Montemesola è un comune italiano di abitanti della provincia di Taranto in Puglia.
Geografia fisica
Il Comune di Montemesola è situato su una collina appartenente alla Murgia tarantina, a 183 metri sul livello del mare. Confina a sud con il comune di Taranto, ad ovest con i comuni di Crispiano e di Statte e ad est con il comune di Grottaglie.
Dal colle di Montemesola è possibile ammirare il Golfo di Taranto, la vallata da Grottaglie a San Giorgio Ionico e l'estesa pianura fino a Pulsano, Leporano, Taranto, Villa Castelli.
Montemesola sorge a pochi metri dalla famosa gravina, una depressione nel calcare tufaceo che porta sino a Taranto. contiene nel proprio seno elementi riconducibili alla casistica generale dei centri storici di altri paesi. Strutturalmente ed urbanisticamente si discosta dai centri storici delle altre cittadine perché sembra esser stato preventivamente disegnato sulla carta, in quanto obbedisce a logiche urbanistiche progettuali moderne nella loro impostazione geometrica.
Origine del nome
Si ritiene che il nome Montemesola tragga origine dalla stessa posizione topografica. Il paese infatti, si distende "poggiato" sul piano della collina in forma più o meno ellittica, che a confronto con i retrostanti monti viene a configurarsi come una mensola. Quindi mensulae dal latino Montis-mensulae significherebbe "Mensola del Monte".
Secondo altri il nome deriva dal termine dialettale pugliese mesula, che significa "mucchio di sassi”.
Col tempo poi, a causa della progressiva differenziazione dei volgari italiani, come è successo per tanti vocaboli di derivazione latina, il nome si è trasformato in Montemesola.
Stemma Lo stemma riporta la sagoma dei colli su cui si adagia il Comune di Montemesola.
Storia Nel comune di Montemesola sono identificabili insediamenti rupestri risalenti al periodo neolitico.
Secondo alcuni storici, il territorio apparteneva già nei primi decenni del XIII secolo alla ricca famiglia Delli Ponti. Questo riferimento storiografico, purtroppo, non e verificabile sulla scorta della documentazione disponibile. Invece documentata è la fondazione del casale risalente al 1320, quando la Regia Corte concesse a Berengario De Mandorino "di rehabitare quondam locum in civitate Tarenti qui dicitur Montismesuli exhabitatum".
Nel 1320, l'arcivescovo di Taranto, Gregorio da Capua (1301 - 1334), per una più sicura difesa dalle scorrerie turchesche, ottenne da Roberto d'Angiò, 1º Duca di Calabria (1296-1309) il permesso per gli abitanti del Casale di Riscio e dell’antica Salete (Salenzia, città messapica), situati nel territorio di Grottaglie, di andare ad abitare Grottaglie e unirsi alla popolazione già presente che non voleva convivere con della "gente nomade".
Montemesola sotto i feudatari de Mandorino Nell'anno 1360 l'arcivescovo di Taranto, Giacomo I de Atri (1349 - 1381) fu accusato da Berengario de Mandorino, barone di Montemesola, di aver devastato e spopolato il suo feudo, incendiato case e coltivazioni, e trafugato grano, vino e bestiame.
La “gente nomade” del casale di Riscio e di Salete, non accettata dai grottagliesi, per mezzo di Berengario De Mandorino, ottenne un decreto per riabitare il casale di Montemesola che da qualche tempo era disabitato. Il casale venne abbandonato e riabitato più volte; diverse sono le cause, una tra le altre era l’alta mortalità dei cittadini per la malaria allora esistente sul territorio.
A Berengario, successe il figlio Roberto che, con atto del 7 dicembre 1416, per 25 once cedette metà del feudo allo zio paterno Giorgio, il quale, a sua volta, vendette la sua parte del casale "situatus in territorio Civitatis Tarenti" a Giovanni de NohaDe Noha era un'antica famiglia nobile originaria dei Lannoy, principi di Sulmona. Pirro de Noha, nel 1481, accolse Alfonso D'Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante I, nel trionfale ritorno da Otranto dopo aver cacciato gli ottomani in: (anche: De Nohra, De Noya, Della Noya, De Noja, Di Noia, Della Noia) di Taranto.
Montemesola sotto i feudatari De Noha Il barone Giovanni De Noha, "a tacitazione di una lite sorta per trenta oncie, ne ottiene la prima metà da Gabriella de Mandorino e ne perfeziona l’acquisto con atto del 5 settembre dello stesso anno" (1464) divenne l'unico possessore dell'intero feudo. Quindi si preoccupò di apportare migliorie secondo la reale concessione affinché il casale potesse essere ripopolato e produrre anche maggiori entrate.Pietro Dalena, p. 71 Malgrado tutto, nel 1477 il casale non era ancora abitato.
Giovanni de Noha, nel 1471, fece costruire la parte del palazzo feudale rivolto verso la Piazza IV Novembre; intanto, per bonificare il feudo, impiegò la dote della moglie Luisa Muscettola. Grazie a queste bonifiche, è attestato, l'arrivo, oltre a nuovi cittadini da Martina, Taranto e Massafra, anche di ebrei.
Alla morte di Giovanni de Noha, avvenuta nel 1483, la moglie Luisa Muscettola continuò a gestire da sola il feudo. Il 10 marzo del 1494, Alfonso II, re di Napoli, assentì alla donazione del casale di Montemesola, che Luisa Muscettola fece a suo figlio Giovanni Andrea de Noha. Nel 1511 il feudo fu diviso fra Caterinella de Noha, erede del fratello Giovanni Andrea e ad Antonia de Noha.
Il 7 luglio del 1545, Caterina de Noha, con regio assenso, vendette la sua parte di feudo a Paolo Carducci.I Carducci sono una antichissima e nobile famiglia originaria di Firenze il cui nome, probabilmente, ha origine da Riccarduccio.Nel 1439, Filippo Carducci era gonfaloniere quando l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo andò a Firenze dove si celebrava il Concilio ecumenico per la concordia ed unione della Chiesa greca con quella latina. Filippo, con altri nobili fiorentini, avendo accompagnato l’imperatore nel ritorno a Costantinopoli, ebbe da questo il titolo di conte palatino per sé e per tutti i suoi discendenti in linea maschile.Nella guerra di successione tra angioini e aragonesi dal 1460 al 1464, i due fratelli Andrea e Filippo Carducci parteggiarono per gli aragonesi e, disfatti gli angioini, colmi di onori presero stabile sede a Bari nel 1474.Filippo, nel 1495, era uno dei valorosi capitani nell’assedio di Taranto tra gli aragonesi e i francesi. I discendenti dei Carducci, dopo aver acquistato parecchi feudi, si stabilirono a Taranto. I feudi acquistati dal detto Andrea furono la terra di Valenzano nel barese nel 1474 e, nel 1482 la Signoria di Gagliano nel Salento. Andrea ebbe il figlio Francesco; quest'ultimo ebbe due figli: Bartolomeo e Paolo; quest'ultimo acquistò Lizzano nel 1540, Montemesola nel 1545 e Sant'Angelo nel 1550. (Domenico Ludovico De Vincentiis, p. 75) L'altra metà, pervenuta in eredità ad Antonia de Noha, venne da questa venduta al suocero Giovanni Tommaso Galeota nel 1618.
Montemesola sotto i feudatari Carducci Il 20 luglio del 1560, Ludovico Carducci († 1596),Delle delizie tarantine, p. LIII con regio assenso di re Carlo V, acquistò da suo padre Paolo la Baronia di Montemesola, già acquistata da Caterina de Noha il 7 luglio del 1545. Dopo la morte di Ludovico gli succedette suo figlio Ottavio (+ 1612) al quale succedeva il figlio Donato Maria (+ 1621) nel 1612.Delle delizie tarantine, p. LIV Dopo la morte di quest'ultimo la baronia andò al figlio Fabio nel 1621. A Fabio, morto senza eredi nel 1624, succedette il fratello Francesco che ebbe tre figli in seconde nozze con Antonia Galeota: Ottavio Giacinto, Paolo (ecclesiastico) e Teresa Carducci († di parto, 1705) che, il 3 luglio del 1689 sposò il poeta tarantino Tommaso Niccolò d'Aquino. Ottavio Giacinto sposò Barbara Antoglietta dei marchesi di Fragagnano. Dal matrimonio nacque Marzia Antonia, l'ultima dei Signori della metà del feudo di Montemesola. Marzia Antonia, nel 1700 sposò Andrea Saraceno.
Montemesola sotto i feudatari Saraceno
Andrea Saraceno, con l'acquisto dell'altra metà del casale da Alessandro Galeota, figlio del suddetto Giovanni Tommaso, riunificò nella sua persona la titolarità dell'intero feudo.
Con privilegio sovrano del 5 novembre 1755 fu concesso ad Andrea Saraceno il titolo di marchese per il feudo di Montemesola.
Nel 1794 il Andrea Saraceno restaurò e ingrandì dalla parte orientale il palazzo residenziale (Palazzo Marchesale) costruito dal barone Giovanni de Noha nel 1471. Inoltre, fece demolire le abitazioni più fatiscenti creando le attuali vie cittadine e piazze.
Con la legge del 2 agosto 1806 relativa all'eversione della feudalità, terminò la lunga e tormentata vicenda feudale dell'antico casale di Montemesola.
Il marchese Andrea Saraceno, spogliato degli antichi privilegi, con testamento del 9 luglio 1810, lasciò al figlio Francesco tutte le proprietà ex feudali.
Nell'anno 1820, a seguito, infine del matrimonio tra Vittoria, figlia del marchese Francesco Cataldo Saraceno, e Nicola Chyurlia, marchese di Lizzano, tutte le proprietà ex feudali della famiglia Saraceno passarono tra i possedimenti della famiglia Chiurlia.
Gli albanesi di Montemesola A Montemesola, all'inizio del XVI secolo, si stanziò una colonia albaneseF. Antonio Primaldo Coco, p. 63 che voleva erigere la chiesa là dove era stata rinvenuta un'icona della Vergine Maria, che aveva salvato gli abitanti da una eccezionale carestia. Doveva essere costruita secondo la tradizione greca ("more graeco")I santi patroni di Taranto e provincia, p. 279 seguendo i punti cardinali est-ovest con l'altare ad est e l'ingresso ad ovest. Nella tradizione bizantina, l'abside è sempre ad est, dove sorge il sole, a simboleggiare il regno della luce, che rappresenta il Signore Dio.Vincenzo Bruno, Antonio Trupo, p. 7
Questo antico edificio di culto, intitolato allo Spirito Santo, fu visitato il 6 maggio del 1578 dall'arcivescovo di Taranto, Lelio Brancaccio. Trovò all'interno della chiesa l'iconostasi con tre porte, secondo la tradizione bizantina, e la popolazione mista di "Latinos et Albanenses".
La chiesa era dotata di arredi sufficienti, ricca di numerose immagini di santi orientali e di affreschi lungo tutte le pareti perimetrali, in parte scomparsi per l'umidità e, in particolare, nella parte centrale "cum imagine in pariete depicta de Sancta Maria''''.
Il verbale della visita pastorale dell'arcivescovo Brancaccio riporta la dichiarazione di Ludovico Carducci, barone dell'epoca, il quale, per l’amministrazione dei sacramenti aveva chiamato un parroco latino, Don Nicola Pellegrino Caponi, da Bari. In tal modo il rito bizantino venne a cessare, mancando chi amministrasse agli ultimi seguaci di quel rito i sacramenti. È probabile perciò che al principio del secolo XVII, gli albanesi fossero già tutti passati al rito latino. Il parroco, esaminato dall'arcivescovo, venne trovato non idoneo ("fuit repertus, ineptus") non avendo alcuna cognizione della lingua latina.
Montemesola dopo l'abolizione della feudalità Nell'Ottocento, con l'abolizione della feudalità, ebbe un notevole sviluppo agricolo e artigianale.
Nel corso del Novecento, si arricchì di piccole fabbriche, specializzate soprattutto nella fabbricazione di laterizi, e trasse benefici notevoli dalla produzione di olio, uva da tavola e vini pregiati.
Negli anni sessanta, il suo sviluppo e la struttura sociale subirono la grande trasformazione determinata dalla nascita della grande industria siderurgica di Taranto, e dall'espansione urbana del capoluogo di provincia.
Nell'ultimo decennio del Novecento ha dovuto fronteggiare gli effetti della crisi dell'imponente sistema industriale del capoluogo, facendo sempre più ricorso alle capacità imprenditoriali locali nel settore manifatturiero e in quello agricolo.
Monumenti e luoghi d'interesse
Esternamente alla borgata principale, immerse in un paesaggio collinare fatto di vegetazione spontanea e di ulivi, viti ed alberi, sono presenti una serie di masserie risalenti al 1500, che rivalutano giorno dopo giorno le tradizioni agricole e culinarie dell'entroterra tarantino.