La chiesa di San Menna, già di San Pietro, è un luogo di culto cattolico di Sant'Agata de' Goti, in provincia di Benevento e diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti.
La chiesa, dedicata il 4 settembre 1100 da papa Pasquale II e costruita pochi anni prima per volere del conte Roberto di Alife, custodisce al suo interno delle importanti testimonianze dell'arte romanica nell'Italia meridionale, quali il più antico assetto presbiterale tuttora leggibile e con gran parte degli elementi originari ancora in loco, nonché il più antico pavimento in opus sectile, entrambi realizzati su modello della basilica desideriana di Montecassino.
Storia Menna, eremita sul Taburno Camposauro presso Vitulano, ebbe già in vita fama di santità e morì nel 538/584 circa. Nel 1094, volendo dare maggior lustro alla cattedrale di Caiazzo, il conte Roberto di Alife vi fece traslare le spoglie del santo; tuttavia, a causa delle divergenze con il vescovo di Caiazzo Costantino e delle insistenze dell'arcivescovo metropolita di Benevento Roffredo, l'11 aprile di un anno compreso tra il 1102 e il 1007 (presumibilmente del 1103 o 1006) le reliquie furono trasferite a Sant'Agata de' Goti. Ivi furono accolte nella preesistente chiesa di San Pietro, situata all'estremità meridionale del centro abitato, immediatamente all'interno della cinta muraria, la quale era annessa ad un monastero benedettino maschile e fungeva da cappella comitale. I resti mortali di san Menna a Sant'Agata de' Goti divennero meta di pellegrinaggio e al santo furono attribuite più guarigioni miracolose.
La summenzionata chiesa di San Pietro è da identificarsi con l'attuale chiesa di San Menna. Essa venne costruita per volere di Roberto di Alife tra la fine dell'XI secolo e gli inizi di quello successivo, ed era presumibilmente stata completata nel 1108, anno del più antico documento che ne fa espressa menzione come «ecclesiæ beati Petri apostuli site infra munitionem nostri castelli civitatis Sanctæ Agathes». La preesistenza dell'edificio sarebbe suffragata anche dalla presenza al suo interno delle reliquie dei santi Brizio e Socio, che dunque ivi sarebbero state venerate ancora prima dell'arrivo di quelle del santo eremita. La chiesa fu dedicata il 4 settembre 1100 da papa Pasquale II, il quale si trovava nel Sannio per rinsaldare i rapporti con le contee normanne; fu intitolata a Gesù Salvatore, alla Vergine Maria, alla Vera Croce e ai santi Pietro, Paolo e Menna,. come riportato nell’epigrafe dedicatoria tuttora visibile nell'edificio:
Tra il XII e la metà del XV secolo l'interno della chiesa fu arricchito a più riprese con pitture parietali, tanto da essere descritta in occasione della visita pastorale del 1702 «ovunque ornata con antichi dipinti».
I verbali delle visite pastorali della prima metà del XVI secolo, la chiesa e l'abbazia sono indicate come affidate non più all'ordine di San Benedetto, ma a canonici regolari agostiniani. Essi vi rimasero fino alla soppressione della congregazione, avvenuta nel 1575 per volere di papa Gregorio XIII, in seguito alla quale fu nominato abate commendatario Pompeo Bozzuto, alla cui morte del quale (1584) la chiesa con le sue rendite fu affidata al collegio gesuitico scozzese di Roma, al quale rimase soggetta fino al 1773; nel 1590 San Menna divenne curazia della parrocchia di Sant'Angelo de Munculanis. Nel 1674 l'altare della chiesa fu profanato da tal Giacinto Cacciapuoti, che aveva preso in affitto i locali dell'ex abbazia, il quale lo violò nella speranza di trovare al suo interno degli oggetti preziosi. Per una maggior sicurezza delle reliquie che invece vi erano custodite, esse furono traslate nella cattedrale; nel 1701, su istanza del capitolo, il vescovo di Sant'Agata de' Goti Filippo Albini le sottopose ad una ricognizione canonica.
Nel corso del XVIII secolo la chiesa subì alcune importanti modifiche poiché, come testimoniato dal verbale della visita pastorale del 1702, essa versava in pessime condizioni. Per rinforzare la struttura, nel 1779 o 1789, le colonne di divisione delle navate furono inglobate entro pilastri in muratura sui quali furono impostati dei nuovi archi, meno ampi di quelli medioevali; presumibilmente nella stessa circostanza, furono edificati l'atrio e la terminazione rettilinea esterna delle absidi, e scialbati con intonaco bianco gli affreschi; in epoca barocca, inoltre, l'altare venne dotato di una ancona in stucco. Nel 1846-1847 l'abate Filippo Ventapane riportò alla luce le antiche pitture parietali, le quali però alla sua morte (1892) furono nuovamente ricoperte per volere del regio economato.
Nel 1921 su impulso di Domenico Mustilli fu eseguito un saggio murario in uno dei pilastri, che riportò alla luce la colonna sottostante. Tra il 1955 e il 1957 furono eseguiti degli importanti lavori di restauro sotto la direzione di Riccardo Pacini e Antonio Rusconi, nell'ambito dei quali furono eliminate tutte le superfetazioni barocche. Il terremoto dell'Irpinia del 1980 causò il crollo della copertura della navata laterale di sinistra, rendendo necessario un ripristino operato nel 1990-1992 e diretto da Flavia Belardelli. Nel 2010, in occasione del nono centenario dalla dedicazione della chiesa, vi furono riportate le reliquie dei santi Menna, Brizio e Socio che già erano custodite sotto l'altare della stessa; in tale circostanza, il 12 settembre il cardinale segretario di Stato della Santa Sede Tarcisio Bertone presiedette una celebrazione eucaristica. L'anno successivo venne condotta sulle reliquie una ricognizione canonica che, con il metodo del carbonio-14, ha stabilito l'autenticità delle reliquie di san Menna, mentre ha escluso l'appartenenza di quelle di san Brizio all'omonimo vescovo di Tours, morto nel 444, poiché ricondotte al periodo di fondazione della chiesa santagatese.
Descrizione Architettura
La chiesa di San Menna è situata al margine meridionale dell'antico centro abitato di Sant'Agata de' Goti, su una piccola collinetta a ridosso della cinta muraria longobarda, dirimpetto al castello comitale e nei pressi della principale porta d'accesso alla città. Il suo orientamento lungo l'asse nord-sud (con le absidi a settentrione) anziché l'usuale est-ovest, è da ascriversi alla presenza di costruzioni preesistenti.
La chiesa è in stile romanico, con una pianta a tre navate separate da arcate su colonne, coperte con capriate lignee e terminanti ciascuna con un'abside semicircolare.. La struttura basilicale, di stampo paleocristiano, nonostante l'assenza del transetto presente nel prototipo, richiama quella della basilica desideriana di Montecassino (1066-1071), con un assetto analogo a quello di numerosi edifici coevi, quali la basilica di Sant'Angelo in Formis presso Capua (1072-1087), la chiesa di Santa Lucia a Gaeta (fine dell'XI secolo) e la chiesa di Santa Maria in Foro Claudio a Ventaroli (prima del 1087). Inoltre, San Menna sarebbe il frutto del riadattamento dei moduli architettonici della cattedrale di Santa Maria Assunta di Sant'Agata de' Goti nella sua redazione primitiva degli ultimi anni dell'XI secolo, che però fin da allora era a croce latina.
Nonostante la notevole sopraelevazione dell'area presbiterale, la chiesa di San Menna è priva di cripta; tuttavia al di sotto delle absidi sono tuttora presenti alcuni locali adibiti ad uso profano, ai quali si accede dall'esterno dell'edificio, dal prospetto posteriore.
Di seguito le principali misure della chiesa, riferite all'interno dell'edificio:
Parametro MisuraLunghezza 22,48 mLarghezza 13,04 mLunghezza della navata centrale 6,46 mLunghezza delle navate laterali 2,65 mSuperficie del pavimento in opus sectile 260 m² circa
Esterno Esternamente l'edificio presenta pareti integralmente intonacate di chiaro, con coperture a falde con tegole in laterizio.
Facciate
La facciata principale, rivolta a sud, è a salienti e ricalca la strutturazione interna dell'edificio. Ad essa è addossato l'atrio barocco, della fine del XVIII secolo, il quale è preceduto da un coevo giardino ricavato nello spazio che intercorre tra la chiesa e l'antistante cinta muraria, della quale in tale tratto sono tuttora visibili alcuni resti. L'accesso al pronao, pertanto, avviene lateralmente; mentre l'ingresso occidentale (verso l'area dell'antico monastero) è privo di elementi decorativi, quello orientale (verso piazza Castello) è caratterizzato da una monumentale scalinata che conduce ad un portale con modanatura e cornicione in stucco, sormontato da una nicchia ad arco ed inserito in un prospetto che termina, in alto, con un timpano triangolare nel quale si apre un oculo. L'atrio si apre verso meridione con quattro arcate asimmetriche su pilastri quadrangolari, delle quali la seconda da sinistra, posta in corrispondenza del portale d'accesso all'interno della chiesa, è più ampia rispetto alle altre; delle quattro campate in cui si articola l'ambiente, solo la principale è voltata a botte, mentre le restanti tre lo sono a crociera. Al di sopra della prima arcata di sinistra dell'atrio si eleva un campanile a vela a due fornici, presumibilmente risalente ai restauri del 1955-1957; esso sostituisce l'antica torre campanaria, situata in corrispondenza dell'absidiola di sinistra e giunta al XX secolo mutila. Nella parte superiore della parete della facciata, in corrispondenza della navata centrale, si apre una finestra rettangolare.
Il prospetto posteriore della chiesa, su viale Vittorio Emanuele III, è costituito dal muro che ingloba a filo le tre absidi, risalente alla fine del XVIII secolo, carattere architettonico ovunque assente nell'ambito del romanico campano. La sporgenza di tale parete rispetto alla terminazione delle navate è sottolineata dalla copertura a falda unica inclinata verso nord. In corrispondenza di ciascuna abside interna si apre una monofora strombata a tutto sesto.
Portale
Originariamente la chiesa disponeva di due ingressi, dei quali di quello minore, dal chiostro, si trova traccia nel saggio nella parete esterna della navatella di sinistra, in corrispondenza della quinta arcata. Attualmente l'unico portale è posto in facciata, lungo l'asse longitudinale della chiesa. La sua notevole sporgenza rispetto alla parete di controfacciata è ascrivibile al suo inserimento, in origine, all'interno di un avancorpo al quale poi, nel XVIII secolo, sarebbe stato addossato l'atrio barocco, il quale è andato a sostituire un protiro su colonne, forse non dissimile, nella sua configurazione generale, da quello del portale laterale della ex chiesa di Santa Lucia a Gaeta. Il portale, che allo stato attuale è frutto di rimaneggiamenti, si presenta con una struttura analoga a quelli della cattedrale di Sant'Agata de' Goti, della ex cattedrale dei Santi Bernardo e Martino a Carinola e della basilica di Sant'Angelo in Formis presso Capua. La luce, rettangolare, è inquadrata da una modanatura che, sull'architrave, reca la seguente iscrizione:
Tale testo, in capitale romanica, venne formulato sia come un invito alla conversione, che come un richiamo all'apostolo Pietro, antico titolare dell'edificio, e con esso all'universalità della Chiesa, che come celebrazione del fondatore dell'edificio, il conte Roberto di Alife. Al di sopra dell'architrave vi è la lunetta ad arco rialzato, intorno alla quale vi è un cornicione aggettante semicircolare poggiante su due mensole a forma di elefante, fortemente danneggiate. L'archivolto si articola in cinque fasce ornate con bassorilievi: quella più esterna, che presenta un'ampiezza maggiore rispetto alle altre, è ornata dapresenta un doppio tralcio ondulato con frutti ed elementi vegetali, che fuoriesce dalle fauci spalancate due pistrici, posti alle estremità; quella successiva con un motivo ad ovuli e perline; la terza con uno a dadi e la quinta con un rilievo a tortiglione.
Interno