Lo Yoga Sūtra di Patañjali (in devanagari योगसूत्र «aforismiIl termine sūtra vale 'filo', 'corda'; è stato spesso adoperato nei titoli di opere induiste formate da frasi brevi fra loro collegate secondo un voluto schema espositivo, quindi unite da un "filo". Per estensione, il termine è tradotto pure come 'aforisma' (cfr. Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary ). sullo Yoga») è un testo mistico-filosoficoCosì lo storico delle religioni Mircea Eliade: indiano risalente ai primi secoliGavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006; p. 131. Secondo l'accademico inglese, la stesura dei sūtra è avvenuta fra il I secolo BCE e il V secolo CE.; ritenuto fondamentale nello Yoga darśana, è uno dei sei sistemi ortodossi dell'induismo.

Generalità

L'opera consiste in una raccolta di 196 aforismi, ovvero brevi e significative frasi concepite per essere memorizzate con facilità, come era costume presso i maestri hindu, ove la tradizione orale era il mezzo principale per condividere e tramandare la conoscenza.

Dell'autore, il filosofo Patañjali, nulla si sa oltre le leggende, e difficile risulta anche una datazione accurata dei sūtra stessi. Dal fatto che alcuni di questi contengano accenni alle scuole del Grande Veicolo del Buddhismo, l'accademico Gavin Flood conclude che l'opera fu concepita non prima del I secolo a.C. e non dopo il V secolo d.C.Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006; p. 131.

Altri studiosi hanno ritenuto di identificare questo filosofo con un omonimo grammatico, l'autore del Mahābhāshya, che potrebbe invece essere vissuto qualche secolo prima:

Il testo è suddiviso in quattro sezioni (pādaIl termine vuol dire letteralmente "piede", di uomo o di animale; molte opere indiane hanno una suddivisione quadripartita, così come quattro sono le varṇa (le caste in India), quattro gli āśrama (i periodi della vita di un devoto), quattro gli stati della coscienza, eccetera (Vedi Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary ).): Samādhi Pāda (समाधिपादः), 51 sūtra viene introdotto e illustrato lo Yoga come mezzo per il raggiungimento del samādhi, lo stato di beatitudine nel quale, sperimentando una differente consapevolezza delle cose, si consegue la liberazione dal "ciclo delle rinascite" (saṃsāra). Sādhana Pāda (साधानपादः), 55 sūtra vengono descritti il Kriyā Yoga e l'Aṣṭāṅga Yoga (lo "Yoga degli otto stadi", noto anche come Raja Yoga, lo "Yoga regale"). Vibhūti Pāda (विभूतिपादः), 56 sūtra si prosegue con la descrizione delle ultime fasi del percorso yogico, e vengono esposti i "poteri sovraumani" (vibhūti) che è possibile conseguire con una pratica corretta dello yoga. Kaivalya Pāda (कैवल्यपादः), 34 sūtra Kaivalya vuol dire letteralmente "separazione"Vedi Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary ., e si allude qui alla separazione fra spirito (puruṣa) e materia (prakṛti).

Lo storico delle religioni Mircea Eliade così sintetizza il contributo del filosofo:

Entrambi i sistemi, lo Yoga e il Sāṃkhya (un altro dei sei darśana dell'induismo), hanno infatti come fine quello di voler liberare l'uomo dalla sofferenza insita nella condizione umana e quindi dal ciclo delle rinascite. Il Sāṃkhya afferma che a tale scopo sia sufficiente la conoscenza metafisica (gnosiM. Eliade, Op. cit., p. 48.), il riconoscere cioè che esistono due principi ultimi, la materia e lo spirito, e che questi sono in realtà distinti fra loro, essendo lo spirito spettatore puro e passivo delle dinamiche della materia, materia che è ciò di cui siamo fatti, mente e corpo.

Patañjali ritiene invece insufficiente la sola conoscenza, e nei suoi Yoga Sūtra espone una tecnica psicofisiologica il cui fine è quello di superare gli stati ordinari della coscienza, per realizzare uno stato soggettivo che è sia extrarazionale sia sovrasensoriale (samādhi), grazie al quale ottenere la liberazione (mokṣa).

Samādhi Pāda Yoga Nel sūtra I.2 Patañjali definisce lo Yoga come "soppressione (nirodhaḥ) degli stati (vṛtti) psicomentali (citta)".È la traduzione del sūtra I.2 data da Mircea Eliade, Op. cit., p. 77. Patañjali si sta riferendo non allo Yoga inteso come scuola o percorso (argomento stesso degli Yoga Sūtra), ma all'obiettivo che questo percorso si propone. Il termine adoperato dal filosofo, citta, è la "massa psichica" intesa come ciò che elabora l'insieme di tutte le sensazioni, dall'esterno e dall'interno.M. Eliade, Op. cit., p. 77. Vṛtti vuol dire letteralmente "vortice": ciò cui Patañjali si sta riferendo è l'attività ordinaria del citta, continuamente trascinata dal pensiero e dalle sensazioni, ed è questo incessante lavorio che lo Yoga si propone di inibire, risultato non fine a sé stesso ma indispensabile traguardo per il conseguimento del vero obiettivo: l'affrancamento dal saṃsāra, la liberazione.

Nella filosofia del Sāṃkhya, che come si è detto Patañjali adotta, citta è l'insieme formato da buddhi (l'intelletto; l'intelligenza discriminante), ahamṁkāra (il senso dell'Io; l'Ego), manas (la mente; il senso interno che sovrintende agli altri dieci sensi, i cinque di percezione e i cinque di azione). Il filosofo e mistico Vivekananda usa il termine "materiale mentale" (mind-stuff) per tradurre citta, l'insieme costituito dalle suddette tre categorie del Sāṃkhya. Quando uno stimolo giunge al citta vengono prodotte le vṛtti, e tutto ciò che ordinariamente noi conosciamo non è che una reazione a quegli stimoli: le vṛtti sono il nostro universo. Tacitare queste ultime consente al citta di tornare a quello stato di purezza cui naturalmente tende, il che è poi il fine dello Yoga espresso nella terminologia del Sāṃkhya.Vivekananda, Op. cit., commento a I.2.

Il maestro yoga B. K. S. Iyengar preferisce tradurre citta con "coscienza", essendo essa veicolo dell'osservazione, dell'attenzione e della ragione.B.K.S. Iyengar, Commento agli Yoga Sūtra di Patañjali, Op. cit., p. 65. Così anche l'orientalista italiano Leonardo Vittorio Arena, in Patañjali, Yogasutra, BUR, 2014, p. 7.

Cinque sono gli stati psicomentali (I.6): giusta conoscenza (la mente, tramite la percezione, l'inferenza e l'autoritàNella chiosa a I.7 il filosofo Vivekananda spiega che qui si vuol intendere l'autorità (āptavākya) di uno Yogi "che ha visto la verità", per esempio l'autore di scritture sacre (Vivekananda, Patanjali's Yoga Aphorisms, Op. cit.)., produce pensieri non contraddittori); errore (la mente costruisce pensieri non aderenti alla realtà); astrazione (la mente si astrae dalla realtà e tenta di descriverla verbalmente); sonno (la mente elabora in assenza di oggetti concreti); memoria (la mente rievoca esperienze precedenti).M. Angelillo – E. Mucciarelli, Op. cit., pp. 93-103. La pratica costante (I.12) permette di inibire questi possibili stati della mente.

Samādhi

L'ultima fase del percorso yogico è il samādhi ("congiunzione", "enstasi", "concentrazione")Termini utilizzati da M. Eliade, Op. cit., p. 425., definito più oltre da Patañjali come quello stato in cui la mente è unita all'oggetto (III.3); quello stato, cioè, in cui l'oggetto si rivela in "sé stesso", senza bisogno di essere ricondotto a categorie note: è l'accezione gnoseologica del samādhi secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade.M. Eliade, Op. cit., p. 84.

Vivekananda così commenta il sūtra III.3:

Lo stesso Eliade fa notare che le implicazioni che il samādhi comporta hanno una portata ben più ampia, che si estende oltre lo Yoga inteso come disciplina o scuola filosofica:

Il samādhi può essere di due tipi, "con sostegno" (samprajñāta samādhi) e "senza sostegno" (asamprajñāta samādhi) (I.17-20): il primo lo si consegue applicandosi su un oggetto (il sostegno), reale o immaginato, ed è il risultato di una corretta pratica dello Yoga; il secondo può avvenire, ma non è detto che ciò accada, soltanto se si è conseguito il primoVivekananda traduce asamprajñāta con "superconscio" (Op. cit., commento a I.18).. Eliade spiega che il samādhi senza sostegno può essere visto come un "ratto": giunge senza essere chiamato.M. Eliade, Op. cit., p. 87.

Il filosofo Vijñāna Bhikṣu, uno dei più noti commentatori dell'opera, spiega la differenza fra i due samādhi con l'affermare che nel samprajñāta samādhi tutti gli stati psicomentali sono ormai inibiti tranne quello che consente la meditazione stessa, nell'asamprajñāta samādhi scompare qualsiasi forma di coscienza.M. Eliade, Op. cit., p. 86.

Patañjali prosegue quindi descrivendo le quattro specie del samprajñāta samādhi (I.42-50): savitarka ("argomentativa": l'oggetto della meditazione è percepito con l'ausilio del ragionamento riflessivo); nirvitarka ("non argomentativa": l'oggetto della meditazione è percepito sgombro dalle contaminazioni della memoria, e le argomentazioni logiche cessano); saviśara ("riflessiva": la percezione oltrepassa l'aspetto esteriore dell'oggetto); nirviśara ("sovra-riflessiva": la percezione prosegue liberandosi delle categorie dello spazio e del tempo).M. Eliade, Op. cit., pp. 87-90.

Mircea Eliade mette in guardia dal confondere il samādhi con la trance ipnotica, stato psicologico invero già noto agli indiani, e descritto in diversi testi sacri e non.M. Eliade, Op. cit., pp. 85-86. Uno dei termini utilizzati dallo storico per tradurre samādhi è, come si è detto, "enstasi", neologismo adoperato proprio per contrapporre l'esperienza del samādhi a quella dell'estasi. Mentre quest'ultima è, secondo l'etimologia (ek-stasis, "uscire fuori") e nelle descrizioni fornite da chi l'ha sperimentata, un estraniamento da sé e dal mondo volto alla congiunzione col divino, l'enstasi è, al contrario, un ricongiungersi con la propria coscienza più pura: nel samādhi lo yogin non è né rapito in un "volo estatico" né immerso in uno stato di autoipnosi, "egli vi penetra con estrema lucidità".M. Eliade, Op. cit., p. 103. Così anche l'indologo Jean Varenne:

Dio Lo Yoga si differenzia dal Sāṃkhya anche per essere teista. La parte che Patañjali assegna a Dio (Īśvara nel testo) è però decisamente secondaria: non si tratta né di un dio creatore né di un dio giudice, ma di un dio che può essere di aiuto allo yogin (I.23). Dal punto di vista dottrinale, Dio è definito come il sommo Sé, un particolare spirito (puruṣa) quindi, consapevolezza suprema (I.24-25), maestro di ogni maestro (I.26). Īśvara è quindi un archetipo dello yogin, un collaboratore supremo ideale, un modello al quale, volendo, abbandonarsi (II.1). Per il filosofo VyāsaNon si tratta del Ṛṣi Vyāsa, il mitico autore del Mahābhārata e dei Purāṇa: di questo commentatore non si hanno notizie certe e non sembra essere vissuto prima del VI secolo (Cfr. Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza, 2005; p. 73)., uno dei principali commentatori di Patañjali, Īśvara è un puruṣa che è sempre stato libero.Yoga Bhāsya è il commento di Vyāsa allo Yoga Sūtra (VII-VIII sec.). Cfr. M. Eliade, Op. cit., pp. 81 e 24.

Ben differente è invece il ruolo che altri commentatori dell'opera (Vācaspati Miśra, Vijñāna Bhikṣu, Nīlakṇṭha, Bhoja, per esempio) assegneranno a Dio nello Yoga, dando più spazio ai concetti di devozione (bhakti) e grazia divina, elementi invero assenti nel nostro, per il quale il ruolo di Dio non è necessario.M. Eliade, Op. cit., p. 82.

Sādhana Pāda

Sādhana sta per "realizzazione"M. Eliade, Op. cit., p. 424.: in questo capitolo Patañjali descrive principalmente l'aspetto pratico dello Yoga. Il Kriyā Yoga e l'Aṣṭāṅga Yoga compaiono esposti per la prima volta in modo sistematico proprio in quest'opera.

Kriyā Yoga Nel sūtra II.2 il Kriyā ("azione"M. Eliade, Op. cit., p. 423.) Yoga è definito come quella disciplina la cui osservanza è in grado di eliminare gli stati dolorosi (kleśa). Patañjali affronta però l'aspetto pratico vero e proprio solo nella parte dedicata all'Aṣṭāṅga Yoga, facendo precedere a questa una digressione teoricaIl termine kriyā significa anche "studio": vedi Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary ..