Con la definizione pittura napoletana del Seicento, comunemente nota anche come "Seicento napoletano", si intende il periodo storico entro il quale la pittura locale raggiunse un livello qualitativo che mai aveva avuto negli anni precedenti, allorché la città assunse un'autonomia e una consapevolezza artistica tale da renderla nota su panorama europeo..
In considerazione del fatto che nel corso del secolo la città è stata meta di un rilevante gruppo di artisti già famosi in ambito continentale e che la stessa ha visto la fioritura di un cospicuo numero di pittori locali che hanno determinato la nascita e l'avvicendarsi di svariate correnti pittoriche, dal caravaggismo, al classicismo, al barocco, fino alla pittura paesaggista e di battaglia, nonché alle nature morte, il periodo viene definito dalla storiografia ufficiale anche come "secolo d'oro della pittura napoletana".
Contesto storico
Tra l'ultimo quarto del Cinquecento e il primo decennio del Seicento Napoli era interessata da un importante fermento culturale, avviato e promosso dai filosofi, scrittori e scienziati "locali" Giordano Bruno, Giambattista Marino, Telesio, Tommaso Campanella, Giovan Battista Della Porta, Nicola Antonio Stigliola, Giovan Giacomo Staserio, Luca Valerio, Francesco Fontana ed altri, che poi si sarebbe espanso tra Roma e Parigi fino a diffondersi in tutta Europa..
In questi anni la città passò dall'essere una città "medievale" alla seconda città più popolosa d'Europa dopo la capitale francese.. Ciò fu dovuto anche grazie alla nuova conformazione urbanistica che si delineò in città già a metà Cinquecento circa, sotto il dominio di Don Pedro de Toledo, quando vi furono le espansioni del tessuto urbano verso il lato orientale del nucleo storico. A questi fatti si affiancarono anche le nuove esigenze religiose scaturite dal Concilio di Trento del 1542-1563, che determinarono quindi la nascita di nuovi complessi religiosi "riformisti", quali teatini, oratoriani e gesuiti, nonché al rifacimento e all'ampliamento di edifici ecclesiastici e monasteri preesistenti, come quelli benedettini, francescani, domenicani, certosini, agostiniani e carmelitani.
Questo scenario, accompagnato anche da diversi eventi cataclismici e storici che hanno caratterizzato tutto il secolo e che hanno condizionato l'evoluzione socio-culturale della città, determinò il fiorire di attività connesse all'arredo e alle decorazioni degli interni delle strutture religiose che periodicamente sorgevano, o che necessitavano di restauri a causa dei danni ricevuti, piuttosto che ricostruite ex-novo. Pittori, scultori, ebanisti, stuccatori, argentieri, doratori, piastrellisti e tessitori furono chiamati a lavorare nelle strutture per effettuare interventi in ordine al mutato gusto del periodo: gli artisti, che erano sia di provenienza locale che italiana o europea, si allinearono, soprattutto per quel che riguarda la pittura, alla "maniera" imposta dalla Chiesa di Roma nel concilio tridentino, con le iconografie che oscillavano tra il devoto e il narrativo/didascalico.
Il primo trentennio del secolo coincide ed è comunemente intesa con l'arco temporale che ha dato il seguito al filone del Caravaggismo napoletano, il cui sviluppo lo si deve al cospicuo numero di pittori locali che si fanno eredi, direttamente o indirettamente, della lezione del Caravaggio, che soggiornò a Napoli tra il 1606 e il 1610 a più riprese sviluppando ed evolvendo la sua arte. A partire dalla metà degli anni '30, l'evento dell'eruzione del Vesuvio del 1631 ha portato alla nascita (o al rifacimento) di diversi edifici di culto interessati da un ritorno del gusto classico e all'elogio dei santi, in particolare del santo patrono di Napoli, che avrebbe avuto il merito di intercedere in favore della città per fermare l'evento vulcanologico (si pensi soprattutto alle commissioni per la cappella del Tesoro di san Gennaro). La pittura locale ebbe modo di guardare anche oltre i confini italiani, grazie all'attenzione del mecenatismo del tempo, che portò nelle collezioni private dei palazzi napoletani opere che hanno dato slancio e vivacità anche ai movimenti neo-veneti che intanto si andavano aprendo sul panorama artistico partenopeo, come nel caso della collezione Roomer e della collezione Vandeneynden, in assoluto le più prestigiose della città nel Seicento, i cui due proprietari fiamminghi fecero fortuna in città anche mediante lo scambio di tele dalle Fiandre, portando così nuovi stili e nuove culture sulla scena cittadina che fecero scuola a tutta la generazione di pittori coeva (è il caso del Banchetto di Erode di Rubens, appartenuta ad entrambe le raccolte), oppure come nel caso di quello della collezione d'Avalos, che ebbe il merito di portare in auge la pittura di scene mitologiche, dipinte con un'influenza tizianesca.Lattuada, Riccardo. "Naples: patronage and collecting." The Oxford Companion to Western Art. Ed. Hugh Brigstocke. Oxford Art Online. Oxford University Press. Web. 21 Nov. 2013.
Nella seconda metà del secolo, dopo i moti anti-spagnoli del 1647-1648 guidati da Masaniello e la peste del 1656, la pittura assume un peso specifico più ampio e rilevante nel tessuto sociale e politico, superando quella marginalità entro la quale era stata confinata fino a quel momento, ossia perseguita per lo più da aristocratici attivi a Napoli più illuminati (come per l'appunto la famiglia d'Avalos o i due uomini d'affari Gaspar Roomer e Ferdinando Vandeneynden) che commissionavano opere per le loro cappelle private o per i propri palazzi, mentre la gran parte della plebe, nullatenente e in miseria, veniva "distratta" con pratiche superstiziose, feste religiose, patronali, ed eventi "miracolosi".. In questa fase il significato attribuito alla pittura si avvicina, con netto ritardo tempistico, a quello che oramai già da decenni accadeva a Roma e, quindi, di diffuso consenso sociale ed esaltazione per immagine dei ruoli dominanti.
Alla seconda metà del Seicento inoltrato, la pittura napoletana appariva più in linea quindi con lo stile barocco romano ed emiliano, così come con la pittura veneta, vedendo in Mattia Preti e, soprattutto, in Luca Giordano i principali propulsorì di questa maniera: le composizioni sono pertanto caratterizzate da grandi cicli di affreschi luminosi e concitati per edifici di culto e luoghi pubblici della città, con santi e Madonne a fare da mediatori tra il popolo e il divino.
Il caravaggismo napoletano (1606-1635) L'arrivo a Napoli di Caravaggio
Il Seicento si apre con l'arrivo in città di Caravaggio (1571-1610), in fuga da Roma per l'omicidio commesso nei confronti di Ranuccio Tomassoni da Terni, il quale stravolgerà del tutto i gusti e i modi della pittura del tempo. Anche se alcuni pittori napoletani vissuti a cavallo tra il XVI e XVII secolo non subiranno mai l'influenza del Merisi, rimanendo orientati allo stile manierista, come ad esempio Giovanni Bernardo Azzolino (1572-1618), Ippolito Borghese (1568-1630 ca.), Teodoro d'Errico (1544-1645), Giovanni Vincenzo Forlì (1580-1625), Belisario Corenzio (1558-1646), Giovanni Balducci (1560-1631) e Fabrizio Santafede (1555 ca.–1626), gran parte degli artisti locali mostreranno comunque di cogliere appieno, anche con rivisitazioni e originalità, gli aspetti naturalistici e moderni della pittura di Caravaggio, seppur questi ebbe solo due soggiorni in città, dal 1606 al 1607 e dal 1609 al 1610. Il Santafede è considerato dalla critica lo "spartiacque" della pittura a Napoli prima e dopo l'avvento dello stile del pittore lombardo, da cui comunque non fu esente da spunti di ispirazione, come per esempio nella tela del San Pietro che resuscita Tabitha (1612) per la chiesa del Pio Monte, dove nella figura in primo piano dell'uomo di spalle a schiena scoperta appare evidente la ripresa dell'opera del Merisi eseguita per l'altare maggiore della stessa chiesa, particolare questo che verrà comunque ripreso negli anni successivi anche da altri artisti napoletani (tra cui il Caracciolo, Stanzione, Cesare Fracanzano e altri). L'arrivo a Napoli del Merisi costituisce quindi una vera e propria evoluzione oltre che per l'ambiente partenopeo anche per lo stesso artista lombardo, che cambiò infatti il proprio stile rispetto ai suoi anni romani, divenendo sempre più sofferto e drammatico nelle raffigurazioni dei caratteri umani.
La prima opera che Caravaggio compì non appena giunto a Napoli fu la grande pala delle Sette opere di misericordia (1606-1607) per l'altare maggiore dell'omonimo complesso religioso di via dei Tribunali, dove riuscì a riprendere tutte le opere di misericordia riconosciute dai testi evangelici in un'unica composizione e che vede come scenografia un affollato e buio vicolo napoletano.. Già famoso nell'ambiente partenopeo per via dei trascorsi romani, il Merisi si trovò dopo l'esecuzione della pala della Misericordia ricoperto di incarichi da parte della nobiltà locale, che intese sfruttare l'occasione di poter disporre in città di un pittore di tale levatura. Agli stessi anni risale dunque anche la seconda opera partenopea, la Flagellazione di Cristo (1607), anche qui con il naturalismo drammatico della scena che prevale sul tono devozionale della medesima, commissionata dalla famiglia De Franchis per l'omonima cappella familiare della basilica di San Domenico Maggiore, poi dapprima spostata più volte in altri ambienti della stessa chiesa e poi confluta nelle raccolte del Museo nazionale di Capodimonte agli inizi degli anni '80 del Novecento.
Durante il periodo napoletano si accentua per il pittore l'intenzione di mostrare la realtà per quel che è, con crudezza e realismo, attraverso l'utilizzo di personaggi miseri, reietti violenti della vita napoletana, che in più occasioni hanno funto da modelli per le sue composizioni scenografiche. Ai due soggiorni partenopei risalgono un cospicuo numero di lavori effettuati dal pittore lombardo, tra cui, oltre alle due tele già citate, la Madonna del Rosario del Kunsthistorisches Museum di Vienna, un'altra versione della Flagellazione di Cristo al museo di Rouen, il Sant'Andrea crocifisso del Museo d'arte di Cleveland, lAnnunciazione del Musée des Beaux-Arts di Nancy, la Negazione di San Pietro del Metropolitan Museum of Art di New York, le due versioni del David con la testa di Golia (una al museo di Vienna e una alla Galleria Borghese di Roma), il San Giovanni Battista sempre della galleria Borghese, e il Martirio di sant'Orsola di Gallerie d'Italia a Napoli.
Il primo filone di seguaci di Caravaggio
L'ambiente napoletano non si mostrò indifferente alle soluzioni del Caravaggio, anzi, alcuni artisti risultarono invece averne assimilato i modi già prima dell'arrivo a Napoli del pittore lombardo: su tutti Battistello Caracciolo,. allievo nella bottega napoletana di Fabrizio Santafede prima e del manierista Belisario Corenzio poi, quest'ultimo pittore dedicato essenzialmente alla pittura a fresco, e quindi probabilmente anche per questo non coinvolto dai mutamenti artistici che interessarono il secolo. Il Caracciolo si mostrò particolarmente vicino alle espressioni caravaggesche nell'uso delle tonalità della luce e dell'ombra anche grazie ai suoi viaggi e studi intrapresi a Roma qualche anno prima dell'arrivo a Napoli del Merisi, dove ha potuto ammirare alcuni lavori del maestro lombardo o comunque di suoi seguaci dell'ambiente romano..