Biografia Veronica Franco nacque in una famiglia appartenente alla classe dei cittadini originari, da Francesco Franco e Paola Fracassa. Ebbe tre fratelli non germani: GirolamoGirolamo Franco morì durante la peste del 1575., Orazio e Serafino.Nel suo testamento Veronica Franco indica Serafino Franco ancora come prigioniero dei Turchi.
La madre La madre, Paola Fracassa, era una nota prostituta veneziana, indicata dalle Autorità come pieza, cioè mezzana. le insegnò già da bambina come utilizzare la propria bellezza e le pratiche dei rapporti sessuali, educandola a ottenere profitto ricorrendo alle amicizie potenti e ai matrimoni favorevoli.Il fenomeno delle cortigiane era ben tollerato a Venezia, addirittura incentivato a contrasto dell'omosessualità maschile dilagante. In una città cosmopolita, dove gli stranieri andavano e venivano in continuazione, la prostituzione non poteva essere evitata, e la Repubblica ritenne proficuo accettarlo, normarlo e tassarlo. Secondo un censimento del 1509, si contavano 11.164 prostitute. A quell'epoca Venezia era già meta turistica e commerciale, e siccome gli uomini d’affari e i pellegrini non vivevano di puro spirito, la prostituzione fioriva.Dalla prima metà del ’300, le cortigiane erano obbligate ad abitare in un quartiere vicino a Rialto chiamato il Castelletto.
Fu sempre la madre a preparare il matrimonio di Veronica, finanziariamente vantaggioso, con un ricco medico di età avanzata, Paolo Panizza. L'unione non durò, poiché il medico non sopportava tutti i tradimenti e le attività di prostituzione della moglie. Con tali motivazioni, il noto medico riuscì a ottenere l'annullamento del matrimonio, con la causale che era stato truffato e che lui non sapeva che Veronica fosse regolarmente iscritta nelle liste delle prostitute veneziane, disconoscendo anche il figlio che partorì nel 1564.Il figlio lo ebbe per adulterio da Jacomo di Baballi, il più ricco mercante di Ragusa (Dubrovnik).Dagli archivi ancora esistenti, sappiamo che Veronica Franco si sposò intorno ai 18 anni e che sempre a quell'età diede alla luce il primo figlio; in realtà pare che abbia avuto sei figli bastardi, tre dei quali morirono in tenera età.
La madre riuscì comunque ad avviarla alla prostituzione d'alto livello e a trasformarla in attività di cortigiana nel 1566.La società Rinascimentale di Venezia riconosceva due diversi tipi di cortigiane: la cortigiana onesta, ossia la cortigiana intellettuale, e la cortigiana di lume (più simile alle moderne prostitute), una cortigiana dei ceti bassi, che viveva e praticava il mestiere vicino al Ponte di Rialto.
Veronica Franco, in ragione della sua comparsa presso gli ambienti più influenti e potenti della città, si prodigò in studi generali per migliorare la sua arte nella conversazione e nella poesia, ottenendo all'età di 20 anni la sua formale iscrizione nel Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia.Cfr.: "Veronica Franca, a Santa Maria Formosa, pieza so mare, scudi 2", Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia, 1565. Il catalogo riportava la mezzana (prostituta), il luogo d'esercizio e la tariffa. Il nominativo di Veronica Franco compare nel Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia, nell'edizione pubblicata intorno al 1566, che forniva il nome, l'indirizzo e le tariffe delle cortigiane più in vista della città. Il catalogo comprendeva il tariffario ufficiale: un bacio costava 5 o 6 scudi, il servizio completo 50 scudi.Il Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia era un elenco che forniva il nome, l'indirizzo e le tariffe delle cortigiane più in vista della città.
Nel 1570 circa entrò a far parte di uno dei circoli letterari più famosi della città, partecipando alle discussioni, facendo donazioni e curando antologie di poesia.A Venezia, nel 1509, secondo i Diarii del cronista dell’epoca Marin Sanudo, c’erano 11.654 prostitute su una popolazione di circa 150.000 persone, poco meno dell'8% della popolazione. Anche a Roma, nella città dei Papi, c'erano circa 6.800 prostitute nel 1490, e 4.900 nel 1526. Le prostitute erano numerose, molto visibili e molto disprezzate. Le leggi tra il Quattrocento e il Cinquecento, per la Serenissima e per il Papato, erano numerose al fine di regolare, contenere, sfruttare, punire e utilizzare il fenomeno del meretricio.
L'11 luglio 1574, grazie alle sue amicizie con uomini molto facoltosi ed esponenti di spicco dell'epoca, di cui conosceva molti segreti, ottenne dalla Repubblica di Venezia di poter allietare il re Enrico III di Francia, presente in città e in viaggio di ritorno in Francia dalla Polonia.Veronica Franco donò al re un suo ritratto nella forma di un piccolo smalto colorato, unitamente a una lettera che conteneva due sonetti: "Come talor dal ciel sotto umil tetto." e "Prendi, Re per virtù sommo e perfetto.". - Cfr.: P. de Nolhac - A. Solerti, Il viaggio di Enrico III re di Francia e le feste a Venezia, Ferrara, Mantova e Torino, Torino 1890, pp. 118-122.La Serenissima accolse Enrico III di Valois con 11 giorni di festeggiamenti, organizzati da artisti come Andrea Palladio, Andrea Gabrieli, Paolo Veronese e il Tintoretto. La Repubblica Veneziana diede Veronica Franco al re come dono a un prezioso alleato.Le cortigiane venivano spesso usate come spie, approfittando dell’intimità per carpire importanti segreti di Stato.Veronica Franco ebbe la protezione dei più influenti nobili e signori della città, come Andrea Tron, avendo accesso ai circoli più prestigiosi, come il Ca’ Venier, pertinente a questa famiglia di antichi patrizi veneziani. Marco Venier si innamorò di lei, ma il loro rapporto, estremamente tormentato, terminò malamente.
Nel 1575, a seguito dei disordini sociali scoppiati all'inizio dell'epidemia di peste, subì il saccheggio della sua casa e dei suoi possedimenti, e così perse gran parte delle sue ricchezze.
Nel 1576, a causa della diffusione inarrestabile della denominata Peste di San Carlo,Tra il 1575 e il 1577 Venezia fu colpita dalla peste. Morirono circa 50.000 persone, ovvero circa un terzo della popolazione cittadina. Si ritenne che la peste fosse di origine turco-ungherese, giunta a Venezia passando per Trento, poiché la città lagunare aveva delle regole di quarantena ferree dopo la peste del 1348. La pandemia dilagò in tutta l'Europa, e per Venezia giunse in concomitanza a un momento difficile per la città. La Serenissima aveva già perso Cipro e altri territori nel Mediterraneo. I Provveditori alla Sanità adottarono misure di severo isolamento per i sospetti contagiati, che venivano condotti al Lazzaretto Nuovo; se poi il contagio era certo, venivano trasferiti al Lazzaretto Vecchio. Veronica Franco lasciò la città; perse i contatti con i suoi figli, che comunque si erano già allontanati o erano morti, e Veronica condusse con sé i nipoti rimasti orfani.
Nel 1577 fece ritorno a VeneziaIl 20 luglio 1577, il Governo della Serenissima proclamò la fine della pestilenza e, per permettere una processione religiosa, fu costruito un ponte di barche per raggiungere il luogo in cui stava sorgendo la Basilica del Cristo Redentore quale ex voto. Questa tradizione continua ancor oggi nella terza domenica di luglio: la Festa del Redentore è molto sentita dalla città, che affluisce in gran massa alla Giudecca, collegata per l'occasione con un ponte di barche tra l'isola e la riva delle Zattere., e propose al consiglio cittadino di costruire una casa per prostitute e donne indigenti, amministrata da lei stessa, ma rimase inascoltata e non riuscì a raccogliere consensi e finanziamenti.
Nell'ottobre 1580 fu incarcerata e poi condotta innanzi al Tribunale del Sant'Uffizio, ovvero l'Inquisizione veneziana, denunciata dal precettore Ridolfo Vannitelli per vari reati connessi alla stregoneria, testimoniando di averla vista ricorrere a sortilegi e a invocazioni diaboliche. Il suo stesso parroco della Chiesa di Santa Maria FormosaLa chiesa di Santa Maria Formosa fu edificata nel 1492 in stile rinascimentale; fu la parrocchia di Veronica Franco, che per molti anni abitò in quelle vicinanze. testimoniò che Veronica mostrava scarso fervore religioso. La sua servitù audita in giudizio riportò che la vedevano praticare incantesimi e stregoneria, e mangiare carne di venerdì.Dai verbali dei processi dell’Inquisizione veneziana emergono le accuse per pratiche poco ortodosse, come l’invocare diavoli e angeli, “far giochi e furfanterie” e “far innamorare alcuni todeschi”. Innanzi al tribunale del Sant'Uffizio venne identificata come: "Veronica Franca publica meretrice".Per le autorità ecclesiastiche e per quelle civili della Serenissima, non vi era alcuna distinzione tra "meretrice" e "cortigiana", e le sue opere letterarie comunque non la identificavano minimamente come poetessa. Pur difendendosi brillantemente durante il processo, dovette la sua libertà alla testimonianza di illustri personaggi della Repubblica di Venezia di cui lei conosceva parecchi segreti.Il documento relativo al processo, contenente data e accusa, è conservato presso l'Archivio di Stato di Venezia e consultabile sulla copia digitale online Nel processo davanti all’Inquisizione, che si aprì nell’ottobre del 1580, Veronica Franco fu accusata anche dalla sua servitù (che forse cercava così di coprire alcuni furti) di praticare la stregoneria, di mangiare pollastri, uova e formaggi nei giorni di magro e di tenere una bisca in casa. Accuse così potevano condurre al patibolo. Veronica si difese da sola e fu assolta. Noi conserviamo gli atti del processo, che oggi ci appaiono invece come un’accusa contro una società misogina e bigotta, che non considerava né peccato né reato, per esempio, che Maffio Venier si comprasse la carica di vescovo di Corfù e la sfruttasse per arricchirsi, o che Marco Venier fosse incaricato di uccidere un presunto traditore della Serenissima senza sottoporlo a giudizio, né che i nobili stuprassero in gruppo le cortigiane, ma trovava meritevole di morte una donna che mangiasse carne di venerdì. Dalle trascritte deposizioni emersero tutti i suoi legami con buona parte della nobiltà veneziana che, ricattata, contribuì alla sua assoluzione.Si veda: La cortigiana e il Sant'Uffizio: Processo a Veronica Franco, Rizzo, Tiziano - Articolo/Saggio Breve Dopo il processo, tutti i suoi clienti della nobiltà veneziana la esclusero da ogni sua partecipazione, e i pochi documenti ancora esistenti riportano che, anche se ottenne la libertà, perse tutte le ricchezze e i beni materiali. Quando morì anche il suo ultimo benefattore, un ricco commerciante, si ritrovò priva di ogni sostegno finanziario."In due sole sedute (dell'8 e del 13), finì davanti al tribunale del Sant'Uffizio "Veronica Franca publica meretrice", con l'accusa di immoralità dei costumi e sospetta stregoneria, a seguito della denuncia del precettore di Achilletto, Ridolfo Vannitelli, che testimoniò di averla vista ricorrere a sortilegi e a invocazioni diaboliche per ritrovare gli oggetti che le erano stati trafugati. In particolare si parlava di una pratica molto in voga al tempo, quella detta dell'"inghistara", che si faceva con una brocca piena di acqua santa. La F., da quello che leggiamo nel verbale del processo (rintracciato da Tassini che lo pubblicò solo in parte, edito invece integralmente, ma con molte inesattezze, da Schiavon, e poi ancora sia da Zorzi, pp. 145-153, sia, con le dovute correzioni, da Milani, pp. 258-263), si difese molto bene e si dichiarò innocente in quanto "la più timida dona del mondo de demonii et de morti". Il tribunale l'assolse, forse, anche per l'intervento di influenti uomini politici veneziani." - Veronica Franco, Treccani