Il negazionismo. Storia di una menzogna è un saggio dello storico italiano Claudio Vercelli, pubblicato nel 2013. Descrive la nascita e lo sviluppo del negazionismo dell'Olocausto, dalle sue origini subito dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni Duemila.
Contenuto Il libro si compone di sei capitoli, preceduti da un'introduzione e seguiti da una conclusione. Introduzione Nell'introduzione l'autore dichiara di aver voluto studiare il negazionismo come «fatto sociale» nel senso inteso da Émile Durkheim. Secondo Vercelli il negazionismo «sul piano dei concetti, non è propriamente un'ideologia compiuta così come, sul versante di coloro che lo professano e lo condividono, non costituisce una setta [...]. Si tratta piuttosto di un atteggiamento mentale che si traduce in un modo di essere nei confronti del passato. Al giorno d'oggi si presenta come il prodotto della stratificazione e dell'interazione di tre elementi: il neofascismo, il radicalismo di alcuni piccoli gruppi della sinistra più estrema e il viscerale antisionismo militante delle frange islamiste.». Definizione Il primo capitolo è intitolato Il negazionismo: una definizione in forma di introduzione. In esso il negazionismo olocaustico è definito come «un insieme di affermazioni nelle quali si contesta o si nega la realtà del genocidio sistematico degli ebrei perpetrato dai nazisti, e dai loro complici, nel corso della Seconda guerra mondiale. Questa negazione può assumere forme e caratteri diversi, tutti accomunati però dal rifiuto di considerare come effettivamente accaduto lo sterminio in massa della popolazione ebraica. Allo stesso modo, coloro che si rifanno a queste posizioni, e che sono stati quindi definiti negazionisti [...], ritengono che il Terzo Reich hitleriano non intendesse procedere all'uccisione in massa degli ebrei, ovvero che tale obiettivo non fosse nei suoi progetti politici e nelle sue motivazioni ideologiche».
Allargando per un momento l'ottica oltre il negazionismo olocaustico (che comunque rimane l'oggetto unico del suo libro), Vercelli cita un altro autore secondo il quale il negazionismo va inteso, più in generale, come «un fenomeno culturale, politico e giuridico non nuovo» che «si manifesta in comportamenti e discorsi che hanno in comune la negazione, almeno parziale, della verità di fatti storici percepiti dai più come fatti di massima ingiustizia e pertanto oggetto di processi di elaborazione scientifica e/o giudiziaria di responsabilità»Joerg Luther, L'antinegazionismo nell'esperienza giuridica tedesca e comparata, Dipartimento di Politiche Pubbliche e Scelte Collettive - Polis, Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", Working Papers n. 121, giugno 2008, p. 2, citato in . Nella presente voce, seguendo Vercelli, il termine "negazionismo" è comunque sempre inteso come negazionismo dell'Olocausto..
Dopo aver osservato che i negazionisti dell'Olocausto rifiutano tale definizione e si autoattribuiscono invece la qualifica di «"storici revisionisti"», Vercelli nota che la «autoappropriazione del termine "revisionismo" viene fortemente contestata dalla comunità scientifica, che vede in essa un tentativo di occultare, dietro una parola di uso corrente in ambito storiografico, un'operazione di ben diverso costrutto, poiché scientificamente infondata, politicamente indirizzata e moralmente inaccettabile».
Per Vercelli rinviano in parte al negazionismo anche «quei fenomeni, strettamente connessi alla negazione, che sono invece da intendersi come affermazioni riduzioniste», secondo le quali l'Olocausto avrebbe comportato un numero di vittime di molto inferiore a quelle accertate dalla storiografia prevalente.
Se il negazionismo «sul piano metodologico e contenutistico» va letto come «aggressione preordinata all'agire dello storico», esso «sul piano politico e ideologico» è «la prosecuzione, sotto mentite spoglie, di un discorso di legittimazione del nazismo attraverso la cancellazione degli aspetti più aberranti e impresentabili della sua storia». Vi è inoltre un «nesso stretto tra negazione della Shoah e immaginario antisemitico dal dopoguerra ad oggi».
Vercelli procede a riassumere le principali asserzioni comuni agli autori negazionisti. Essi ammettono che i tedeschi approntarono durante la Seconda guerra mondiale campi di concentramento per i civili, e che in essi furono rinchiusi un certo numero di ebrei, ma negano l'esistenza di campi di sterminio veri e propri. Nei campi di concentramento le principali cause di morte sarebbero state l'inedia e le malattie (a loro volta causate in prevalenza dalle distruzioni apportate dai bombardamenti alleati). L'internamento degli ebrei sarebbe giustificato, secondo i negazionisti, dal fatto che i tedeschi li consideravano una comunità nemica. Il numero degli ebrei morti nei lager e nei ghetti varierebbe, secondo le stime dei negazionisti, da un minimo di duecentomila a un massimo di tre milioni. Non sarebbe mai esistita una politica nazista di sterminio degli ebrei; la "soluzione finale della questione ebraica" pensata dai nazisti sarebbe consistita solamente nella deportazione degli ebrei fuori dai confini del Reich.
Sempre secondo i negazionisti, tutti i resoconti, le testimonianze, i documenti che attestano la Shoah sarebbero dei falsi, elaborati ad arte dagli Alleati o dagli ebrei stessi. Anche tutte le deposizioni e le confessioni dei prigionieri di guerra nazisti sarebbero state estorte con la violenza, la tortura o le minacce e sarebbero pertanto inattendibili.
La Shoah sarebbe, secondo i negazionisti, «una deliberata mistificazione della storia a beneficio degli stessi ebrei, coalizzati in una vera e propria "internazionale giudaica" (o "sionista"), che manipolerebbero la memoria del passato per rinnovare e garantirsi un potere egemonico sul mondo intero». Un'altra accusa che i negazionisti spesso rivolgono agli ebrei è di «essere stati responsabili dello scatenamento della Seconda guerra mondiale». Obiettivo dei negazionisti «è di attenuare in tutti i modi possibili le colpe della condotta tedesca tra il 1933 e il 1945 [...] arrivando, laddove possibile, a capovolgere i ruoli. Ad essere vittima della guerra fu la Germania; gli ebrei, semmai, vanno considerati, per le loro responsabilità, alla stregua di carnefici».
Vercelli osserva che i negazionisti «non sono assolutamente riconosciuti come legittimi interlocutori dalla comunità degli storici, che ne condannano le affermazioni ma anche le metodologie di azione, non riconoscendo ad essi in alcun modo la qualità di studiosi».
Gli autori negazionisti cercano di presentare sé stessi come politicamente neutri; in realtà il negazionismo «è un fenomeno che riguarda perlopiù autori identificabili con la destra radicale, di connotazione neofascista e neonazista e, più raramente, con simpatizzanti o appartenenti a gruppi dell'estrema sinistra. Negli ultimi vent'anni si è andato diffondendo anche attraverso il web e nei paesi arabo-musulmani, raccogliendo consensi. Il collante dei negazionisti è l'antisemitismo».
Vercelli elenca come segue le principali tecniche argomentative utilizzate dai negazionisti: chiedere continuamente «prove specifiche» della realtà della Shoah, per poi, quando tali prove vengono fornite, dichiararle comunque lacunose, insufficienti o manipolate; «dire poco o nulla riguardo alla propria posizione, attaccando piuttosto i punti deboli e gli errori altrui»; «generalizzare l'imputazione d'errore, secondo il principio falsus in uno, falsus in omnibus»; «decontestualizzare le affermazioni altrui, privandole di tutti quei rapporti e quei nessi che fanno sì che le singole fonti abbiano un senso»; «trasformare ogni elemento critico in una disamina della validità dell'intero impianto storiografico e, non di meno, del suo oggetto di studio»; «concentrarsi su ciò che non è noto e ignorare quello che invece lo è»; «istituire un nesso di equivalenza morale tra sterminio e delitti diversi (ad esempio con il bombardamento di Dresda e la bomba atomica) nonché con fatti distinti (l'internamento dei civili americani di origine giapponese nei campi istituiti dagli statunitensi durante la guerra)», il tutto con lo scopo di attribuire agli Alleati «responsabilità pari (o superiori) a quelle tedesche»; «alternativamente enfatizzare o sminuire l'impatto del medesimo dato, a seconda delle necessità retoriche che il testo impone, di pagina in pagina»; riferirsi a una teoria del complotto in base alla quale esisterebbe «un progetto "sionista" per diffamare la Germania attribuendole un passato così intollerabile per lucrare, da tale senso di colpa, denari a proprio vantaggio»; «associare il silenzio e le omissioni adottati dai responsabili dello sterminio, mentre esso veniva perpetrato, alla sua inesistenza»; «chiedere ossessivamente una singola prova, sapendo che essa non esiste se non è mantenuta all'interno del contesto di eventi ove assume uno specifico significato».
Per Vercelli l'intima natura del negazionismo è «quella di essere un meccanismo per la riscrittura della storia, buttando fuori da essa quei crimini contro l'umanità che rivelano la natura assassina dei regimi nazifascisti»..
Sviluppo Revisionismo americano Il secondo capitolo è intitolato Lo sviluppo del negazionismo. Vercelli rintraccia le origini del negazionismo in una letteratura, nata negli Stati Uniti degli anni '20, che attribuiva la colpa dello scoppio della prima guerra mondiale non alla Germania bensì alle potenze della Triplice intesa. Questa letteratura discolpava inoltre la Germania e l'Austria da ogni accusa riguardante la conduzione della guerra, rigettando come infondate le frequenti accuse di crimini di guerra mosse dalla propaganda dell'Intesa.
Harry Elmer Barnes, che collaborò anche col governo tedesco, pubblicò nel 1929 un testo, The Genesis of the World War, in cui pretendeva di aver scoperto un complotto franco-russo che avrebbe innescato il conflitto del 1914-18. Attivo anche nel secondo dopoguerra, Barnes adottò lo stesso schema per spiegare la genesi della Seconda guerra mondiale, di cui Barnes, anche stavolta, discolpava la Germania accusando invece gli Alleati. Fu tra i primi a mettere in dubbio le acquisizioni storiografiche sulla Shoah e, negli anni '60, finì per aderire alle tesi negazioniste nel frattempo elaborate in Francia da Paul Rassinier. Altri autori americani, come Charles Austin Beard, John Thomas Flynn, William Henry Chamberlain, Fredric R. Sanborn, Charles Tallan Cansill, accompagnavano isolazionismo e filogermanesimo con un acceso anticomunismo.
«L'idea di una Germania forte, militarmente attrezzata a fare da barriera all'Est, era il perno di questa letteratura. In tale ottica, l'esperienza nazista veniva riletta e reinterpretata. Scremata degli elementi più radicali e sgradevoli, veniva riproposta come una forma legittima di risposta all'aggressione comunista».
In Tansill e in altri autori l'immagine della Germania nazista «veniva quindi rivalutata, tacendo o ridimensionando la natura criminale del regime, come pure la sua condotta negli anni della guerra. A ciò si contrapponevano le violenze commesse dagli Alleati, cercando così di confrontare e infine parificare le responsabilità degli uni a quelle degli altri».
I bombardamenti di Dresda e di Colonia venivano così confrontati con i crimini nazisti, mentre i trasferimenti forzati verso ovest della popolazione tedesca della Prussia orientale «erano equiparati alle deportazioni nei Lager dei "nemici del Reich". Per soprammercato li si attribuiva ad un piano preordinato, dove la distruzione dell'etnia tedesca sarebbe stata il vero fine, così come sosteneva Freda Utley nel suo The High Cost of Vengeance (Chicago 1949)».