La storia delle biblioteche pubbliche statali italiane comincia necessariamente all'alba dell'Unità. Durante la costruzione del Regno, il governo sabaudo si appropriò delle biblioteche degli antichi stati, finanziandole sul suo bilancio e le antiche biblioteche "di palazzo" sono tuttora parte fondamentale delle biblioteche statali e tra le più importanti. Dal 1869, lo Stato ha rinunciato a regolare tutte le biblioteche, concentrandosi solo su quelle di sua proprietà. Le soppressioni sabaude delle congregazioni religiose hanno arricchito notevolmente queste biblioteche di opere antiche, principalmente di devozione, e sono una caratteristica peculiare delle biblioteche italiane e di quelle statali in particolare. I tentativi di correggere la distribuzione non uniforme delle biblioteche statali, assenti in gran parte del Sud, hanno portato alla fondazione o al riscatto da parte dello Stato di alcuni istituti, aumentandone quindi il numero, malgrado questo sia da sempre stato ritenuto eccessivo.

Fino al 1975 sono state amministrate dal Ministero della pubblica istruzione, poi, con la sua istituzione, la competenza è passata al Ministero per i beni culturali.

La riflessione biblioteconomica in Italia prima dell'Unità Nello stesso periodo in cui Antonio Panizzi con successo lavorava al catalogo della biblioteca del British Museum e ne pubblicava le novantuno regole, la biblioteconomia italiana rimaneva sorda alle grandi innovazioni che si preparavano in Inghilterra e procedeva su percorsi più prossimi alla tradizione.

Tra i testi "classici" della biblioteconomia italiana prima del Regno Unito possono ricordarsi i lavori di Leopoldo Della Santa., di Agostino Salvioni. e del padre Paolo Maria Paciaudi.. Di questi tre, solo il primo è di concezione moderna, mentre gli altri due, per quanto separati da sessant'anni esatti, si assomigliano nell'impostazione, anche retorica, d'antico regime. Il Della Santa aveva scritto per una "Pubblica universale biblioteca", curandone sia l'aspetto puramente organizzativo e pratico, sia quello catalografico; gli altri due autori si concentravano, invece, quasi esclusivamente sul metodo di classificazione delle opere.

Le idee del Paciaudi e del Salvioni Riguardo alla forma fisica di quest'ultimo, il Paciaudi è stato indubbiamente un grande innovatore, avendo installato nella Biblioteca palatina di Parma, che dirigeva, il primo catalogo a schede mobili d'Italia. I pregi di uno schedario contro un volume sono validamente dimostrati dall'autore stesso, che notava anche, implicitamente, la mancanza di un sistema che tenesse le schede del catalogo insieme, senza possibilità di rimuoverle disonestamente.. La gestione delle collocazioni era ibrida, ovvero né per semplice dimensione fisica, né puramente per classe; il padre teatino proponeva una sistemazione "orizzontale", dividendo prima i volumi per dimensioni e poi, all'interno delle scansie dal contenuto uniformato fisicamente, ordinando i libri per classe..

Decisamente settecenteschi erano i consigli per la selezione dei volumi, densi, come il resto del testo, di retorica e citazioni classiche e sbilanciati completamente verso le lettere, la storia e le scienze divine, giacché alle arti liberali era dedicato un solo paragrafo. Questo sbilanciamento era riflesso anche nel sistema di classificazione, che raccoglieva in una sola classe delle sei totali tutte le scienze che oggi si direbbero dure..

La collocazione ibrida del Paciaudi era ignorata dal Salvioni, che per quella che ora è conosciuta come la biblioteca Mai di Bergamo preferiva una sistemazione puramente per materie. o, per dirla col bibliotecario della Palatina, "verticale". È chiaro lo spreco di spazio in altezza che un tale sistema generaTrent’anni prima del lavoro del Salvioni, il Della Santa dimostrava la poca praticità della collocazione semantica. Cfr , nemmeno ripagato dalla possibilità dei lettori di ricercare da soli i libri, visto che l'idea dello scaffale aperto era ancora di là da venire. Riguardo alla compilazione del catalogo, non era nominata nessuna norma in particolare, ma fra i lavori citati a titolo d'esempio, divisi per argomento tra libri moderni (per il tempo), edizioni anteriori al XVII secolo e manoscritti si nota una certa conoscenza della letteratura europea sull'argomento.. La brevità dell'opera, tuttavia, e la quasi esclusività della trattazione sui problemi della collocazione la rendono poco utile a istruire il lettore su come "ordinare una pubblica biblioteca".

La pubblica universale biblioteca Fra le tre considerate, l'opera di Leopoldo Della Santa è senza dubbio la più completa, proponendo anche la pianta per una biblioteca costruita secondo i suoi canoni, e la più vicina agli interessi e ai problemi contemporanei. All'inizio della sua trattazione, egli lamentava l'inadeguatezza dei locali delle biblioteche pubbliche al servizio cui sono chiamati, avendo le sale sacrificato l'utile al bello, sprecando così spazio. Chiedeva che i libri fossero conservati lontano dal sole e dalle finestre, per evitare i danni della luce e dell'acqua che vi sarebbe potuta penetrare, lontano dai luoghi di passaggio, per evitare danni causati da polvere e da comportamenti scorretti.. C'è da notare che a tutt'oggi questi problemi sono affatto irrisolti, visto che la sede e parte notevole della scaffalatura di molte biblioteche sono le stesse dei tempi del Della Santa. Per quanto moderno, l'autore non concepiva ancora l'idea dello scaffale aperto, chiedendo che nella sala di studio non fosse collocato libro alcuno, per evitare che la stessa apparisse come "una vasta bottega di Libraio"..

Curiosa, quantomeno per i giorni nostri, è la gestione del catalogo, che era di due specie: l'” Indice dei volumi” simile un inventario topografico ordinato però per autori o titoli, inaccessibile agli utenti. e il "dizionario bibliografico", catalogo-dizionario. della biblioteca, con notizie anche di spoglio, accessibile agli utenti.. Entrambi gli strumenti di supporto erano previsti a volume. I cataloghi erano gestiti dal "ministro dell'Indice", in una stanza attigua alla sala di studio, che compiva le ricerche delle collocazioni ed effettuava un servizio d'informazioni bibliografiche ante litteram.. La netta divisione tra stanze per le persone e stanze per i libri era rinnovata parlando degli uffici degli impiegati, i quali non dovevano contenere alcun volume che potesse essere richiesto dagli utenti, e dell'officina libraria per le riparazioni, posta in una sala apposita "per non convertire esse Stanze [dove sono tenuti i libri] in botteghe" e per evitare che opere preziose circolassero fuori dalla biblioteca..

Molto attento era il Della Santa ai parassiti dei materiali scrittorî, proponendo di sostituire le porte di legno delle stanze per i libri con cancelli di ferro e di realizzare le scaffalature in cipresso, che non si tarla né tarmisce.. Profetica era l'abolizione dei ballatoi, che oggigiorno tanti problemi statici e di inaccessibilità delle collezioni significano, sostituiti da soffitti limitati a cinque metri e mezzo (altezza ritenuta facilmente raggiungibile mediante scale poggiate agli scaffali) e un piano ulteriore. Un braccio fiorentino vale circa 60 cm. La gestione delle collocazioni era fissa a scaffale chiuso, ordinata puramente per dimensioni e per nulla differente dalla pratica presente.. Venivano proposte sette regole per la compilazione dell'indice, che non potevano che essere vaghe e non esaurire che i casi catalografici più comuni..

Tutti gli autori che ne trattano sono accomunati dal non volere che i lettori della biblioteca adoperino il catalogo per conto loro, per paura di danneggiamenti e furti, mentre la pratica presente punta all'esatto contrarioBisogna però considerare che gli schedari moderni, con le schede inasportabili, o addirittura gli OPAC, sono di più difficile sabotaggio di un cassetto con foglietti di carta volanti. Il Paciaudi, se da un lato arrivava a proporre di scrivere le carte del catalogo in modo che gli studiosi non riuscissero a leggerle, lasciava poi che gli inservienti della biblioteca, andando a prelevare un volume, portassero con sé la scheda corrispondente, per non dimenticare la collocazione.. È chiaro che così il catalogo è parimenti sottoposto a perdita di notizie, accidentali o meno. Per il Della Santa, l'"indice" della biblioteca era addirittura in una stanza inaccessibile al pubblico. L'idea di separare il "dizionario bibliografico" e le collocazioni, per evitare con certezza che chiunque non autorizzato potesse sapere dove sono di posto i libri, pare alquanto paranoica e in una qualunque grande biblioteca attuale chiederebbe un notevole numero di "ministri dell'indice" per essere messo in pratica.

Si vede comunque che in Italia erano già state formulate o messe in pratica idee per una modernizzazione delle biblioteche, ma che permanevano anche "sacche" di arretratezza, di metodologie datate e che in breve tempo sarebbero divenute non più praticabili. È un peccato che il più innovativo degli scrittori presentati, Leopoldo Della Santa, si spendesse così tanto per l'impostazione di una biblioteca di nuova costruzione, quando per avere in Italia una grande "pubblica universale biblioteca" in un edificio appositamente costruito si sarebbe dovuto attendere il 1935, con l'inaugurazione della nuova sede della Nazionale centrale di Firenze. Nessuno dei nominati, per quanto descrivesse magari minuziosamente come avrebbe dovuto essere fatto esteriormente il catalogo, si spese per propugnare un codice di catalogazione il più puntale e preciso possibile, che consentisse la realizzazione di strumenti di ricerca uniformi o uniformati. Le sette regole del Della Santa non sono assolutamente paragonabili alle novantuno che il Panizzi avrebbe pubblicato, trent'anni dopo, in apertura al catalogo dei libri a stampa del British Museum e che per lungo tempo sarebbero rimaste prive d'un omologo italiano.

È probabile che la conoscenza dell'inadeguatezza delle sedi delle raccolte abbia spinto la riflessione verso la necessità più evidente, ovvero la costruzione di edifici adatti, ma abbia tralasciato un aspetto non meno importante, cioè il rendere le raccolte accessibili facilmente agli studiosi. Inoltre, preparare le norme di un catalogo e metterle in pratica è certamente meno costoso che erigere dal nuovo un grande palazzo e raccoglie meno interessi di parte e di propaganda, essendo sostanzialmente un lavoro da specialisti che interessa ben poco il grande pubblico.

L'Unità

I primi provvedimenti e la statistica del 1863