Il castello di Ghedi, inizialmente costituito da una cinta muraria sorta intorno al primitivo abitato di Ghedi, è stato edificato in piena età altomedievale benché se ne ignori la data precisa di costruzione. È stato inoltre rimaneggiato più volte nel corso dei secoli, anche in virtù dei numerosi assedi subiti e dei nuovi armamenti bellici implementati dagli eserciti rivali.

Storia La formazione del borgo fortificato In assenza di documenti storici che possano riportare la datazione di una prima edificazione, e lo sviluppo del primitivo recinto murario, la sua costruzione viene convenzionalmente circoscritta attorno al XII-XIII secolo: è infatti in questo periodo che il comune di Ghedi, riconosciuto in quanto Communitas, e quindi non più come un piccolo insieme di individui, cominciò ad assumere importanza nello scacchiere del territorio bresciano.. L'organizzazione giuridica, economico-amministrativa e politica del centro abitato andò sempre più consolidandosi, tant'è che dall'opera dell'archivista ghedese Angelo Maria Franchi, gli Annali, vengono annotati diversi acquisti di case, terreni, diritti sulle acque ed ampi appezzamenti di campi coltivabili. Essendo dunque il centro abitato di Ghedi in piena crescita, si configurava come inevitabile lo scontro tra il neonato comune e l'influente abbazia di Leno, circa la gestione di alcune terre demaniali; la querelle, infine, si risolse amichevolmente nel 1366 anche grazie all'attività mediatrice del nobile bresciano Giovanni Chizzola..

Parallelamente a questa ascesa del borgo medievale, anche la cinta muraria dovette certamente crescere in importanza: si può sicuramente affermare che il castello nel 1319 fosse munito e collaudato da diverso tempo. Fu proprio la sua funzione attiva di fortezza e la sua posizione, strategicamente favorevole, ad attirare l'attenzione della città di Brescia, che in un'ottica di consolidamento delle sue influenze nel territorio cercò di sottomettere anche la città di Ghedi. I più piccoli comuni rurali, del resto, assicuravano alle città madri un rifornimento di manodopera per la costruzione di edifici cittadini, per il completamento di opere pubbliche, la riscossione di imposte e tasse, così come per la fornitura di uomini d'arme per il proprio esercito. Non c'è quindi da sorprendersi se nel 1302 un piccolo contingente armato, offerto da Ghedi, aiutò il capoluogo bresciano a sedare alcune rivolte nella Val Camonica, così come, se nel 1310, fu messo a disposizione di Brescia un manipolo di soldati per resistere all'assedio dell'imperatore Arrigo VII.

Nonostante il rapporto di subordinazione da parte di Ghedi nei confronti della città gli atti di ribellione certamente non mancarono: nel 1306, infatti, il signore-vescovo di Brescia Berardo Maggi impose al comune il pagamento di un'ammenda di dieci mila libre, essendo reo d'avere offerto riparo a Tebaldo Brusato ed ai suoi sottoposti; fu forse per il mancato pagamento dell'ingente multa che nel 1307 i bresciani assaltarono il castello ghedese, che nel frattempo si era rivolto alla città di Cremona in cerca di protezione, e le cui truppe si erano asserragliate nella struttura militare. Nonostante ciò la loro sconfitta giunse in tempo breve ed il capoluogo bresciano impose una multa ancora più aspra, questa volta di ventimila lire bresciane.. La volontà di Brescia di mantenere Ghedi sotto il proprio dominio è dunque evidente, e, se per gli altri comuni rurali della Bassa Bresciana le ragioni erano puramente di natura economica e territoriale, il ghedese costituisce appunto un caso a parte: vista infatti la presenza del castello, che costituiva un potenziale avamposto per le truppe bresciane, Ghedi si configurava come un paese particolarmente appetibile. Lo testimonia un episodio del 1319 narrato dell'abate Zamboni, che così riporta:

Sempre riportato dal Zamboni nella sua opera, nel gennaio 1320 si verificò un altro episodio di rappresaglia nei confronti della città Madre, Brescia, che tuttavia era determinata a non perdere l'egemonia sul comune ghedese:

Lo sviluppo del castello

La cinta muraria, nella sua prima edificazione assai modesta, nel corso del XIV secolo dovette essere sicuramente ben diversa e molto più simile ad un vero e proprio castello cinto da possenti mura; i fossati, già sicuramente esistenti nel primo Trecento, furono in seguito ampliati e resi più ostici al passaggio: nel corso di tutto il secolo, come già evidenziato, il comune di Ghedi ebbe modo di svilupparsi e crescere di prestigio sia economicamente che militarmente, sia anche da un punto di vista prettamente demografico. Sorsero dunque i primi abitati al di fuori delle mura, e con essi anche i tradizionali quattro borghi, le cosiddette "quadre", di cui oggi si ricorda solo il nome.: Bassina, situata a sud del castello; Borgo Gazzolo, anche chiamato Contrada Palazzo (probabilmente in seguito alla costruzione di palazzo Orsini), che arrivava fino al fossato ovest del castello; Borgonuovo, così chiamato forse perché sorto per ultimo (veniva anche chiamato Borgo della Serriola della Fossa o Borgo di S. Lucia, per la presenza di una chiesa intitolata a santa Lucia) nella parte nord delle mura; Malborgo o via di Montechiaro, che si estendeva ad est. Come già evidenziato, il comune di Ghedi fu coinvolto, nel corso del XIV secolo, in numerosi e sanguinolenti scontri tra le schiere dei guelfi e dei ghibellini, quindi rispettivamente dei Visconti e degli Scaligeri; proprio a causa di queste guerre svoltesi nell'arco di breve tempo il castello e le sue mura subirono diversi assedi e furono quindi distrutti più volte. Uno dei tanti eventi viene riportato ancora una volta dall'abate Zamboni:

Una storia di guerre La vocazione militare del comune ghedese restò dunque centrale nelle dinamiche della comunità, tanto che nel 1436 questa fu esonerata, dal capitano generale della Serenissima e marchese di Mantova Francesco Gonzaga, a non pagare contribuzioni straordinarie, sicché già il paese ebbe modo di offrire alloggio a più di 300 cavalli dell'esercito e che le mura del borgo necessitavano di una ricostruzione ex novo; sappiamo inoltre dal Diario di Pandolfo Nassino, cittadino di Brescia e Vicario di Ghedi, che l'8 aprile 1437:"fo messa la prima preda del fabricar del castello de gedi". Tra l'altro il Nassino ebbe modo di annotare delle iscrizioni che formavano una "memoria notata et scripta sotto la logetta che è nella parte de sera alla piazza de gedi a mezzo dì alla porta del castello", riportato a sua volta nel 1666 dal notaio ghedese Mamentino: "1437 - La terra di Ghedi trovandosi assai populata, e doviziosa fece fabbricar il castello nel mezzo d'essa Terra con le sue fosse e terrapieni molto bello, essendo Doge di Venezia Pietro Candiano".

Nel 1438, tuttavia, le mura non dovettero essere affatto pronte quando le truppe viscontee, al soldo di Niccolò Piccinino, ebbero ragione su quelle venete del Gattamelata, conquistando di riflesso anche Ghedi; il paese tornerà in mano veneziana dopo poco tempo, nel 1440, grazie all'allora capitano generale della Repubblica, il condottiero Francesco Sforza. In virtù dei danni ingenti che il castello dovette subire il 16 giugno 1438 "si accordano a Ghedi lire 200 imperiali all'anno per quattro anni e le esenzioni per altri quattro anni dalla contribuzione per le fortezze del Bresciano dovendo provvedere al proprio castello": era infatti nell'interesse stesso della Serenissima tutelare il comune di Ghedi e la delicata posizione che esso ricopriva, essendo esso un importante avamposto e punto di snodo cruciale nello scacchiere del territorio lombardo.

È proprio sotto la repubblica di Venezia che Ghedi assume un ruolo di estrema importanza negli eventi bellici dell'epoca, anche in virtù di un sempre crescente impegno veneziano nel tutelare il suo fronte occidentale minacciato soprattutto dal ducato di Milano: è infatti memorabile un episodio narrato dallo storico bresciano Cristoforo da Soldo, ossia l'assedio intentato ai danni di Ghedi tra il 29 giugno ed il 6 luglio 1453 nella cosiddetta battaglia di Ghedi; lo stesso Francesco Sforza, divenuto duca di Milano, aveva infatti stretto un'alleanza con il Marchese di Mantova e mirava ad espandere i propri possedimenti, in linea con la precedente politica viscontea. Il castello fu dunque assediato ed aggredito in un punto debole, una bastia (che la repubblica veneta aveva fatto colmare sapendolo essere una possibile breccia, ma evidentemente senza efficacia), ed in seguito furono allineate le bombarde: le mura furono continuamente colpite da potenti colpi di proiettili, in totale 295, per un totale di cinque giorni; i ghedesi, infine, chiesero un giorno di tregua per meditare sul da farsi. Si arresero dunque solo a condizione che avessero salva la vita e che i loro beni rimanessero intatti. La testimonianza di Cristoforo da Soldo in merito a tale evento è dunque una fonte importante a cui fare riferimento:

È dunque grazie a questi nuovi lavori di munizione che il castello assunse probabilmente l'aspetto definitivo di una vera e propria fortezza, anche in virtù della volontà stessa dei Ghedesi di renderlo il più imponente e consistente possibile. Furono proprio gli abitanti del borgo, nel 1463, a chiedere un'esenzione fiscale dei dazi alla Serenissima, con la finalità di potenziare la capacità difensiva della struttura; l'anno successivo, infatti, il comune acquistò terra dalle Contrade Piazza e Gazzolo per ampliare la fossa e la strada del castello. Benché l'edificio militare nel corso del Quattrocento fosse stato migliorato e reso più ostico all'assedio, a poco ciò servì durante la rovinosa campagna militare della Guerra di Ferrara, combattuta tra la Serenissima e la Lega formata da Ludovico il Moro, da Lorenzo de' Medici, dai papalini di Papa Sisto IV e da Ferdinando d'Aragona, tutti intervenuti a difesa del marchese di Ferrara Ercole I d'Este. Il cronista Jacopo Melga riporta nelle sue cronache questo scontro che scosse certamente tutto il territorio del bresciano, specialmente per la veemenza e l'impeto dell'attacco condotto. Il duca di Calabria Alfonso d'Aragona, il giorno 21 agosto 1483:

Il Melga stesso non perse occasione per elogiare il valore dei ghedesi e per tornare sulla cruenza dell'evento, riportando che:

Il borgo ghedese godette quindi sotto il dominio veneziano di un ruolo di primo piano sia nella politica di espansione territoriale sia in quella difensiva: negli anni vi passarono infatti Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino ed anche Sforza Pallavicino, oltre che Niccolò Orsini, conte di Pitigliano e di Nola, che addirittura vi stabilì la propria dimora, palazzo Orsini, a partire dalla sua nomina di capitano generale della Serenissima nel 1495. Essendogli stati concessi ampi feudi nelle terre di Asola, Malpaga, Montirone e Leno, l'Orsini tenne soprattutto nel ghedese le mostre annuali delle sue truppe: volendo dimostrare l'ordine ed il buono stato dei soldati vi svolse infatti una mostra già ; nel 1503, per esempio, esse si tennero a Soresina, Martinengo, Lovadino Ravenna e Mestre (oltre che Ghedi, ovviamente), come riportato da Marin Sanudo nei suoi Diari.

Tuttavia la sconfitta veneziana nella battaglia di Agnadello, nel 1509, ridimensionò le ambizioni che il comune ebbe sino a quel momento: gli eventi della lega di Cambrai portarono infatti al definitivo declino del castello ghedese, sino ad allora punto di snodo cruciale nelle dinamiche militari della Serenissima; un evento che descrive la parabola discendente sia della città di Ghedi che della Repubblica, è narrato nelle Storia d'Italia dal Guicciardini, la morte di Bartolomeo d'Alviano entro le mura del borgo:

Ancora, nel 1529 i lanzichenecchi discesero in Italia ed assediarono anche il borgo fortificato, che invano oppose una di per sé inutile resistenza: il castello fu infatti saccheggiato e dato alle fiamme.

La topografia del castello e del borgo