Biografia

I primi anni e l'anarchismo Nasce a Adria, in provincia di Rovigo, il 30 ottobre 1893 da Dante Coletti, medico condotto di idee socialiste frequentatore di casa Giosuè Carducci, e Giovanna Naccari, musicista itinerante. L'8 novembre del 1902 la famiglia si trasferì a Bologna, e il 22 gennaio del 1903 il padre Dante morì all'età di 31 anni a causa di una polmonite. Il suo percorso scolastico si concluse con l'iscrizione al liceo musicale della città dove conseguì il diploma di violino.

Abbiamo prime notizie sulle frequentazioni e gli orientamenti politici di Coletti consultando il Casellario Politico Centrale (CPC) Busta 1403 e l'Archivio Centrale dello Stato (ACS) dove apprendiamo che nel 1909 il Coletti aveva preso parte ad una manifestazione in Adria contro la visita in Italia dello Zar Nicola II di Russia. In tale occasione prese la parola in nome del movimento Anarchico.

A tale proposito è sorprendente notare come la sorveglianza su Coletti, in quanto anarchico e sovversivo militante effettuata da varie prefetture e dal Ministero degli Interni, inizia nel Gennaio 1913 e termina, nonostante l'evoluzione politica ed ideologica del Coletti, il 25 aprile 1933 in seguito a una lettera di protesta inviata dallo stesso Coletti a Mussolini allora Duce.

Non abbiamo notizie su Coletti sino al 18 agosto 1912 quando viene pubblicato su l'Agitatore di Bologna (importante foglio anarchico) un articolo "Pro e contro la guerra" a sua firma dove si scaglia contro l'impresa coloniale italiana in Libia. Da ciò se ne deduce che, nonostante la giovane età, era tenuto in una certa considerazione.

Il 17 novembre del 1912 Coletti lascia l'Italia, e – come riporta una nota informativa della Legazione italiana in Romania in data 15 marzo 1913 rispondendo ad una richiesta del Ministero degli Interni per avere informazioni sul comportamento del Coletti (Cfr. ACS, CPC, Busta 1403) – si stabilisce a Bucarest dove trova impiego fisso presso l'orchestrina di una birreria.

Interventismo di sinistra e futurismo Non si hanno notizie su Coletti sino allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 quando Peppino Garibaldi, figlio di Ricciotti Garibaldi, lanciò un appello per la formazione di una Legione Garibaldina che, animata dai sentimenti che in passato avevano indotto i garibaldini a combattere in tutto il mondo in soccorso dei popoli oppressi, corresse in aiuto della Francia la "sorella Latina" patria della "grande rivoluzione" aggredita dai reazionari ed oppressivi imperi centrali rappresentati dalla Germania e dall'Austria.

Non era la prima volta che i discendenti di Giuseppe Garibaldi lanciavano appelli o prendevano iniziative a sostegno delle lotte di liberazione dei popoli oppressi. Nel 1897 Ricciotti Garibaldi (figlio di Giuseppe ed Anita Garibaldi) guida una spedizione in soccorso della Grecia contro l'oppressione ottomana, il 17 maggio, nella battaglia di Domokos, sconfigge forze turche notevolmente superiori. Nel 1911 intervento in Albania di un gruppo di volontari garibaldini che per la libertà dei paesi balcanici dal giogo ottomano, combattono a Podgorika. Nel 1912 lo stesso Ricciotti occorre nuovamente in Albania contro i turchi dove nella battaglia di Drisko 2000 volontari garibaldini sconfiggono 10000 turchi. Pochi giorni dopo l'inizio della guerra nel 1914 Ricciotti Garibaldi lanciò un appello a mobilitarsi per la Serbia. Si formò un piccolo gruppo di 7 volontari garibaldini che nonostante l'eseguo numero decisero ugualmente di partire. Con quei giovani tutti del Partito Repubblicano Italiano si trovava anche l'anarchico Cesare Colizza (un veterano della camicia rossa). Il 20 agosto 1914 si batterono eroicamente nella battaglia di Babina Glava. Cinque dei sette volontari morirono nello scontro compreso lo stesso Colizza.

Coletti non doveva essere insensibile a questi richiami rivoluzionari e garibaldini. Infatti apprendiamo che egli avrebbe tentato, senza riuscirvi di raggiungere nel 1912 la spedizione guidata da Ricciotti Garibaldi sr in Grecia. Come lui stesso scrisse in una lettera inviata a Oberdan Gigli (intellettuale molto noto e stimano negli ambienti anarchici individualisti): "Ricorderai pure che ero fra i più ferventi propugnatori della causa albanese; ma tutto andò male. Cercai di partire nel '12 per la Grecia; gli arresti continui e la prigione che m'inflissero le polizie di Bari, Lecce, Brindisi, per non lasciarmi partire mi impedirono di arrivare ove volevo" (da Giacomo Bollini Biografia di G. Coletti dal Bollettino del Museo del Risorgimento Bologna 2013 – 2016).

Per comprendere il comportamento di Coletti è necessario considerare il contesto storico in cui si venne a trovare. Egli apparteneva a quei sovversivi italiani dove gli ideali di giustizia sociale, di libertà di uguaglianza si fondevano con il volontarismo patriottico risorgimentale rappresentato dal garibaldinismo e dal mazzinianesimo.

Coletti apparteneva a quel movimento anarchico interventista (tra cui Oberdan Gigli, Massimo Rocca, Attilio Paolinelli firmatari del manifesto degli Anarchici Rivoluzionari Interventisti) che insieme ad altri movimenti come i sindacalisti rivoluzionari guidati da Filippo Corridoni, Alceste de Ambris, Arturo Labriola, Maria Rygier, i Futuristi capeggiati da Filippo Tommaso Marinetti, gli interventisti democratici da Leonida Bissolati a Gaetano Salvemini, ed i Repubblicani, auspicavano l'intervento in guerra visto come un mezzo per abbattere il sistema feudale degli Imperi centrali quale presupposto per giungere a livelli più elevati di giustizia sociale in Europa ed in Italia. Eloquente quanto scriveva "Il Resto del Carlino" di Bologna il 21 settembre 1914 a commento del Manifesto degli Anarchici e Rivoluzionari Interventisti "Oggi gli anarchici ed i rivoluzionari italiani si levano in piedi a respingere la neutralità e a richiamare il soccorso di tutti gli uomini di libertà, per dar mano alla Francia, per schiacciare il blocco austro-tedesco, per riportare in Europa il soffio della rivoluzione".

Non si può comprendere la specificità tutta italiana dell'interventismo rivoluzionario se non tenendo conto che esso affondava le sue radici negli ideali nel risorgimento italiano, in particolare in quel patrimonio politico ed ideale costituito dal mazzinianesimo, dalla democrazia risorgimentale e dal mito del volontarismo garibaldino (a tale proposito interessanti sono le osservazioni dello storico Alessandro Luparini in "Gli anarchici interventisti e il Fascismo - Il caso di Gino Coletti in una lettera a Mussolini".

Ne consegue che Coletti aderì con entusiasmo all'appello di Peppino Garibaldi. Nel 1914, all'età di 21 anni, partì alla volta della Francia per arruolarsi a Montèlimar nella Legione Garibaldina. Combatte nella regione delle Argonne il 26 dicembre 1914 alla Belle Etoile, a La Chalade il 6 gennaio 1915 e a Courtechausse l'8 ed il 9 gennaio (da Alessandro Ceccotto "La strana figura di Gino Coletti: Anarchico, garibaldino, ardito e liberatore dal nazi-fascismo). Non era solo, tra i volontari vi erano altri anarchici come Agostino Masetti, Domenico Pezzi, Agostino Panzavolta, Mario Perati, Antonio Moroni. Quest'ultimo, pur campione della battaglia antimilitarista durante la settimana rossa, finì per arruolarsi fra i volontari garibaldini (Cfr. Melega Agostino da L'Eco del Popolo).

I volontari inquadrati nella Legione italiana nel dicembre del 1914 furono inviati al fronte nella zona delle Argonne. Erano inquadrati in tre battaglioni, per un totale di 53 ufficiali, 153 sottufficiali e circa 2000 soldati: molti di questi, sotto l'uniforme francese che venne loro fornita, indossavano la camicia rossa. Il corpo partecipò agli scontri a fuoco del dicembre 1914 e del gennaio 1915, nei quali persero la vita anche due dei fratelli Garibaldi, Bruno e Costante. Tuttavia dopo questi combattimenti la Legione fu ritirata dal fronte e non fu più impiegata in battaglia (cfr. Martide Gavelli da Storie e Memoria di Bologna). La spedizione si concluse con un sostanziale fallimento, il conseguente scioglimento ufficiale del corpo fu decretato il 7 marzo 1915.

Di quella esperienza, importante per la sua formazione, Coletti ci ha lasciato una testimonianza di un certo interesse in un libro che ebbe discreta diffusione negli ambienti dell'interventismo. Si tratta di "Peppino Garibaldi e la Legione Garibaldina" (Bologna 1915). Nel suo libro è interessante notare come descrive la notte di Natale del 1914 quando una quarantina di volontari garibaldini, in religioso silenzio, ascoltavano le parole dell'anarchico Fatini (era la storia di come seppero combattere e morire i comunardi di Parigi nel 1871) e da come descrive la morte in battaglia dell'anarchico Mario Perati (profugo della Settimana Rossa), ne risulta un quadro illuminante sul modo di pensare e sentire dei "sovversivi interventisti".

In quella campagna Coletti, distintosi per coraggio e valore, fu decorato con Mèdaille militaire (Vedi foto N. 1), Croix de guerre 1914 – 1918 con palma, il suo nome figura nell'albo d'oro dei difensori di Verdun.

L'ardito Il 28 marzo 1915, sciolta ormai la Legione Garibaldina, Coletti rientra a Bologna. Due mesi più tardi è richiamato alle armi ed arruolato nell'80º reggimento fanteria di stanza a Verona. Entra poi a far parte dei reparti d'assalto Arditi. Combatte valorosamente nelle battaglie al monte Pasubio dove viene ferito al piede destro e sull'altopiano della Bainsizza dove viene ferito alla gamba sinistra, viene congedato, a guerra finita, con il grado di sergente maggiore, la decorazione di medaglia d'argento al valore militare e due ferite di guerra (da "Esercito Italiano Stato di servizio matricola 306221").

L'arditismo politico e la fondazione della Associazione Nazionale Arditi d'Italia (ANAI)

Trasferitosi nel 1919 a Milano Coletti aderisce alla locale sezione dell'Associazione fra gli Arditi d'Italia. Il 1 gennaio 1919 Mario Carli aveva fondato a Roma l'Associazione fra gli Arditi d'Italia (Afai) con il contributo determinante dei Futuristi di Marinetti, il 19 gennaio 1919 il capitano Ferruccio Vecchi fondava la sezione milanese dell'Afai dando così origine a quello che venne in seguito definito come "arditismo politico". La sezione milanese divenne in poco tempo il fulcro ed il centro trainante del movimento ardito su scala nazionale grazie anche alla collaborazione con il nascente movimento Fascista. A tale riguardo è illuminante cosa scrive Coletti su "Pensieri e ricordi" suoi appunti personali del 1952: "Mussolini, abile sfruttatore del caso, degli eventi e degli uomini seppe cogliere ed attrarre a se la ribellione degli Arditi alle sopraffazioni dei rossi. Parlò al comizio improvvisato degli arditi il 18 dicembre 1918 esaltando di questi soldati il valore, e questi soldati, per gratitudine, gli donarono il proprio gagliardetto che egli appese alla parete dietro la sua scrivania al "Popolo d'Italia" (Ved. Foto A). Su questo giornale esaltò ed elogiò tanto sia il comizio che il gesto di omaggio degli Arditi che da quel momento questi divennero l'elemento azione del suo pensiero e delle sue mire".

L'arditismo politico, secondo lo storico F. Cordova, fu certamente un movimento rivoluzionario precursore dei Fasci di Combattimento mussoliniani. Non per nulla all'assemblea costitutiva dei Fasci di combattimento parteciparono diversi arditi tra cui i fondatori della Associazione, in duplice veste di futuristi e di arditi, Mario Carli, Filippo Tommaso Marinetti, Ferruccio Vecchi. A tale riguardo Coletti su "Pensieri e ricordi" suoi appunti del 1952 scrive: "…..Fu con la garanzia di sicurezza degli arditi che il 23 marzo del 1919 Mussolini poté promuovere l'adunata di P.za San Sepolcro nella quale vennero fondati i Fasci di Combattimento"

Coletti in poco tempo, in seno dell'Afai, guadagnò posti di rilievo sino a divenirne il 12 Gennaio del 1920 segretario politico(Cfr. F. Cordova, op.cit.).