Origini

Fino a qualche decennio fa era opinione di molti studiosi, tra cui Lodovico Vergano, che il nome Asti derivasse dalla matrice ligure “ast” altura, a denominare il primo insediamento abitato sulla collinetta detta dei “Varroni”. Anche secondo Strabone, Asta significa roccia che si alza dalla pianura.

Nella Naturalis Historia di Plinio (libro III, capitolo V), Asti è “un forte villaggio ligure confinante con le tribù degli Stazielli, popolato di gente industriosa, pastori, agricoltori, artigiani”. Nelle nuove ipotesi del 1991, il canonico P. Dacquino mise in dubbio la presenza ligure nel territorio piemontese, sostenendo non esservi traccia né di scritti, né di importanti reperti archeologici ascrivibili a quel popolo. In realtà nel corso degli ultimi decenni l'archeologia ha dimostrato inconfutabilmente l'esistenza di vasti e ben articolati insediamenti dell'età del ferro sia lungo la valle del Tanaro che quella del Belbo, sicuramente riconducibili all'etnia che Greci e Romani definirono "Ligure", ma che chiamava "Ambrones" i propri popoli.

Anche la leggenda che vuole Pompeo aver piantato la sua “nobile asta” in questo luogo per indicare il sito di costruzione della città, avallando la voce latina Hasta che indica la proprietà comune dei cittadini romani, non trova alcun riscontro oggettivo. Solamente verso il II secolo il nome primitivo di Asti è avvicinato alla voce latina, e la sua origine preromana è dimostrabile anche attraverso l'esistenza di una località omonima, oggi scomparsa, nella riviera Ligure. Sempre secondo il Dacquino, è probabile che il nome derivi dall'indoeuropeo owi-s (pecora), ad indicare il luogo della pastorizia. Il primo insediamento è quello del neolitico, sulla sponda sinistra del Tanaro, il quale si spostò verso il 1800 a.C. - 1500 a.C. nella collinetta dei Varroni.

Un elmo bronzeo del tipo di Veio, ritrovato nel letto del fiume Tanaro nel territorio astese, ci fa presupporre contatti con popolazioni etrusche, che intorno al 1000 a.C. – 600 a.C. espansero il proprio raggio d'azione. Né mancano in loco attestazioni archeologiche di regolari scambi commerciali con l'Etruria.

Il substrato locale Ligure ebbe poi notevoli commistioni culturali con le popolazioni celtiche che discese dal nord, rimanendone influenzato nella lingua e nei costumi. Liguri celtizzati erano gli abitanti del territorio astigiano, che si scontrarono con gli eserciti romani.

Secondo gli autori classici, lungo la valle del Tanaro era stanziata la tribù degli "Euburiates", forse confederata a quella degli "Statellates" stanziata fra Belbo e Bormida.

Romani

Il processo di “romanizzazione” durerà dal 200 a.C. fino al 122 a.C., portando Asti ed il suo territorio a costituire un “municipium” romano con il nome di Hasta. Esso precede quello dell'area albese, ed anticipa sensibilmente la costruzione di Augusta Taurinorum.

Sono pochi i reperti dell'epoca romana ritrovati sul territorio astese: alcune lapidi, vasi e suppellettili in cotto ed in vetro, pochi resti in marmo come, ad esempio, i due capitelli corinzi oggi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta.

Sotto l'aspetto architettonico, restano la Torre Rossa o di San Secondo nel Rione Santa Caterina, probabile elemento di uno dei torrioni della porta nord della cinta muraria, adattata a campanile e sopraelevata con una cella campanaria del XII secolo; i resti dell'anfiteatro romano della metà del I secolo in via Massimo d'Azeglio e parte di una "domus" in via Varrone. Recenti campagne di scavo hanno permesso di identificare le vastissime Terme, (area fra piazza Cagni, via Mazzini, via Malabaila e via Roero) il Foro (sotto il complesso del monastero di Sant'Anastasio), diversi tratti di strade urbane in basolato, numerosi resti di domus e di edifici di varia natura. Precisi riscontri hanno permesso di definire la città romana in un perimetro quadrato di 700 metri di lato, che racchiude un'area di 49 ettari. Il cui reticolo viario è generalmente sovrapponibile a quello contemporaneo.

L'agglomerato urbano della città era situato in una favorevole posizione: secondo la tabula Peutingeriana, che è l'atlante geografico dell'antichità, si trovava esattamente sulla via Fulvia, aveva la tipica conformazione a “scacchiera”, attraversata al centro dal decumano massimo, continuazione della via consolare (l'attuale Corso Alfieri) che, arrivando da Dertona (Tortona), si tetrapartiva verso Vardacate (Casale Monferrato), Industria (Chivasso), Carreum Potentia (Chieri) e Pollentia (Pollenzo).

Longobardi

I Longobardi scesero in Italia nel 568 attraverso le Alpi Carniche; guidava gli invasori Re Alboino, che scelse Pavia come capitale e divise il regno in tre regioni: l'Austria, la Neustria e la Tuscia. Ogni regione a sua volta fu divisa in ducati. Asti divenne un ducato della Neustria. Il suo territorio si estendeva fino alla Liguria, comprendendo Albenga e Savona.

A capo del Ducato di Asti vi era Gunualdo, fratello della regina Teodolinda; erano suoi nipoti Godeberto e Pertarito, figli di Ariperto già sovrano longobardo, in perenne conflitto tra loro, al punto tale che il cognato Grimoaldo, duca di Benevento, poté approfittarne, uccidendo il primo e costringendo alla fuga il secondo. Pertarito si rivolse ai vicini Franchi di re Clotario, che si scontrarono con Grimoaldo nel 663 nella località di Refrancore, ad una decina di chilometri da Asti. Il primo scontro arrise a Pertarito ed ai suoi alleati franchi, ma nella notte Grimoaldo piombò nell'accampamento facendo strage dei nemici. Il toponimo Refrancore sta infatti a ricordare il luogo della sanguinosa strage “Rivus ex sanguine Francorum”.

Anche se il passaggio dai romani ai nuovi invasori non fu traumatico come nelle altre città italiane, possiamo supporre che anche ad Asti la nobiltà venne capitozzata ed i beni confiscati a vantaggio della nuova classe patrizia longobarda. Questo portò la città ad una notevole involuzione sia demografica che economica, al punto tale che il cronista Paolo Diacono, riferendosi ad Asti, un tempo ” civitas”, l'appella col nome di civitatula.

La dominazione longobarda si protrasse fino al 774, data in cui Carlo Magno sconfisse l'ultimo re longobardo Desiderio.

Franchi

Il Molina nelle sue “Notizie Storiche profane della lotta di Asti”, narra che Carlo Magno, nel 774 giunse ad Asti nell'Abbazia dei Santissimi Apostoli per “ricevere” l'obbedienza della città, in tale occasione avrebbe dispensato alla nobiltà astigiana titoli e privilegi. È dello stesso periodo la leggenda che la costruzione dell'Abbazia di Vezzolano sia stata fatta su ordine dello stesso Carlo Magno, testimone di una visione mentre cacciava nella selva di Albugnano.

Carlo Magno, nell'801, avrebbe anche concesso il privilegio dello svolgimento due volte l'anno della fiera di Asti, antenata della attuale fiera “Carolingia”, che si tiene tuttora il primo mercoledì di maggio in occasione dei festeggiamenti patronali per San Secondo ma che fu in realtà istituita nel 1810 dal governo napoleonico.

Asti divenne contea Franca, ma dopo l'815, anno della morte di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero si sgretolò in infiniti piccoli feudi, con tantissimi discendenti, ognuno dei quali accampava diritti su più territori Così avvenne, che sul finire del IX secolo, l'Italia era rivendicata da ben tre signori: Berengario, Marchese del Friuli, incoronato a Milano nell'888 Guido di Spoleto, incoronato a Pavia nell'890 Arnolfo di Carinzia sovrano germanico, incoronato a Roma nell'895

In seguito al succedersi di intrighi e lotte per il regno d'Italia, Berengario, dopo molto battagliare e tramare, rimase unico sovrano d'Italia. Morì nella chiesa di Sant'Anastasio a Verona nel 924 anch'egli assassinato.

Potere dei vescovi

Le alterne vicende politiche europee videro, nei secoli X e XI, un allontanamento della sfera di azione degli imperatori nelle “cose” italiane e in particolare astigiane, sempre più impegnati nelle lotte centrali per la successione e la supremazia dell'impero. Questo aumentò l'influenza vescovile, incrementandone il potere anche sotto l'aspetto politico- territoriale. In Asti, per quasi tre secoli, dal 1000 al 1300, il diritto di nominare il Vescovo fu di spettanza dei Canonici della Curia, i quali lo sceglievano sovente in seno al proprio Capitolo.

I vescovi di quel periodo erano colti, oculati ed incarnavano per il popolo il potere supremo, quello cioè divino, godendo quindi del pieno rispetto e benevolenza popolare. Gli imperatori sapevano bene questo e cercarono di utilizzarli, quasi come pubblici ufficiali, nel processo evolutivo del feudalesimo. Per poter contenere i Vescovi sotto la propria autorità, gli imperatori elargivano beni e privilegi. Già dal 938, Ugo e Lotario, in segno di riconoscenza, concedevano al Vescovo Bruningo, loro arcicancelliere, il Castel Vecchio, roccaforte della città, i cui resti si possono ancora scorgere nel boschetto dei partigiani in Piazza Martiri della libertà.

In tal modo Ottone I nel 962, con la conferma dei privilegi, investì praticamente il Vescovo Brunigo della “signoria” della città, comprendendo anche il potere giuridico amministrativo.

La diocesi di Asti, come risulta dal diploma dell'imperatore Enrico III del 1041, comprendeva gran parte del Piemonte meridionale (Mondovì, una parte della diocesi di Cuneo, tra cui Cherasco, Bra, parte di Fossano e di Alba) giungendo fino alle valli dell'Ellero, del Pesio, del Gesso, fino ai valichi del col di Tenda e delle Finestre; ad est, parte del territorio di Casale e Alessandria; a nord molte parrocchie di Torino comprendendo Poirino, Buttigliera e Cerreto. Erano inoltre comprese la corte di Benevagienna, col castello cinto di mura e acquedotto, Lequio con terre e castelli circostanti, la corte di Niella Tanaro, con le sue dipendenze e la contea di Bredulo.

Il Vescovo Oddone III,sul finire dell'XI secolo, alla morte di Adelaide di Susa (unica discendente della marca Arduinica), divenne conte di Asti e di Bredulo.

I Vescovi di Asti, secondo il Cipolla, in “Di Audace, Vescovo d'Asti“, non perdettero mai il concetto della propria dignità spirituale e della propria missione, anzi secondo il Vassallo, il governo dei Vescovi migliorò le condizioni socio- economiche della città, fino all'esempio del vescovo Bonifacio I (1198-1206), che durante il suo mandato cedette ai poteri civili del Comune di Asti, parte dei fondi e delle proprietà della chiesa. Nel gennaio del 1206, il Papa Innocenzo III lo rimuoveva dalla cattedra episcopale, confinandolo nell'Abbazia di Valleombrosa (Certosa di Valmanera), ma ormai il processo di laicizzazione, che porterà al trionfo dell'autonomia comunale, era inarrestabile.

Il Comune

Il vescovo Oddone III, il 28 maggio 1095, investì il Comune di Asti, nella figura dei suoi consoli, del Castello e del villaggio di Annone, con tutti i diritti ad esso pertinenti. Questo documento, presente nel Codex Astensis, è molto importante perché menziona per la prima volta i consoli della città. L'atto che testimonia del già esistente Comune di Asti è antecedente a quello di Milano (1097), Genova (1098) e Pavia (1105). Nel 1141 il prestigio del Comune accrebbe con il privilegio dato dall'imperatore Corrado III di battere moneta. Il Comune di Asti cominciò subito sia una politica espansionistica economica, con i propri mercanti che avevano banchi in tutta Europa, che territoriale, con continui sconfinamenti nelle terre vescovili o nella marca Aleramica, nei territori di potenti famiglie feudatarie quali per esempio i marchesi Del Carretto, di Incisa, di Busca o i conti di Loreto.

L'espansione del Comune di Asti creò notevoli problemi a questi feudatari che, nella persona del Vescovo Anselmo e del Marchese del Monferrato, nel 1154 si recarono a Roncaglia cercando di bloccare l'ascesa del Comune di Asti tramite l'intercessione dell'imperatore Federico I di Svevia (il Barbarossa).