Con guerra del Canavese si intende un conflitto armato che tra il 1339 e il 1362 interessò le famiglie dei Valperga e dei San Martino in territorio canavesano.

La principale fonte storiografica dell'evento è il trattato trecentesco De bello canepiciano di Pietro Azario conservato in un manoscritto risalente al XIV secolo. La guerra non vide la presa di potere di nessuna delle due fazioni che, di comune accordo, si sottomisero al potere ducale dei Savoia.

Il manoscritto L’unica copia ancora conservata non è autografa, sebbene sia contemporanea all’autore. Il codice cartaceo è di breve lunghezza ed è composto solo di 86 carte. Fu recuperato da Agostino Cotta e donato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano nel 1683, dove è custodito tuttora con segnatura D 269.Le informazioni sul manoscritto sono state gentilmente concesse dal direttore della Biblioteca Ambrosiana di Milano

Il trattato dell’Azario è stato pubblicato per la prima volta da Agostino Cotta nei 16 volumi delle “Miscellanee Novaresi”. Successivamente, nel 1729, Ludovico Antonio Muratori ripubblicò il manoscritto, il quale venne corretto e rivisitato dal conte Donato Silvia nel 1771. Nel 1970 il Lions Club d’Ivrea ha curato una ristampa anastatica del De bello canepiciano, riproducendo l’edizione Muratori; il testo è stato riproposto nel 2004 a cura dell’Associazione di Storia e Arte Canavesana di Ivrea Per realizzare la pagina del De bello canepiciano si è utilizzata l’edizione curata nel 2004 dall’Associazione di Storia e Arte Canavesana di Ivrea

La situazione socio-culturale piemontese descritta da Azario Azario dedica una breve introduzione all’ambiente canavesano. Visto da fuori, il Canavese pareva una zona agricola benestante, ma priva di attività commerciali e artigianali. In realtà, sebbene i nobili fossero occupati nell'acquisto di oggetti d’arte pregiati provenienti da altre città, il popolo si procurava autonomamente i beni alimentari e soprattutto il vestiario, grazie alle innovative rivoluzioni in campo tessile. Molte famiglie sapevano cucire da sé i propri indumenti, lavorando la lana in casa con rocca, fuso e telaio, divenuti poi preparatrici e follatrici. Allo stesso momento, però, la crescita economica conobbe una crisi causata dalla peste, che giunse al culmine verso la metà del Trecento.

Le fasi della guerra I San Martino occupano Caluso I San Martino occuparono Caluso perché volevano più proprietà e, grazie all’appoggio del principe di Piemonte, tennero il borgo fino all'assalto del Marchese del Monferrato. Costruirono le mura intorno a Caluso e si impossessarono dei castelli dei Ghibellini del Canavese e specialmente di terre e di castelli.

L'occupazione di Rivarossa I San Martino insieme al principe occuparono Rivarossa e il castello dei Valperga, subito fecero erigere delle mura tutt’intorno.

La spedizione a Milano I Valperga mandarono Giovanni Azario, podestà di Cuorgnè, a Milano per ingaggiare trecento soldati impiegandoli per sei mesi per fare la guerra ai conti di San Martino. Gli assoldati nominarono loro comandante Nicola De’ Medici di Milano. Azario, insieme al comandante si mosse verso il Canavese e, attraverso la Dora, giunse a Vische, la occupò e la distrusse.

La presa di Rivarolo Pochi giorni dopo i soldati entrarono a Rivarolo nella quale sorgevano due castelli: il castello Malgrà, costruito dal Signore Martino di Agliè e un secondo castello antico posseduto dagli alleati dei Valperga. I ghibellini Valperga distrussero, incendiarono tutte le case e devastarono le mura del castello Malgrà pur non riuscendo ad occuparlo.

La presa di Montalenghe A Montalenghe era situato il castello dei San Martino. I Valperga cominciarono ad assaltare con forza il castello e le parti esterne. I ghibellini di San Giorgio entrarono in massa e sterminarono i Guelfi. Il castellano strinse un patto con i signori di San Giorgio,nel quale venne stabilito che, nel caso non avesse rinnovato l’esercito entro tre giorni, avrebbe ceduto il castello; e così fece.

La presa di Orio Il castello di Orio è costituito da un grande palazzo posto su una vastissima zona fortificata sopra un monte presso San Giorgio. Non apparteneva a nessuno dei signori delle altre corti e i signori dovettero scendere a patti ma vennero resi vassalli del Marchese del Monferrato.

La presa di Speratono Le truppe si recarono al castello di Speratono, proprietà dei signori di San Martino, costruito a Caluso sopra un’altura sulle rive del lago di Candia, poco distante dal confine del feudo di Mazzé. In questo scontro i ghibellini riuscirono a vincere nuovamente.

La presa di San Benigno I ghibellini entrarono nella zona di San Benigno senza ostacoli dal momento che non vi erano difese e ciò procurò loro ingenti ricchezze.

La presa di Favria Giunsero a Favria, se ne impossessarono ma non distrussero il castello.

La presa di Front e Barbania Non riuscirono ad entrare facilmente a Front in quanto presentava grandi mura e fortificazioni, vennero però distrutte le località vicine. In seguito venne stretto un patto con il paese di Barbania, il quale non permise più ai guelfi l’ingresso.

L'assalto a Pont Le truppe si diressero poi verso Pont con tutti gli uomini di Cuorgnè. A Pont vi erano due castelli, uno dei signori di Valperga e l’altro dei conti Guelfi di San Martino, uno dei castelli venne assaltato e distrutto, i beni però vennero lasciati ai padroni.

L'assalto al castello di Pertica Giovanni di Valperga tentò di occupare con l’inganno il castello di Pertica, non attaccabile in quanto costruito su un’elevata altura, appartenente all’epoca secondo la leggenda a Re Arduino.

I conti di San Martino alla riscossa I Valperga distrussero i dintorni di Castellamonte, di Agliè, di Loranzè e di San Martino abbattendo tutto ciò che li circondava. I San Martino vollero vendicarsi delle offese subite e chiesero aiuto ai signori di Mantova.

L'invasione del Canavese I Signori di Mantova, alleati dei San Martino; entrarono a Rivarolo, assaltarono il castello dei signori di Valperga, devastarono le case dei ghibellini e incendiarono il borgo di Salassa e di Valperga.

La presa di Mercenasco Conquistarono e saccheggiarono Mercenasco, durante l’assalto al castello e le trattative di resa, dalla parte opposta entrarono e uccisero tutti brutalmente.

Guidetto fatto prigioniero dai Guelfi Guidetto, signore di Valperga, con la sua scorta composta da ventidue cavalieri si recò dal castello di Valperga a Rivarossa, dove incontrò i nemici. Egli non riuscì a fuggire e venne fatto prigioniero dagli avversari, dopo una lunga attesa pagò un ingente riscatto Gli uomini dei signori di Mantova nel frattempo iniziarono a ritirarsi e i primi soldati vennero dimessi. Questi si recarono a Chivasso per conferire con Malerba, condottiero di ventura al servizio dei signori di Valperga, il quale assoldò le due parti rimanenti di coloro che avevano compiuto la ferma con i signori di Valperga. Mentre questi si dirigevano a Chivasso nei pressi di Targlavaria e di Saluggia, vennero imprigionati dagli uomini dei signori di Valperga e spogliati di ogni avere.

Giovanni II, marchese del Monferrato, invade il Canavese Nel Giugno del 1362, Giovanni, il Marchese del Monferrato invase il Canavese. Le invasioni iniziarono da Caluso.

Caluso Caluso fu una delle terre più potenti del Canavese, situata tra la Dora e l’Orco. Il Marchese del Monferrato due anni prima commise devastazioni in Caluso, ma il suo obiettivo era l’intera conquista del territorio.

Rivarolo Giunto a Rivarolo, il Marchese mirò all’espugnazione del castello Malgrà, che riuscì a conquistare e fortificare, ma continuò con le devastazioni. Successivamente arrivò a Strambino.

L’assalto a Strambino Il borgo era situato su un’altura, ai piedi della quale si stendeva una pianura. In Strambino vi era un castello di proprietà dei signori di Masino. Il Marchese cominciò con le sue devastazioni e mentre con forza tentava l’espugnazione del paese, sconfisse il signor Marchese di Busca e ferì il signor Ottone di Brunsvich. Fuori del castello non lasciò nessuna casa, bruciò tutto. Inoltre, fece ricostruire il castello di Mercenasco, in seguito si diresse nuovamente verso Caluso.

La battaglia di Caluso Giunto nuovamente in Caluso ordinò l’assedio immediato del paese e seminò panico negli abitanti. Tutto il partito guelfo accorse a Caluso in difesa, fu presente la nobiltà del partito guelfo del Canavese e della città d’Ivrea: il signor Martino di San Martino, Bartolomeo di Strambino con un altro suo parente, Pietro della Stria, il più ricco di qualunque altro del suo partito e molti dei Taglianti. Costoro poggiavano la loro fiducia sull’onestà di alcuni uomini, non vi era nessun malfattore, tutti erano valorosi combattenti, proprio come dimostrarono i fatti. Non vi era timore contro il Marchese, che continuava a devastare uomini al di fuori del paese. In Caluso tutti gli uomini erano armati e muniti di una doppia corazza, decisero di abbassare il ponte levatoio dalla parte dove vi erano gli uomini del Marchese. Il ponte era disposto sotto la piazza del paese in corrispondenza di una via dritta. Il Marchese alla vista dell’abbassarsi del ponte, pensò che da lì a poco quelli di Caluso avrebbero attaccato, quindi il Marchese decise ti tenere un solenne discorso ai suoi soldati.

Il discorso del marchese ai soldati Il discorso mirava all’incoraggiamento dei soldati, per invogliarli a conquistare senza timore Caluso.

Il marchese dà l'assalto a Caluso ma è respinto Il Marchese decise di entrare nel paese per l’assalto, ma i nobili Guelfi, valorosissimi, affrontarono il Marchese per difendere il paese. Iniziarono con coloro che erano già entrati, per farli retrocedere. In questo assalto grande forza e valore furono dimostrati dai Teutonici dei Ghibellini.

Il marchese rinnova l'assalto Costretto alla retrocessione, il Marchese abbandonò il paese e decise di tenere un secondo discorso per rinnovare l’assalto, stimolando i suoi uomini. Disse loro che ormai i nemici li conoscevano e che quindi dovevano solo tentare nuovamente per sconfiggerli. Entrarono tumultuosamente,avanzavano lentamente verso la piazza, non riuscirono però a sostenere la potenza dei nemici e nuovamente dovettero abbandonare il paese con una grande perdita di uomini. Il Marchese vedendo le porte del paese aperte, radunò i suoi uomini e preparò un piano di azione: appena entrati, si stabiliranno sul ponte con i balestrieri, alcuni avanzeranno sulla via dritta, altri saliranno dalle vie laterali, in modo da condurre l’assalto da tre parti e con tre schiere. Se seguiranno questo piano, raggiungeranno la vittoria.

Il terzo assalto Entrarono quindi per la terza volta salendo sul torrione del ponte, se avessero atteso il giorno seguente, avrebbero incontrato sicuramente la loro fine. Fortunatamente decisero con saggezza di forare dalla parte esterna il muro della rocca, riuscendo a fuggire senza essere scoperti dai soldati del Marchese. Questi ultimi però vigilavano alle porte e avendo compensato le fatiche della giornata con numerose bevute, erano in preda al sonno. Il mattino seguente il Marchese, che credeva di avere nelle mani gli assediati, scoprì che essi erano fuggiti dalla roccaforte da una spaccatura praticata nel muro.

La resa