È stato definito il "pittore della serenità" e appartiene a quel gruppo di pittori paesaggisti dell’inizio del 900 della "Scuola bolognese di pittura", come Luigi e Flavio Bertelli, Giovanni Secchi, Guglielmo Pizzirani, Alessandro Scorzoni, Gino Marzocchi e Garzia Fioresi, che hanno dipinto i paesaggi emiliano-romagnoli, riproducendone le bellezze e testimoniandone, con il pennello, i cambiamenti nel tempo.

Formazione e biografia

Nato a Crespellano nel 1889, un tempo comune confluito nel nuovo comune di Valsamoggia distante una ventina di chilometri da Bologna e qualche chilometro in più da Modena, Antonino Sartini si forma in un ambiente ricco di stimoli per l’arte e la pittura: il padre, Luigi, è un esperto decoratore, dal quale apprende le prime nozioni di pittura; il fratello Giuseppe, maggiore di due anni, è pittore.

Durante la prima guerra mondiale, presta servizio militare nella Sanità, prima all’Ospedale militare di Bologna e poi negli ospedaletti da campo, a ridosso del fronte. Nel febbraio 1918 muore la fidanzata Irene Berozzi e dopo la morte della ragazza il giovane Sartini inizia a dipingere seguendo la lezione dei suoi “maestri” Alessandro Scorzoni e Flavio Bertelli. Di quest’ultimo Sartini resterà amico per tutta la vita, dividendo con Flavio Bertelli per molti anni lo studio in via del Poggiale, attuale via Nazario Sauro a Bologna, e sostenendolo a lungo sia psicologicamente che concretamente nelle difficoltà della sua vita, ospitandolo a Crespellano durante un periodo di difficoltà economiche nei primi anni ‘30. Nel frattempo Sartini trova un impiego come disegnatore all’Ufficio del Catasto, ma ciò non gli impedisce di continuare a coltivare il suo amore per la pittura.

Le prime opere conosciute di Sartini sono della fine degli anni Venti e la sua prima mostra personale è del gennaio 1931: alla “Galleria d’Arte” di Casa Berti Pichat, dove Sartini presenta 27 opere in una sala tutta sua, che affianca altri spazi riservati a Flavio Bertelli e ad altri pittori, per un totale di 75 opere esposte. Qui, Sartini viene accolto dalla critica in toni elogiativi: il cronista Armando Pelliccioni scrive nel 1931 nella testata "il Pavaglione": "Antonino Sartini è una nuova recluta che s'aggiunge al numeroso drappello degli artisti bolognesi. È un debuttante che s'annunzia con qualità tali, che molte stelle del firmamento locale non hanno ancora raggiunto e, forse, non raggiungeranno mai". Un altro cronista, Nino Padano, scrive sul "Corriere Padano" sempre nel 1931: "Antonino Sartini, che si espone per la prima volta al giudizio del pubblico, è stata una specie di rivelazione. Infatti, appena si entra nella sala, si prova subito l'impressione di essere attratti dalla varietà luminosa e canora della sua tavolozza". E sempre lo stesso cronista scrive sulla testata "Le arti plastiche": "Il Sartini ha un indubbio e vivo gusto nativo per la pittura". Infine il cronista Italo Cinti, scrive sul "il Comune di Bologna": "Sartini è una fonte di letizia: ha tali lavori che piacerebbero anche a certi sdegnatissimi censori". Il podestà di Bologna, sceglie personalmente e delibera l’acquisto di alcune delle opere esposte per arricchire la Galleria municipale di arte moderna a Villa Armandi Avogli [l’attuale Villa delle Rose] e per incoraggiare l’opera degli artisti locali: di Flavio Bertelli viene acquistato Solitudine; di Sartini, Vecchia strada a Bazzano. Entrambe le opere non figurano nelle raccolte della Galleria d’arte moderna, perché probabilmente sono andate disperse, insieme a molte altre durante la seconda guerra mondiale. Di Sartini è, invece, conservato, alla Galleria comunale, l’olio Paesaggio di neve dello stesso anno 1931. Ancora nel 1931, in Agosto, egli partecipa alla “mostra del paesaggio porrettano” a Porretta Terme (successivamente diventata frazione di Alto Reno Terme), assieme ad altri pittori tra cui l’amico Flavio Bertelli. Negli anni successivi, si moltiplicano le presenze di opere di Sartini alle mostre locali.

Nell’ottobre 1932, si tiene, al Circolo della Stampa in via Galliera, la mostra del Circolo “Amici dell’Arte” e Sartini è presente con le sue opere, unitamente ad altri pittori bolognesi. I cronisti della rivista “Il Comune di Bologna” scrivono che Sartini ha due buoni paesaggi, dove vi è un accenno di Sartini a svincolarsi dall’influenza stilistica dei Bertelli (Luigi e Flavio Bertelli). Anche l’importante periodico di cultura e arte “Vita Nova”, il non identificato cronista (forse Italo Cinti) scrive: “Sartini ha un gusto tutto suo per certi bruni caldi di caseggiati, di siepi secche, di terreni in controluce, di groviglio di sterpi che rende con la spatola in un modo che è ben suo. La maniera bertelliana a tocchi leggeri di pennello tondo non si riscontra quasi più in lui, sebbene continui a manifestarsi nei suoi lavori un sentimento dolce di contemplazione della natura”.

Nel 1933 Sartini partecipa a ben quattro manifestazioni: in gennaio, a Palazzo Albicini di Forlì, dove è invitato insieme all’amico Bertelli e dove partecipano altri pittori. Ancora in gennaio-febbraio espone alla “Mostra del bozzetto” allestita dalla Società Amici dell’Arte nella sede di Via Santo Stefano 14. Tra maggio e giugno, è tra gli artisti presenti alla mostra che si tiene nella Sala degli Anziani in Palazzo d’Accursio e che chiude il primo anno di vita del Circolo Amatori e Cultori di Bologna. Su il Resto del Carlino il cronista d’arte dedica non poche righe alle opere di Sartini: "Si vedano Primavera, con quei bianchi de’ fiori accordati con le nubi"; Rio Meloncello; Vacca al pascolo e qualche altro. Tutte le sue pitture sono aspetti variati di un'unica e dominante nota sentimentale, idillica, pastorale, contemplativa”. In agosto, Sartini ottiene il diploma di medaglia d’oro alla rassegna organizzata a Riccione, dallo stesso Circolo nell’ambito della “Mostra Campionaria Benefica”. In luglio esce sul periodico “Il Comune di Bologna” un lungo articolo di Italo Cinti dedicato ad Antonino Sartini, il critico ricorda l’iniziale e ormai superata dipendenza di Sartini dai Bertelli (Luigi e Flavio) e ne sottolinea "l’arte elementare di sentimento", perché “egli tratta il paesaggio, tratta la campagna a volte con una sottile malinconia, a volte con un’armoniosa contemplazione, con quel senso, diremo così, interno, cioè umanizzato, non freddamente descrittivo delle cose”, concludendo con un’osservazione del tutto condivisibile: “Sempre c’è nei lavori di Sartini un’intimità casta e serena”.

Nel marzo 1934, al Circolo Artistico viene proposta una mostra su quattro pittori, tra cui Sartini, che presenta diverse opere, fra cui Montagna modenese e Rio della Cassola. In aprile, ancora il rinato Circolo Artistico, frutto dell’unificazione dei diversi circoli bolognesi di amatori d’arte voluta dal nuovo podestà, Angelo Manaresi, organizza nelle sale della Cassa di Risparmio a Palazzo Pepoli, una grande mostra di opere di Adolfo De Carolis, dove viene affiancata una mostra di artisti locali, tra cui Sartini che espone un paesaggio. In maggio Sartini è presente anche alla “IV Esposizione dell’Arte del Paesaggio” che si tiene al Littoriale.

A distanza di un anno esatto, nel maggio del 1935, si tiene nella nuova sede sociale del Circolo Artistico, in via Zamboni, una rassegna di sette pittori fra i quali Sartini, che presenta Povere cose sotto la neve, Case sul Ravone, Giornata grigia, Vita rustica, Via San Mamolo e altri tagli di paesaggio colti ai bordi della città, soprattutto laddove le ultime case confinano con campi ed alberi e corsi d’acqua, lasciando pieno campo alla campagna. Il cronista d’arte de il Resto del Carlino scrive che “è sulla linea sempre dell’equivalenza «paesaggio-stato d’animo» che egli va allargando la falda della sua «macchia» pittorica, unendola di più, e le sue nevi, i suoi specchi d’acqua hanno la fissità dei silenzi”, mentre sulla rivista “Il Comune di Bologna” di giugno, lo stesso critico annota: “Sartini ha allargato la falda della sua pennellata, l’ha resa più sciolta, più risolutiva […]. Sembra che le cose, nella sua pittura, si condensino traverso un posarsi di queste falde sottili, magre, larghe come petali, tenui come fiori”. Nello stesso 1935 si tiene poi a Porretta, in agosto, una nuova mostra dell’Appennino tosco-emiliano, promossa dalla locale Azienda di Soggiorno, con tre sale dedicate alla pittura ed una riservata alla fotografia e dove vi partecipa anche Sartini assieme ad altri undici artisti, selezionati dalla giuria di accettazione.

Nella seconda metà degli anni Trenta, la stima conquistata da Sartini a Bologna ed in provincia, gli vale ancora numerosi inviti alle mostre del Circolo Artistico ed alle più ampie rassegne sindacali provinciali ed interprovinciali.

Nel marzo del 1936, è la volta del Circolo di Cultura ed in questo caso i cronisti parlano espressamente di “pittori bolognesi dell’ottocento”, accomunando a Luigi Serra, Luigi Bertelli e Alessandro Scorzoni gli amici, ben più giovani, ossia Flavio Bertelli e Sartini il quale presenta l’opera Cappella di montagna. Nello stesso mese, si tiene anche l’ormai tradizionale mostra di pittura e scultura del Circolo Artistico a Bologna nelle due salette sociali di via Oberdan, dove Sartini continua a effondere, in ogni suo paesaggio, l’interiorità di una contemplazione innamorata. In novembre, si apre la "V° Mostra Sindacale dell’Emilia-Romagna", alla quale la giuria invita più di cento artisti, fra cui Sartini.

Il 1937 per Sartini non è meno ricco di appuntamenti: egli, infatti, è presente sia alla mostra inaugurale, in gennaio, del Circolo Artistico (dove ancora una volta viene segnalato “il macchiare sciolto e veloce” della sua notazione pittorica), sia a quella che precede la chiusura estiva, in giugno (dove i cronisti segnalano che Sartini, nell'opera “Casette di Giaroli”, "ci dà un poemetto di un’umanità toccante"), sia, infine, alla rassegna che riapre i battenti del Circolo, in dicembre, dove Sartini propone le opere Frutta e Pomeriggio d’inverno.

Nel novembre del 1938, egli viene invitato ancora una volta alla Sindacale dell’Emilia-Romagna, la mostra che, stando ai cronisti, “raccoglie la miglior produzione artistica delle otto provincie dell’Emilia-Romagna”.

Tra marzo e aprile del 1939, Sartini è di nuovo presente alla rassegna dei soci del Circolo Artistico. Vengono presentate 45 opere di 23 pittori, tra cui Flavio Bertelli e Sartini.Ultimo appuntamento espositivo di Sartini, prima del precipitare della guerra negli anni tragici dell’occupazione tedesca, si ha nell’autunno del 1942, quando nelle sale del Dopolavoro Professionisti e Artisti, si apre la "IX Mostra Interprovinciale del Sindacato".

Dopo la guerra, in Sartini par di notare una diminuzione di spinta, una minor voglia di esporsi. Poche sono le rassegne a cui egli partecipa: il Premio Casalecchio del 1953; una non meglio precisata mostra in un museo milanese e certamente le periodiche rassegne del Circolo Artistico, di cui egli resta socio fedele e per il quale, nel 1951, ordinerà la prima mostra antologica di Flavio Bertelli, a dieci anni dalla sua scomparsa.

Come l’amico pittore, a cui rimarrà sempre legato, Flavio Bertelli, morto all’Ospedale di Rimini nel 1941, anche Sartini si spegne all’Ospedale di Bazzano il 7 maggio 1954. “Si calcola che le sue opere ammontino a qualche centinaio”, così scrive l’anonimo estensore di una breve memoria biografica stesa su richiesta delle Prefettura nel 1959, in occasione della decisione del Consiglio comunale di Crespellano di intitolare una via a Antonino Sartini.

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