La Visio Gunthelmi è una visione di un monaco cistercense inglese, databile al XII secolo. È un testo particolarmente dialogico, dotato di un'introduzione e una conclusione più formali, e connotato da un carattere fortemente personale.

Trama La visio ha come protagonista un uomo inglese, divenuto famoso per la sua forza fisica, immaginiamo quindi un cavaliere, poi pentito, in cerca di un modo per redimersi dai suoi peccati. In un primo momento ritiene di dover partire per Gerusalemme, per mettere la sua forza a servizio della causa cristiana, ma prima di prendere una decisione chiede consiglio ad un vicino monastero cistercense, dove gli viene indicata dal monaco la strada migliore per il pentimento: rimanere nel monastero, convertirsi a Dio e accettare il laborem penitentiae. Poco dopo, però, torna impaziente alla lotta, e così al proposito di ripartire per la crociata: sed de dilatione periculi, salus se non distulit ad inuitum accedere..

Una notte, tornando dai bagni, vede sulla trave della cella un demone nelle sembianze di una scimmia, da cui viene attaccato fino a rimanere in fin di vita. L'espediente che conduce Guntelmo in stato di morte apparente è quindi un assalto fisico: iniziamo qui a riscontrare l'ironia del redattore, che, dopo aver celebrato il protagonista per la sua forza fisica, lo fa battere non da un suo pari, bensì da una scimmia. La morale cristiana sembra chiara già da ora: la potenza fisica non comporta alcun vantaggio all'interno della vita monastica.

Prima parte In questo stato di semi-morte inizia la visione, e al novizio appare san Benedetto, che solleva lo spirito dal corpo, e gli chiede di seguirlo. L'adesione alle usanze monastiche per Guntelmo risulta incompleta, e infatti egli è ancora un novizio, come possiamo notare dall'erroneo saluto posto a Benedetto: ogni altro personaggio, come da regola benedettina, risponde "dominum" dopo l'annuncio "benedicite" del santo; Guntelmo, invece, replica di nuovo con "benedicite".

Il percorso inizia su una scala dai gradini stretti e ripidi, sui quali dei demoni tormentano tutti i passanti, non avvicinandosi al santo ma percuotendo violentemente il discepolo, che inizia a indebolirsi e fatica a seguire la guida. Interviene così il santo, che pone la mano sul capo dell'afflitto, facendolo subito riprendere. Un elemento fondamentale in questa prima parte del testo è questa scala, che svolge tre funzioni.: collegamento fisico con la terra, perché è il punto di partenza per il cammino verso l'aldilà; strumento di prova, data la presenza dei demoni e la fatica provata per superare ogni gradino; simbolo dell'ascesa spirituale e monastica, come osserva Benedetto stesso nella sua Regula monasteriorum. La difficoltà nell'ascesa delle scale offre la possibilità di inserire anche il topos della difesa del visionario da parte della guida: Guntelmo è affaticato, lungo la salita, dagli attacchi dei demoni, e necessita dell'intervento di Benedetto per poter proseguire; il santo non impedisce che il discepolo sia leso, ma gli fornisce forza per poter proseguire nonostante fatica e dolore. Alla fine di questi gradini, i due arrivano nella serenissimam regionem di aria pura, un luogo di vegetazione straordinaria in cui si trova una piccola cappella fluttuante in aria. L'edificio è così piccolo che alla meraviglia del novizio san Benedetto risponde, quasi anticipando una domanda, spiegandogli che le opere divine non vanno misurate in humano more. La presenza della cappella è innovativa: questo risulta infatti il primo testo in cui compare un edificio sacro nell'aldilà, l'immagine troverà seguaci in due testi successivi, la visione di Godescalco e la Visio Thurkilii.'. Nella cappella si trova un coro di uomini vestiti di bianco seduti in cerchio, con la madre di Dio presente tra loro: san Benedetto si avvicina e lei chiede di presentarle il novizio, al quale pone subito una domanda: Vis in domo mea ad seruiendum michi sicut coepisti semper perseuerare?.. Il dialogo tra Maria e Guntelmo è un tratto di assoluta novità: la Vergine dichiara infatti di aver chiesto personalmente la visita del novizio, e gli chiede un giuramento di fedeltà. Il discepolo viene quindi fatto allontanare per assistere alla scena della lavanda dei piedi operata da Maria agli uomini seduti in cerchio, con l'ausilio di san Benedetto: il santo raccomanda a Guntelmo di osservare attentamente la scena, che simboleggia infatti l'atteggiamento di umiltà necessario per giungere alla salvezza dell'anima, precetto che verrà poi ribadito anche dal successivo incontro con Matteo. Il viaggio prosegue nel locus amoenus, dove i due trovano una moltitudine di religiosi, alcuni dei quali coronati, altri con la corona di fiori a terra, in attesa di poterla indossare, gesto che potrebbe allora simboleggiare la condizione di raggiunta beatitudine: l'attesa sarebbe quindi una sorta di Purgatorio in cui le anime sono gaie ma non ancora beate.. Uno di questi religiosi si presenta come Matteo e chiede di poter parlare con il novizio, chiamandolo per nome. È qui che per la prima volta sentiamo il nome di Guntelmo. Matteo racconta di aver vissuto nello stesso monastero e chiede al compagno di raccomandare all'abate una disciplina dell'ordine più attenta e precisa; racconta poi la propria storia, e l'invidia provata quando, nel momento della morte, aveva visto una corona arrivare dal cielo e aveva capito non sarebbe stata per sé; pentitosi del cattivo sentimento, si era poi confessato con l'abate. Matteo indica così a Guntelmo la strada per la salvezza, e riecheggiano nuovamente le parole della Regula.. Viene qui ripresa anche l'immagine della scala, nei termini di un legame tra la possibilità di ascendere nei luoghi da cui Matteo parla e la fedeltà ad una corretta adesione alla regola monastica, sottolineando che molti imboccano la salita ma non tutti riescono a portarla a termine.

Seconda parte La parola passa a san Benedetto, che si rivolge all'arcangelo Raffaele, cui è affidata la guida del discepolo per il restante viaggio. Inizia qui il viaggio verso il Paradiso: splendenti mura dorate, e una porta sontuosa e riccamente decorata, al cui interno si snoda la bellezza del Paradiso, con un giardino variopinto e un'abbondanza di fonti d'acqua. La descrizione qui rispecchia i topoi della Gerusalemme celeste apocalittica, e nell'ulteriore locus amoenus entro le mura, ritroviamo i topoi del paradiso terrestre della Genesi. Qui si trova una fonte e un pozzo dal quale sgorgano quattro fiumi che dividono la città celeste, come già era apparso nella Visio Pauli.. Dopo un breve momento di riposo, l'arcangelo conduce Guntelmo da un uomo, il primus parens humani generis, Adamo: egli non è completamente vestito, perché con il peccato capitale era stato spogliato, e riconquista parti di veste per ogni uomo giusto che arriva in Paradiso; e come i meriti degli uomini giusti sono diversi, così anche l'abito di Adamo è variopinto. Guntelmo sottolinea che la veste lo dovrà avvolgere dai piedi fino al petto, alludendo alla lunga attesa prima che potrà essere completamente vestito, e dunque una lunga attesa prima del giorno del giudizio. La presenza di Adamo nelle visioni mediolatine è riscontrata in soli altri due testi: il Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii e la Visio Thurkilii.. In particolare, nel secondo testo, nonostante la visio Gunthelmi non appaia nella PrefatioP. G. Schmidt, Visio Thurkilli relatore cit., 1978, Prefatio tra i testi conosciuti dall'autore, sembra evidente che l'immagine di Adamo, privo di vesti e in attesa di essere di nuovo coperto, derivi proprio dalla lettura della nostra visione.

Anche nella visita del Paradiso è possibile riscontrare l'ironia della guida nei confronti della meraviglia di Guntelmo davanti alla porta e alla fonte pura: «Quid miraris? Porta (…) fecit portam» e «quid miraris? Fons fecit fontem».

Il cammino prosegue verso la terram tenebrarum et miseriae, attraverso una strada ripida e scivolosa, ma Raffaele specifica subito che non si tratta dell'Inferno: le tenebrose torri che Guntelmo vede sono camini infernali dai quali il fuoco infernale emette le sue fiamme. Qui è resa evidente la capacità delle due guide di leggere i pensieri del visionario, rispondendo ai suoi dubbi senza che essi vengano menzionati: san Benedetto aveva saputo rispondere ai pensieri di Guntelmo riguardo alla cappella senza che egli li avessi dichiarati ad alta voce; san Raffaele ora fa lo stesso quando capisce che il discepolo crede di vedere i luoghi dell'Inferno.

L'arcangelo mostra poi tre uomini, e le penitenze a cui sono condannati per l'eternità: il primo, un potente vissuto nella lussuria e gola, viene punito con il fuoco che aveva cercato in vita, ed è ritratto torturato su un seggio ardente, sul quale alcuni demoni in sembianza di donne gli fanno ingerire candele infuocate, che il peccatore espelle dai genitali; la seconda pena mette in gioco il topos della cottura del dannato, un nobile spietato in vita, che ora subisce torture da morto; il terzo uomo è un soldato povero, macchiatosi del furto di una capra di una fanciulla, ed entrato in monastero per redimersi: egli indossa armamenti infuocati e siede su un cavallo ardente, sul cui collo si trova una capra, e sulla cui coda è legato l'abito monastico. La posizione della tonaca sottolinea la distanza da una sincera vita monastica, intrapresa dal soldato sul finire della vita solo per cercare approvazione umana, non per sincera vocazione. Anche in quest'ultimo caso troviamo un'immagine simile nella punizione a un dannato all'interno della Visio Thurkilii: il nesso tra queste due visiones, che non ha però esplicito riferimento nella Prefatio, può essere giustificato con la mediazione della visione di un monaco di Eynsham, che ha molti punti in contatto con la Visio Gunthelmi, e citata dal redattore della Visio Thurkilii.. È possibile trovare un collegamento tra le due visiones anche nella descrizione teatrale della quarta pena....

Monaci e monache in una situazione caotica, simulano le azioni per le quali sono dannate, quasi in una recita perenne, e vengono colpiti da ministri tartarei con grossi bastoni, fino ad essere ripetutamente uccisi.

Dopo questo incontro, san Raffaele conduce Guntelmo all'Inferno Inferiore e gli suggerisce di alzare lo sguardo: il novizio vede così un uomo attaccato a una ruota infuocata, che inizia a precipitare con movimento ciclico, provocando un suono fortissimo. La ruota sprofonda nel pozzo dell'inferno e il dannato, roteando con gran rumore, percorre tutto l'inferno, offrendosi così alla frustrazione di ogni dannato, libero di riversare su di lui colpi e biasimi. Raffaele presenta l'identità del dannato: Giuda, il traditore di Gesù, che ha peccato di avidità, tradimento, e suicidio per impiccagione.

I due compagni tornano ora ad superiora loca, dove vedono un angelo incaricato di portare e guidare il sole, e mentre Guntelmo rimane ad ammirare il ciclo da Oriente a Occidente, il santo gli spiega la profondità dell'amore di Dio per le sue creature, di cui il sole e il suo timoniere sono testimoni: tutti gli uomini, come il sole, hanno un angelo che li assiste e li protegge dal male. L'immagine del sole serve quindi per ribadire a Guntelmo l'amore di Dio verso gli uomini..

La visione si conclude con l'ordine di Raffaele di tacere in terra della sua visione, rivelandola solo al suo confessore, l'abate, in una confessione segreta.