Florentia è il nome latino della città antica da cui ha avuto origine Firenze. Fu dedotta come colonia romana nella media valle dell'Arno, entro la Regio VII Etruria, su un sito già occupato da un piccolo insediamento etrusco; i suoi resti giacciono sotto il centro storico della città moderna, che dell'impianto antico conserva ancora il tracciato di alcune strade.; .

L'insediamento etrusco era sorto dall'VIII secolo a.C. presso il punto in cui l'Arno era più agevole da attraversare e non raggiunse mai la forma di città. La decisione di dedurre la colonia è stata ricondotta alla lex Iulia del 59 a.C. oppure all'età triumvirale, mentre l'impianto urbano documentato dall'archeologia si colloca in età augustea, fra il 30 e il 15 a.C..

La colonia conobbe il suo massimo sviluppo in età adrianea, quando furono costruiti l'acquedotto, l'anfiteatro e i grandi impianti termali, il foro fu ampliato e il teatro completato in muratura. Dalla fine del IV secolo gli edifici pubblici furono progressivamente abbandonati e spogliati, mentre quattro basiliche paleocristiane ridisegnavano lo spazio urbano lungo l'asse del cardine massimo. La città sopravvisse alla dominazione ostrogota e alla guerra greco-gotica, ma con l'età longobarda l'assetto di impianto romano risulta ormai dissolto.

Toponimo Florentia è un nome augurale, formato sul verbo latino florēre, del tipo attribuito ad altre fondazioni romane come Potentia, Placentia, Valentia e Pollentia; Florentia Iliberritana era inoltre il nome antico di Granada.. In latino medievale è attestata anche la forma Frorentia.. Il nome è scarsamente attestato nell'antichità classica.

Le forme volgari non risalgono tutte al medesimo caso latino: Fiorenza e Firenza derivano dal nominativo Florentia e sono documentate a partire dal 1235, mentre Firenze, attestato dal 1255, è stato ricondotto al genitivo locativo Florentiae, con passaggio di flo- a fio- e quindi di fio- a fi- in sillaba protonica.. L'ipotesi che in Firenze, come in altri toponimi italiani usciti in -i o in -e, si conservi un antico locativo è stata però giudicata bisognosa di ulteriore chiarimento, dal momento che diverse forme di questo tipo risultano più recenti delle corrispondenti uscite in -a o in -o; in Toscana la città viene del resto ancora frequentemente detta Fiorenza..

Il nome etrusco del piccolo insediamento anteriore alla colonia non è noto..

Il sito prima della colonia La colonia fu dedotta su una lieve altura presso l'Arno, delimitata a ovest dal Mugnone e a est dal fosso di San Gervaso, in continuità verso nord con il terreno che sale progressivamente verso le pendici fiesolane. Poco convincente è parsa l'ipotesi che la città sia sorta su un'isola ritagliata fra rami intrecciati del fiume, perché il corso secondario che avrebbe occupato la depressione fra San Lorenzo e il Duomo non doveva essere attivo se non durante le piene.

Su quell'altura sono stati riconosciuti segni di presenza umana anteriore all'età romana, e alla stessa epoca etrusca viene fatta risalire l'impostazione della sistemazione agraria della piana. Quanto fossero estesi quei primi insediamenti, costruiti con materiali deperibili, e le più antiche murature del II e della prima metà del I secolo a.C. sfugge però a ogni valutazione: non lo consentono né l'urbanizzazione posteriore né la ristrettezza delle indagini. La quasi totalità dei reperti preromani dal centro proviene infatti da recuperi occasionali, da scassi ottocenteschi o da contesti stratigrafici in giacitura secondaria. Nessuna fonte antica ricorda d'altronde una Firenze etrusca: gli episodi che coinvolgono l'area, dalla sconfitta di Etruschi e Sabini a opera dei Galli nel 225 a.C. al passaggio di Annibale nel 217, sono riferiti dagli autori sempre a Fiesole. I rendiconti di scavo precisano inoltre che gli edifici della colonia poggiano su uno strato livellato che ha obliterato le strutture preesistenti, sicché quanto si sa dell'insediamento etrusco resta parziale e decontestualizzato.. Nello scavo di piazza della Signoria i livelli di età romana sono stati raggiunti solo su una porzione ridotta della superficie indagata, e quelli sottostanti su un'estensione ancora minore, priva di contesti intatti..

Età villanoviana

Fra il 1892 e il 1894, durante le demolizioni del Mercato Vecchio, sul lato occidentale dell'attuale piazza della Repubblica furono individuate incinerazioni entro pozzetti cilindrici, riconosciute come pertinenti alla facies villanoviana da Luigi Adriano Milani, allora responsabile del Regio Museo archeologico. Il complesso è noto come necropoli «del Gambrinus», dal nome della birreria che sorgeva nell'area, poi sostituita dall'omonimo cinema. Delle nove tombe individuate sei furono recuperate, mentre tre andarono distrutte verso il 1894 fra via de' Vecchietti e la piazza. I recuperi non avvennero sempre nel corso di indagini scientifiche, e i contesti sono noti in parte attraverso i disegni dell'architetto Corinto Corinti. Sepolture analoghe, note per lo più da sole segnalazioni, sono ricordate nelle immediate vicinanze, in via de' Vecchietti, via Sassetti, via Pellicceria, sotto il palazzo delle Poste e all'incrocio fra via Calimala e via Porta Rossa: si ritiene che facessero parte di un'unica necropoli, per un totale che si aggira intorno alla decina di tombe...

Le sepolture si datano fra la prima metà e la seconda metà dell'VIII secolo a.C. Quattro sono state attribuite a donne, due a uomini; una, priva di ziro di protezione e con corredo che comprende una collana di vaghi in avorio, ambra e steatite, conteneva i resti di almeno tre bambini di età compresa fra pochi mesi e quattro anni. In più casi lo ziro risulta defunzionalizzato mediante l'asportazione di una o di entrambe le anse. L'impiego del dolio come contenitore o come cinerario rimanda alla fase recente del villanoviano, e in particolare alle necropoli di Chiusi e di Volterra, mentre i corredi, poveri e ridotti a fibule ad arco e fuseruole, guardano all'ambito felsineo; i confronti formali e decorativi dei cinerari sono stati letti come indizio della funzione di collegamento svolta dai nuclei villanoviani dell'agro fiorentino fra l'Etruria settentrionale e l'area transappenninica.

Altre tracce coeve provengono da un punto del settore orientale del centro, dove nel 1978 furono raccolti un rocchetto d'impasto e una fibula a sanguisuga riferibili a una sepoltura già distrutta,La localizzazione del ritrovamento è riportata in modo divergente: come via della Colonna angolo via de' Pilastri nella prima edizione dei materiali, come borgo Pinti angolo via Laura in . e dal riempimento della fossa di fondazione delle mura romane sul lato meridionale di piazza della Signoria, che ha restituito frammenti di ceramica geometrica di produzione greca o coloniale attribuiti a corredi funerari. Nell'agro, la piana di Sesto Fiorentino ha restituito, accanto alle sepolture, aree di abitato della prima età del Ferro, e a Quinto Fiorentino è nota una necropoli a incinerazione in uso fra la seconda metà dell'VIII e gli inizi del VI secolo a.C..

Età orientalizzante e arcaica Le testimonianze di questa fase provengono in massima parte dal centro urbano e sono quasi tutte prive di contesto; fanno eccezione il complesso di via del Proconsolo e l'area artigianale di via Nazionale.

I rinvenimenti dal centro urbano All'età orientalizzante sono riferiti due bronzetti di figura filiforme, uno femminile da piazza della Signoria e uno maschile dai pressi di Orsanmichele, attribuiti alla stessa bottega e databili fra lo scorcio dell'VIII e il VII secolo a.C., con confronti a Tarquinia, ad Arezzo e a Vetulonia. Sotto il piede entrambi conservano un tenone, che serviva per il fissaggio a una base o a un utensile, particolare che rende verosimile una destinazione votiva e ha fatto ipotizzare l'esistenza di un'area sacra, la cui mancata individuazione non costituirebbe un'obiezione, dato che all'epoca dei bronzetti più antichi i luoghi di culto potevano essere semplici altari all'aperto.

Dagli sterri di fine Ottocento provengono due bronzetti votivi, un guerriero con elmo ionico decorato a protome di cigno, attribuito a officine dell'Etruria settentrionale e centrale interna e datato fra il 540 e il 520 a.C., e un kouros che nel 1892 comparve fra le fondamenta della demolita chiesa di San Tommaso. Dalla stessa chiesa, dove era murato sulla cantonata, fu recuperato nel 1891 un cippo funerario in arenaria con figura maschile in aspetto sacerdotale munita di lituo, del terzo venticinquennio del VI secolo a.C.: in questo caso la provenienza dal centro cittadino è soltanto induttiva.. Da scavi urbani in via Strozzi proviene inoltre un braciere in bucchero pesante di produzione chiusina, richiamato fra le testimonianze della proiezione di Chiusi verso nord nel VI secolo a.C..

Un contesto preromano in giacitura primaria è stato individuato fra il 2003 e il 2004 in un vano sottostante al portico di Benedetto da Rovezzano, presso la Badia Fiorentina, all'angolo fra via del Proconsolo e via Dante Alighieri, in un'area già parzialmente indagata nel 1986. Si tratta di un canale con andamento nord-ovest/sud-est tagliato in un livello sabbioso, cui era tangente una cavità perfettamente circolare; la struttura è stata interpretata in via ipotetica come fondo di capanna con cavità di drenaggio sottopavimentale, come porzione di impianto produttivo o, per la presenza di vasi iscritti, come luogo di culto. Fra i materiali, tre ciotole e un fondo di piattello su alto piede in impasto recano graffiti, le più antiche testimonianze di pratica scrittoria dal territorio in cui sorgerà la colonia. Le forme rimandano a tipi diffusi in Etruria fra la metà del VII e gli inizi del V secolo a.C., con confronti a San Piero a Sieve, ad Artimino, a Volterra e a Roselle; in via preliminare il nucleo è stato datato fra la metà del VII e il primo venticinquennio del VI secolo a.C.

Dei quattro graffiti uno solo si lascia leggere come sequenza alfabetica significante: si tratta di upu, sul fondo di una ciotola carenata, in cui è stata riconosciuta una possibile forma onomastica al nominativus pendens, cioè un nome individuale in -u. Il graffito su un frammento di piattello è stato letto vi, forse una semplice indicazione numerale, mentre i due sul fondo delle scodelle sono stati ricondotti ai contrassegni di dubbio valore alfabetico, con riserve sulla lettura come serie di tre u proposta in sede di edizione.. Il carattere di servizio da banchetto dei vasi e la presenza stessa di iscrizioni sono stati letti come indizio del rango dei proprietari, e datano alla fine del VII secolo a.C. l'emergere di un ceto agiato che le sculture funerarie e i manufatti di importazione della seconda metà del VI mostrano ormai radicato..

L'area artigianale di via Nazionale