La creazione di una colonia ebraica in Etiopia fu un progetto, mai concretizzatosi, ideato dal governo italiano durante gli anni '30. Esso si inserisce nell'ambito delle misure più o meno repressive proposte per la soluzione della questione ebraica, in seno o col supporto del territorialismo, intese a rilocare gli ebrei dall'Europa, dei quali il più noto è il Piano Madagascar. L'elaborazione di questo piano vide coinvolti diversi attori politici internazionali, venendo tuttavia accantonato in seguito al definitivo allineamento dell'Italia al regime nazista e allo scoppio della seconda guerra mondiale, eventi che condussero all'attuazione della soluzione finale.
Storia La comunità Falascià
L'invasione italiana dell'Etiopia nell'autunno del 1935, nonché il progressivo inasprirsi delle misure antisemite nella Germania nazista indussero diversi gruppi politici, espressione delle organizzazioni ebraiche internazionali, ma anche dell'Italia fascista, ad interessarsi a misure volte ad attuare un trasferimento in massa della popolazione ebraica europea in Etiopia o in altri territori appartenenti ai possedimenti coloniali italiani.
Una interessante conseguenza presso la comunità ebraica italiana dell'invasione dell'Etiopia fu il rinnovato interesse per le vicende dei Falascia, gli ebrei etiopi. Questa comunità, lungamente negletta dagli studiosi, risiedeva negli altopiani dell'Etiopia. Essa fu oggetto di diversi articoli da parte della stampa italiana: La Nostra Bandiera per esempio pubblicò un articolo, datato 15 aprile 1936, intitolato "Con l'occupazione di Gondar si pone agli ebrei italiani il problema dei Falascià", mentre il settimanale della comunità ebraica italiana Israel, con sede a Milano, pubblicò nel maggio del medesimo anno un articolo informativo intitolato "I Falascià", scritto dall'ebraista Carlo Alberto Viterbo.
Agli inizi di giugno l'Unione delle comunità, che raggruppava le comunità ebraiche italiane, si mise in contatto con il ministro italiano delle colonie Alessandro Lessona, il quale consentì all'organizzazione dell'assistenza dei Falascià, nonché di stabilire sedi ad Addis Abeba e Dire Daua. Viterbo, uno dei consiglieri dell'Unione, e Umberto Scazzocchio, un altro membro dell'organizzazione residente in Asmara, vennero incaricati di accertare le condizioni dei Falascià. Viterbo partì per l'Africa orientale alla fine di luglio e fu ricevuto il 22 agosto dal viceré il maresciallo Graziani. Graziani diede il permesso di costituire la sede di Addis Abeba con decreto datato 19 settembre; il progetto di creare un'ulteriore sede a Dire Daua venne tuttavia accantonato.
Le comunità ebraiche in Etiopia erano di dimensioni alquanto ridotte, stando a quanto riportano i dati raccolti. In Addis Abeba vi erano 54 Falascià, 61 ebrei yemeniti, 25 ebrei italiani e 38 ebrei provenienti da altri Paesi europei. Viterbo fu in seguito nominato commissario della comunità ebraica di Addis Abeba, nonché responsabile degli ebrei in Gibuti nel protettorato della Somalia francese. Egli inoltre visitò, assieme allo studioso etiope Taamrat Emmanuel (già direttore della scuola falascià presente in Addis Abeba prima della guerra) le comunità dei Falascià nell'Etiopia settentrionale.
Il progetto
Poiché le attività delle organizzazioni ebraiche italiane erano perlopiù circoscritte ad ambiti sociali e culturali, lo stato italiano iniziò a sondare la possibilità presso organizzazioni ebraiche straniere di una cooperazione finalizzata allo stabilimento di insediamenti in Etiopia.
Reazioni ebraiche nel 1936
Già a partire dal 14 maggio del 1936, nove giorni dopo l'occupazione italiana di Addis Abeba, il direttore della filiale austriaca di una compagnia assicurativa pubblica italiana (l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni), Robert Auer (peraltro anch'egli di religione ebraica) discusse di tale progetto a Vienna con un esponente sionista, Zweig, e un rappresentante dei fascisti austriaci, Schischa. Auer, come risulta da un resoconto inviato tre giorni dopo da Zweig ai leader sionisti Moshe Shertok e Chaim Weizmann, discusse dei possibili benefici di un insediamento ebraico di dimensioni significative in Etiopia, sottolineando le prevedibili difficoltà che avrebbe incontrato l'Italia nella colonizzazione di un territorio così vasto e scarsamente popolato. I 250.000 soldati e coloni presenti nell'Africa Orientale erano a suo dire come i Normanni in Inghilterra sotto Guglielmo il Conquistatore: non possedevano nulla al di fuori del proprio lavoro. Per questo Auer sostenne che l'iniziativa imprenditoriale ebraica e le risorse finanziarie di cui disponevano sarebbero state molto utili in quel contesto. Egli inoltre affermò che l'Italia, pur non ammettendo l'esistenza di uno stato autonomo all'interno dei propri possedimenti, avrebbe molto probabilmente acconsentito alla concessione di ampie autonomie agli insediamenti ebraici. Oltre alla concessione di terre le autorità italiane si sarebbero limitate alla costruzione delle infrastrutture e al fornire la protezione ai coloni. L'insediamento ebraico in Etiopia, egli aggiunse, sarebbe stato inoltre politicamente conveniente per gli ebrei giacché li avrebbe reso meno dipendenti dalla Gran Bretagna e dalle sue decisioni concernenti l'emigrazione ebraica in Palestina; avrebbe inoltre consentito di acquisire un utile alleato nell'Italia fascista. Auer propose infine che una deputazione di due-tre rappresentanti della comunità ebraiche si incontrasse con il console italiano a Vienna, il quale era con lui in rapporti amichevoli. Tramite questo intermediario sarebbe poi stato possibile entrare in contatto direttamente con Mussolini. Era essenziale in questa prima fase tuttavia che i sionisti non opponessero resistenze a tale progetto.
Zweig riferì di aver ascoltato queste argomentazioni senza averle approvate, limitandosi a replicare che era consuetudine informare i vertici delle organizzazioni sioniste prima di prendere una decisione di qualsiasi tipo.
La fondatezza dell'iniziativa di Auer divenne ancor più evidente quando Berger, un giornalista austriaco strettamente a contatto con l'ambasciata italiana Vienna, informò subito dopo Zweig che il Duce era disponibile ad acconsentire all'emigrazione di 100.000 Ebrei in Abissinia per i successivi tre anni. Berger aggiunse inoltre che questa offerta avrebbe assicurato che gli Stati Uniti d'America non avrebbero imposto sanzioni contro l'Italia, affermando inoltre, in maniera molto simile a quanto già esposto da Auer, che l'Italia avrebbe concesso ampia autonomia agli insediamenti ebraici in Etiopia.
Proposte simili vennero presentate da altre figure in Austria, tanto che Zweig riferisce come l'idea di un insediamento ebraico in Etiopia fosse divenuto un argomento di discussione comune presso i circoli ebraici di Vienna.
Shertok e Weizmann, che in quanto sionisti erano interessati esclusivamente all'insediamento ebraico in Palestina, e che in ogni caso non avevano ammirazione per il regime fascista, non diedero segno di voler cooperare con il progetto di Mussolini e lasciarono cadere la proposta avanzata da Zweig.
Alcune settimane dopo al Cairo un certo capitano Dodona, direttore dell'agenzia telegrafica italiana in Egitto, entrò in contatto con un membro dello staff dell'agenzia telegrafica egiziana, l'Agence d'Orient, il quale aveva delle entrature presso la comunità ebraica in Egitto. Esponenti di questa comunità scrissero in seguito a Shertok, il 10 giugno, in termini molto simili alla proposta di Auer. Gli italiani, che progettavano un vasto insediamento ebraico in Abissinia, erano disposti a consentire lo stanziamento di non meno di 500.000 Ebrei nell'area autonoma di Gojjam e che pertanto Dodona aveva suggerito alla comunità ebraica in Egitto di inviare una delegazione sul posto per valutare tale progetto. Gli italiani, dichiarò il funzionario della Agence d'Orient, proponevano che l'iniziativa venisse espressamente dalla comunità ebraica in Egitto, poiché, se gli ebrei egiziani, che conoscevano la situazione in Etiopia, avessero acconsentito a tale piano, esso avrebbe potuto ricevere più facilmente il sostegno della comunità ebraica negli Stati Uniti d'America. Per rendere questa proposta ancora più interessante, il delegato italiano aveva inoltre aggiunto che, in caso di cooperazione positiva da parte delle comunità ebraiche, l'Italia avrebbe potuto modificare in maniera sostanziale il proprio atteggiamento nei confronti del sionismo.
Il funzionario della Agence d'Orient, tuttavia rifiutò queste proposte, affermando categoricamente che nessun sionista avrebbe dato il suo appoggio all'avventura abissina. Egli inoltre espose la questione alla comunità ebraica in Egitto, mettendola in guardia dalle conseguenze di tale progetto. A suo avviso la proposta italiana era infatti motivata da tre fattori:
competizione con il sionismo al fine di acquisire le simpatie del popolo ebraico; trovare sostegno economico per la colonizzazione italiana in Etiopia, per la quale il governo italiano sperava che le comunità ebraiche avrebbero fornito un contributo finanziario che avrebbe interessato non solo gli insediamenti ebraici; creare difficoltà diplomatiche con il Regno Unito.
Così presentato, lo schema sembrò non suscitare interesse presso la comunità ebraica egiziana, giacché egli concluse che in generale l'offerta italiana venisse sostanzialmente rifiutata.
Reazioni ebraiche e giornalistiche nel 1938
Il progetto di trovare un territorio destinato ad accogliere uno Stato ebraico in Etiopia venne quindi accantonato per circa un anno e mezzo, ma venne nuovamente sollevato dalla stampa di regime in Italia e fu oggetto di rinnovato interesse anche da parte delle comunità ebraiche europee a partire dal 1938, con l'inasprirsi delle disposizioni anti-ebraiche in vari Stati. Gunther, ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, riferì per esempio che il 20 gennaio del 1938, delegazioni di comunità ebraiche della Bessarabia avessero richiesto all'ambasciatore italiano a Bucarest il permesso di stabilirsi in Etiopia. Alcune settimane dopo, nel mese di febbraio, il ministero italiano degli esteri, attraverso la sua pubblicazione ufficiale Informazione Diplomatica, espresse una dichiarazione contro l'antisemitismo nazista di tipo razziale, supportando l'idea di un antisemitismo basato sulla lotta al bolscevismo, in considerazione del fatto che molti leader comunisti erano di origine ebraica. La pubblicazione inoltre affermò che la questione ebraica potesse essere risolta attraverso la creazione di uno Stato ebraico, sebbene non in Palestina, in grado di rappresentare e proteggere attraverso i consueti canali diplomatici e consolari le masse ebraiche disperse nel mondo.