La prima guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa Nostra svoltosi nella prima metà degli anni '60.
Fu caratterizzata dall'utilizzo da parte dei mafiosi dell'autobomba, arma fino ad allora mai adoperata in ItaliaMike Davis, Breve storia dell'autobomba, Torino, Einaudi, 2007., che culminò nella tristemente celebre strage di Ciaculli, nella quale trovarono la morte sette appartenenti alle forze dell'ordine (4 carabinieri, 2 soldati e un poliziotto).
Cause del conflitto La ricostruzione degli inquirenti
Secondo il rapporto dei Carabinieri di Roma del 1968Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Parte III -LA c.d. GUERRA DI MAFIA, in Ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio contro Abbate Giovanni + 706, vol. 12, pp. 2315-2372., basato in gran parte su fonti confidenziali ed utilizzato nell'ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal giudice istruttore Cesare TerranovaUfficio istruzione (Giudice istruttore Cesare Terranova), Sentenza contro La Barbera Angelo + 42, 23 giugno 1964, nel 1962, al fine di contrastare l'azione dello Stato contro la mafia (espressa dalla promulgazione della legge che istituiva la Commissione parlamentare antimafia), si riunì un "comitato" (una sorta di "Commissione" ante litteram) composto da «alcuni malfattori», cioè Cesare Manzella, Salvatore "Cicchiteddu" Greco, Giuseppe Panno, Gaetano Badalamenti, Salvatore La Barbera e Luciano Liggio, che stabilirono di sospendere ogni attività delittuosa che avrebbe potuto confermare la pericolosità dell'organizzazione e tutte le "famiglie" mafiose della Sicilia occidentale si impegnarono a rispettare questa tregua.
La pace raggiunta venne subito rotta da una truffa a proposito di una partita di droga: agli inizi dello stesso anno, i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, Cesare Manzella, "Cicchiteddu" Greco, il suo cugino omonimo Salvatore Greco (detto «l'ingegnere») e Gioacchino Pennino avevano finanziato una spedizione di eroina, che venne affidata a Calcedonio Di Pisa, il quale la doveva consegnare negli Stati Uniti ad alcuni emissari della "famiglia" Profaci di New York attraverso un corriere imbarcato come cameriere sul transatlantico Saturnia; Di Pisa aveva però consegnato ai soci una somma inferiore a quella stabilita adducendo di essere stato truffato dai compratori. Nella riunione del "tribunale" mafioso composto da "Cicchiteddu" Greco, Cesare Manzella, Salvatore La Barbera, Rosario Mancino e Vincenzo D'Accardi che doveva decidere sul caso, si stabilì che Di Pisa non era colpevole di aver sottratto una parte dell'eroina, al fine di non rompere la fragile tregua raggiunta con fatica tra i principali mafiosi del tempo. Ma questa decisione non soddisfò i La Barbera, che non celarono il loro malcontento e reagirono uccidendo Di Pisa.J. Dickie, Cosa Nostra, Bari, Laterza, 2004.
Il rapporto redatto dalla Squadra Mobile e dai Carabinieri di Palermo il 31 luglio 1963, anch'esso utilizzato nell'ordinanza del giudice Terranova, indicò Tommaso Buscetta come il principale sicario e sodale dei fratelli La Barbera (da cui si sarebbe subito distaccato per timore di essere ucciso) per poi passare con "Cicchiteddu" Greco ed, infine, con i boss Pietro Torretta e Michele Cavataio, sospettandolo di tutti gli omicidi commessi da quest'ultimo gruppo, compreso quello di Bernardo Diana e il duplice omicidio Garofalo-Conigliaro, ed anche per la strage di Ciaculli, in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine..
La cronaca di allora presentò la prima guerra di mafia come uno scontro tra due generazioni di mafiosi: i Greco di Ciaculli rappresentanti di una mafia arcaica di tipo agricolo e feudale contrapposti ai La Barbera esponenti di una nuova mafia cittadina dai metodi violenti e spregiudicati mutuati dai gangster italo-americani. Tale narrazione non fu condivisa dagli storici Salvatore Lupo e John Dickie (autori di importanti studi su Cosa nostra), che la considerarono semplicisticaSalvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993., e nemmeno dal giudice Terranova, che nella sua sentenza-ordinanza scrisse:
La versione fornita da Buscetta e Calderone
Nel 1984, Tommaso Buscetta, interrogato dal giudice Giovanni Falcone, diede un'altra versione delle cause del conflitto, che non avrebbe avuto niente a che vedere con la droga. Si sarebbe trattato invece di un complotto organizzato da una coalizione formata da alcuni anziani boss mafiosi della zona ovest di Palermo ostili all'istituzione della "Commissione provinciale" di Cosa nostra, voluta dallo stesso Buscetta e da Salvatore "Cicchiteddu" Greco su consiglio del boss italo-americano Joe BonannoP. Arlacchi, Addio Cosa nostra. La vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli, Milano 1994.. La coalizione di dissidenti era capeggiata dai capi delle "famiglie" mafiose dei quartieri di Resuttana (Antonino Matranga), di San Lorenzo (Mariano Troia), di Partanna-Mondello (Vincenzo Nicoletti), dell'Uditore (Pietro Torretta) e dell'Acquasanta (Michele Cavataio), i quali fecero assassinare Calcedonio Di Pisa per far apparire l'omicidio come una ritorsione dei fratelli La Barbera perché un loro picciotto aveva violato le regole contraendo un matrimonio riparatore con la figlia di un uomo della cosca del Di Pisa.
Stessa spiegazione venne fornita al giudice Falcone da un altro collaboratore di giustizia, Antonino Calderone, che indicò Cavataio come principale ispiratore del complotto ai danni della "Commissione".P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, Milano, Mondadori, 1992.
Buscetta negò di essere stato coinvolto nel conflitto come sicario prima dei La Barbera e poi di Cavataio e Torretta in quanto era molto amico di "Cicchiteddu" Greco, avversario di entrambi i gruppi, ed inoltre affermò di essere fuggito negli Stati Uniti prima della strage di Ciaculli, in cui gli inquirenti lo ritenevano coinvolto.
Gli storici Salvatore Lupo e John Dickie ritengono non credibile la versione fornita da Buscetta perché tenderebbe a mettere in secondo piano le sue responsabilità nel conflitto e a negare il ruolo centrale assunto all'epoca da Cosa nostra nel traffico di droga.
Svolgimento 26 dicembre 1962: in un agguato scattato in Piazza Principe di Camporeale, all'uscita da un tabaccaio, viene ucciso Calcedonio Di Pisa, capo della "famiglia" della Noce. Gli inquirenti dell'epoca indicarono come mandanti i fratelli La Barbera e come esecutori materiali i loro gregari Vincenzo Sorce, Salvatore Gnoffo, Stefano Giaconia e, infine, Rosolino Gulizzi come autista del commando. Secondo la versione di Buscetta, il delitto è opera di Michele Cavataio e del suo vice Giuseppe Sirchia per far ricadere la colpa sui La Barbera. 8 gennaio 1963: altro agguato a colpi di pistola contro Raffaele Spina, amico e fiduciario di Di Pisa, che rimane ferito. Secondo gli inquirenti, il ferimento è ordinato dai La Barbera come ritorsione verso gli uomini di Di Pisa. 10 gennaio 1963: attentato dinamitardo contro la saracinesca di un deposito di acqua gassata di proprietà di Giusto Picone, esponente della "famiglia" della Noce imparentato con Raffaele Spina, che provocò danni anche agli edifici circostanti. 17 gennaio 1963: scomparsa di Salvatore La Barbera, probabilmente strangolato e il suo cadavere seppellito. Viene ritrovata soltanto la sua Alfa Romeo Giulietta incendiata in un cantiere nei pressi di Santo Stefano Quisquina (AG). Secondo Calderone, La Barbera è invitato da "Cicchiteddu" Greco in una riunione nella proprietà di Gigino Pizzuto a San Giovanni Gemini (AG) e lì è strangolato e fatto scomparire perché ritenuto responsabile dell'omicidio di Di Pisa e dei tentati omicidi di Spina e Picone. 12 febbraio 1963: una Fiat 1100 risultata rubata ed imbottita di esplosivo salta in aria nei pressi della casa di Salvatore "Cicchiteddu" Greco a Ciaculli, ferendo la sorella di Greco ma senza fare vittime. Secondo le indagini dell'epoca, l'autobomba è preparata da Rosolino Gulizzi su ordine di Angelo La Barbera in risposta alla scomparsa del fratello Salvatore. 7 marzo 1963: tre uomini armati irrompono nel mattatoio comunale di Isola delle Femmine (PA) e dispongono tutti i presenti spalle contro il muro sotto la minaccia di mitra e pistole ma vanno via subito perché si rendono conto che la persona che cercano non è presente. Secondo gli inquirenti dell'epoca, i tre individui mai identificati agirono agli ordini di "Cicchiteddu" Greco, Cesare Manzella e Calogero Passalacqua e la persona da loro ricercata è Antonino Porcelli, macellaio e gregario dei La Barbera che quella mattina avrebbe dovuto trovarsi nel mattatoio. 19 aprile 1963: alcuni uomini a bordo di un automobile in corsa fanno fuoco contro una pescheria in Via Empedocle Restivo, in cui si trovano Angelo La Barbera e i suoi gregari Stefano Giaconia e Vincenzo Sorce insieme ai proprietari; rimangono uccisi due uomini, tra cui il pescivendolo, e due feriti, uno dei quali era un semplice passante. Secondo le indagini, i mandanti dell'agguato sono "Cicchiteddu" Greco, Cesare Manzella e Calogero Passalacqua, capo-mafia di Carini (PA). 21 aprile 1963: viene ucciso Vincenzo D'Accardi, detto "u' muticeddu", mafioso del quartiere del Capo e ritenuto un gregario dei La Barbera. Secondo gli inquirenti dell'epoca, D'Accardi è eliminato su ordine di Angelo La Barbera perché voleva dissociarsi dalle azioni del suo gruppo. 24 aprile 1963: assassinato Rosolino Gulizzi, elettrauto e gregario dei La Barbera. Secondo le indagini, Gulizzi sarebbe stato ucciso sempre su ordine di La Barbera perché d'accordo con D'Accardi. 26 aprile 1963: a Cinisi (PA), l'esplosione di un'Alfa Romeo Giulietta rubata uccide Cesare Manzella, capo della locale "famiglia", e il suo fattore Filippo Vitale, che lo accompagnava. Secondo gli inquirenti dell'epoca, l'attentato è realizzato da Vincenzo Sorce e Salvatore Gnoffo su mandato di La Barbera. 24 maggio 1963: in Viale Regina Giovanna a Milano, agguato contro Angelo La Barbera, il quale, mentre stava entrando in auto, venne raggiunto da alcuni sicari e colpito con numerosi colpi di pistola; nonostante le ferite riportate, riesce a salvarsi ma, mentre era ricoverato in un ospedale milanese, venne arrestato perché ricercato da diversi mesi. La polizia sospettò che gli autori dell'agguato fossero Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi, i quali avrebbero tradito il loro capo per passare con "Cicchiteddu" Greco. 19 giugno 1963: duplice omicidio di Pietro Garofalo e Girolamo Conigliaro, gregari della cosca dei Greco. Invitati a casa di Pietro Torretta per un chiarimento, i due sono colpiti con numerosi colpi di arma da fuoco, uccidendo Garofalo sul colpo e ferendo Conigliaro, che prova a salvarsi gettandosi dal balcone dell'abitazione ma morirà durante il trasporto in ospedale mentre Torretta rimane ferito alle gambe a seguito della risposta al fuoco dei due. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Garofalo e Conigliaro trovarono in casa, oltre Torretta, anche Buscetta, Cavataio e Francesco Di Martino, che gli spararono contro e poi si sarebbero dati alla fuga a seguito dell'intervento dei CarabinieriUfficio istruzione (Giudice istruttore Cesare Terranova), Sentenza contro Torretta Pietro + 120, 8 maggio 1965. Sempre secondo questa ricostruzione, l'iniziativa è presa da Torretta e Buscetta, che cercano lo scontro con "Cicchiteddu" Greco perché non gli vuole cedere il posto che era stato dei La Barbera. Secondo Antonino Calderone, Conigliaro, prima di morire, rivelò ai suoi compagni l'esistenza del complotto che sarebbe stato architettato in realtà da Torretta e Cavataio con alle spalle Antonino Matranga, Mariano Troia e Vincenzo Nicoletti.