La versione di Diodoro è confermata da Dionigi di Alicarnasso che racconta di come i Pelasgi, provenienti dall'Epiro (dove si erano recati per consultare l'oracolo di Dodona) in cerca dei Siculi fossero stati sospinti da una tempesta alla foce del fiume Po.Dion. Alic. Antichità romane I, 28, 4. Quindi essi si stanziarono a Spina e poi ridiscesero la penisola per adempiere l'esito oracolare (trovare i Siculi, allearsi con gli AborigeniVd. Dion. Alic., Antichità romane I, 20, 5. e cfr. Alessandra Coppola, Archaiologhía e propaganda: i Greci, Roma e l'Italia, 1995, p. 105. e cacciare l'''ethnos che fu nell'Adriatico dalla Saturnia; la terra del Lazio).Sia Dionigi di Alicarnasso che Marco Terenzio Varrone sostengono una spedizione dettata da un esito oracolare per i Pelasgi: un noto senatore romano, Lucio Manlio, afferma Dionigi, vide il tripode con l'iscrizione che riguardava i Pelasgi e la loro missione dodonea verso la Saturnia dei Siculi (cfr. anche Theodore Mommsen, Storia di Roma, ed. 2015):

Intorno al IX secolo a.C. giunsero nella parte nord-orientale della pianura i Veneti (che sarebbero originari dell'Asia Minore)Cfr. Giulia Fogolari, Aldo Prosdocimi, Mariolina Gamba, I veneti antichi: lingua e cultura, 1998, p. 17; Fabio Mora, Il pensiero storico-religioso antico: autori greci e Roma, vol. 1, 1995, p. 138; Angela Ruta Serafini, Este preromana: una città e i suoi santuari, 2002, p. 51. e nel sito nel quale si insediarono, come nel resto della pianura Padana, si era già diffusa la cultura villanoviana (le cui prime tracce si fanno risalire al XII secolo a.C.)

Ad un'epoca successiva, molto più prossima a quella greca, risale invece l'espansione degli Etruschi nella pianura Padana (metà dell'VIII secolo a.C. e pieno VI secolo a.C.);Cfr. le date in Jean-Marc Irollo, Gli Etruschi: alle origini della nostra civiltà, 2008, p. 54; Rassegna gallaratese di storia e d'arte, Pietro Cafaro, Spazi. Economie, comunità, archeologie: Economie, comunità, archeologie, 2014, p. 14. preceduta comunque dai primi contatti degli Adriatici con la civiltà micenea in un arco di tempo anteriore al IX secolo a.C.Cfr. Lorenzo Braccesi, Grecità adriatica, 2001, p. 48; Andrea Debiasi, L'epica perduta: Eumelo, il Ciclo, l'occidente, 2004, p. 220.

Adria, il mare Adriatico e i canali fluviali dei Siracusani Adria: fondazione o possedimento siracusano

Adria (), secondo le antiche fonti derivate dallEtymologicum Magnum (Ἐτυμολογικὸν Μέγα)Ἐτυμολογικὸν Μέγα, s.v. Άδρίας.<ref group=N>I cui autori, o punti di riferimento - in quanto vengono citati a fine articolo nellEtymologicum Magnum -, furono molto probabilmente Flegonte di Tralles - autore già delle Olimpiadi e liberto dell'imperatore Adriano. Fu scrittore delle vicende di Adria (FGrHist 257 F23) - e Orione - grammatico di Alessandria d'Egitto, anch'egli vicino ad Adriano. Cfr. Storia e letteratura, 1961, p. 419; La Parola del passat, vol. VII, 1971, p. 171; Guido Migliorati, Cassio Dione e l'impero romano da Nerva ad Antonino Pio, 2003, p. 215.</ref> e da Giovanni Tzetzes (Ἰωάννης Τζέτζης),Tzetzes, ad Lycophr. Alex., 631. fu una fondazione dei SiceliotiMassimo Costa. Storia istituzionale e politica della Sicilia. Un compendio. Amazon. Palermo. 2019. Pagg. da 28 a 43 - ISBN 9781091175242 Siracusani fedeli alla tirannide di Dionisio I, in contrasto quindi con la fondazione di Ankón (Ancona) che, secondo Strabone,Strabone, Geografia, V, 4, 2. sarebbe stata opera di Siracusani ribelli alla tirannide dionisiana.Il testo delle fonti raccolte a Costantinopoli, definito alquanto oscuro, per via dell'origine, e non del tutto leggibile, testualmente recita: «Dionisio, tiranno della Sicilia [...] fondò la città di Adria nel golfo Ionico (...).» e «Dionisio tiranno di Sicilia t che prima, nella [?] Olimpiade, fondò una città di nome Adria nel Golfo Ionio, dalla quale anche il mare si chiama Adriatico.» Cit. testo in Attilio Mastrocinque, Da Cnido a Corcira Melaina: uno studio sulle fondazioni greche in Adriatico, 1988, p. 36 e in Mario Lombardo, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, 1992, p. 35.

Tali fonti, esplicite ma tardive (basso impero bizantino di Costantinopoli), trovano supporto sia nella nota e ben documentataCfr. al riguardo, es., Diodoro e la colonizzazione adriatica di Siracusa in I greci in Adriatico (a cura di), 2002, da p. 211. frequentazione dell'area adriatica da parte dei Siracusani del tempo dei due Dionisii e in altre fonti che, se pur molto meno esplicite di quelle sopra menzionate, sono più antiche e di chiara provenienza: afferma a tal proposito Stefano di Bisanzio (VI secolo) che vi erano due città chiamate Atria (altra forma antica del nome di Adria): una nella Tirrenia (principale sede del popolo etrusco, che i Greci chiamarono Τυρρηνοί, ovvero Tirreni), fondata dall'eroe greco e diffusore di civiltà in Adriatico, Diomede, e un'altra abitata da Galli Boi (ramo dei Celti).Stefano di Bisanzio, Ethnika, s.v. Atpía.

La notizia fornita da Stefano di Bisanzio può avere diverse interpretazioni; tutte comunque utili al fine di fare chiarezza su una presenza siracusana nell'attuale area veneta: Stefano quando parla di un'Adria nella Tirrenia potrebbe riferirsi all'Adria che attualmente si trova nella pianura Padana, che un tempo vide il sorgere e il tramontare dell'Etruria padana; da qui il forte collegamento con gli Etruschi di cui Stefano ha serbato il ricordo nella sua notizia («nella Tirrenia» dice lo storico bizantino), ed informa anche che fu fondata da Diomede. I Siracusani sono concordemente riconosciuti come coloro che rivitalizzarono il culto di Diomede in Adriatico, per cui è molto plausibile che dietro questa "fondazione diomedea" si celi l'operato di Dionisio siracusano.

Non va però trascurato l'importante dato, storicamente accertato, secondo il quale i Galli Boi si insediarono nella regione sotto il fiume Po, occupando principalmente parti emiliane: Piacenza, Bologna, che proprio da loro prese il nome, Marzabotto e forse alcune aree lombarde a sud del mantovano.Cfr. .Cfr. Monumenta Historica Ordinis Minorum Capuccinorum, 1971, pp. 127-128 Per cui anche se questi Galli non sono attestati nelle immediate vicinanze dell'Adria padana (la quale rientra pur sempre nei confini del loro contesto geografico, a differenza dell'area marchigiano-abruzzese), essa potrebbe essere divenuta in qualche episodio sconosciuto un loro possedimento. Anzi, secondo alcune fonti moderne sarebbe stato proprio il duraturo conflitto innescato contro gli Etruschi da questa bellicosa stirpe di Celti ad avere offerto a Dionisio l'occasione giusta per impadronirsi dell'Adria veneta.Venetia: Studi miscellanei di archeologia delle Venezie, 1967, p. 43. Su Galli Boi e possedimenti di Dionisio vd. anche Antonio Violante, I Celti a sud delle Alpi, 1993, p. 40.