Palazzo Martinengo Cesaresco dell'Aquilone è un edificio storico di Brescia situato in via Trieste al civico numero 17, in pieno centro storico cittadino.
Edificato a partire dal XV secolo dalla nobile famiglia Martinengo, è stato più volte rimaneggiato nei secoli in virtù di ingrandimenti e integrazioni, arrivando ad assumere un aspetto solenne e monumentale solo nel corso del XVII e XVIII secolo. L'edificio è stato poi ceduto a inizi Novecento all'istituto privato Cesare Arici e all'università cattolica del Sacro Cuore, entrambi fruitori da allora del palazzo nobiliare.
Storia L'area su cui sorse la futura dimora dei Martinengo fu acquistata da Cesare I Martinengo Cesaresco da Albertino Salati nel 1447. All'epoca essa si affacciava sulla porzione orientale dell'isolato, verso la contrada Croce de' Boni, allora circondata da ampi orti incolti. Nel corso del secolo successivo la famiglia avviò una vasta e sistematica politica di acquisizioni, finalizzata ad ampliare progressivamente i propri possedimenti fino a disporre di uno spazio sufficiente per la costruzione della residenza di famiglia. In questo contesto furono acquistati, tra l'altro, terreni destinati alla realizzazione delle stalle nel 1451, le case degli Emilii poste dietro la contrada del Vescovato nel 1506 e la proprietà della famiglia Palazzi sulla contrada Croce de' Boni nel 1555..
Una fabbrica plurisecolare La costruzione del palazzo, avviata dopo una lunga campagna di acquisizione dei terreni circostanti, si protrasse anch'essa per diversi secoli. Tra il 1557 e il 1570 furono realizzati l'atrio porticato, il salone soprastante e gli ambienti affacciati sul lato occidentale della strada. Negli anni settanta del XVII secolo venne quindi edificata l'ala settentrionale del complesso, mentre nel 1729 fu aggiunta un'ulteriore porzione dell'ala occidentale. Tra il 1799 e il 1800 Giovanni Donegani provvide alla sistemazione del cortile, che fu definitivamente chiuso soltanto nel 1805 con la costruzione della palazzina progettata da Vincenzo Berenzi.
I Martinengo si stabilirono inizialmente nella porzione sud-orientale dell'isolato, dove era stata inglobata la torre dei Camignoni, successivamente alterata e irrimediabilmente compromessa dai lavori di costruzione dei dormitori eseguiti tra il 1899 e il 1903. I rilievi effettuati nel 1869 da Antonio Taeri, tuttavia, consentono ancora di ricostruire l'aspetto di questa porzione del palazzo, costituita da un corpo quadrilatero irregolare articolato su due piani e un mezzanino, con sei aperture per lato. Secondo le fonti, in questa parte della residenza il Moretto realizzò alcuni affreschi raffiguranti le gesta di Scipione l'Africano, e vi si sarebbero inoltre celebrate nel 1527 le sontuose nozze di Francesca Lucrezia. La dimora avrebbe accolto anche l'ambasciatore di Francia e, nel 1539, la duchessa di Mantova Isabella d'Este; sempre secondo le fonti, vi avrebbero inoltre vissuto i dodici figli della famiglia.Circa la plausibilità di questi eventi, difficilmente compatibili con le ridotte dimensioni di questa porzione del palazzo, si veda la spiegazione contenuta in
Interventi edilizi dei Martinengo Verso la metà del XVI secolo i successori di Cesare II Martinengo proseguirono l'ampliamento della residenza nobiliare. Un atto del 21 giugno 1557 documenta infatti l'avvio della nuova fase costruttiva, ricordando che «fu messa la prima pietra delle fondamenta del salotto da sera» [ossia verso ovest], mentre si procedeva anche alla realizzazione di quattro stanze per ciascun piano. Il portico sembrerebbe essere stato completato soltanto dopo il 1561, mentre per il monumentale salone d'onore si dovette attendere fino al 1570. Dopo la morte del primogenito Giorgio, la direzione dei lavori passò ai suoi fratelli minori, Girolamo e Ottaviano. La documentazione dell'epoca attesta inoltre, in particolare tra il 1564 e il 1567, l'attività del capomastro Paolo Bonometti e dei lapicidi Girolamo Belleri da Polaveno, Girolamo della Canonica, Paolo Dusi, Bernardino Zarletti e Paolo Gafurri, oltre a quella dello scultore Martino di Giovanni Antonio Pensa.
L'atrio porticato e ipotetiche influenze palladiane L'ipotesi di un architetto locale L'atrio porticato del palazzo presenta caratteri di notevole originalità rispetto alle soluzioni generalmente adottate nell'edilizia bresciana del Cinquecento. L'impianto si distingue infatti per il severo rigore dell'ordine dorico impiegato nelle colonne e nelle trabeazioni, nonché per l'insolita alternanza di triglifi e metope nel fregio, una soluzione poco comune nel contesto cittadino. Anche la scansione planimetrica si discosta dagli schemi tradizionali, fondati sulla successione di androne e portico, privilegiando invece un atrio aperto caratterizzato dalla presenza di due colonne isolate. Grazie a tale espediente, la continuità del fregio viene mantenuta anche all'interno dell'atrio, mentre gli elementi perimetrali assumono l'aspetto di grandi paraste.
Nel corso del tempo la critica ha cercato di attribuire questa originale concezione a un architetto di particolare prestigio. Andrea Peroni e Fausto Lechi hanno proposto di identificarne l'autore in Lodovico Beretta, basando la loro ipotesi sui rapporti documentati tra i Martinengo Cesaresco e la famiglia Patina, dalla quale proveniva la moglie dell'architetto..A sostegno di questa ipotesi viene richiamata una testimonianza relativa a Ottaviano Martinengo Cesaresco, che avrebbe presenziato all'atto di dote stipulato tra le due famiglie nel castello di Roccafranca, come riportato in
Il presunto intervento del Palladio D'altro canto, sulla base di alcuni elementi stilistici è stata avanzata anche un'attribuzione ad Andrea Palladio.. A favore di questa ipotesi è stato richiamato anche il soggiorno bresciano dell'architetto vicentino nel 1562, quando fu chiamato dalle autorità cittadine a esprimere un parere sui lavori in corso presso palazzo della Loggia. Secondo l'interpretazione proposta da Valentino Volta, tale visita coinciderebbe con una fase di rinnovato impulso nel cantiere del palazzo Martinengo, che fino ad allora avrebbe registrato un andamento sostanzialmente statico. Palladio avrebbe quindi suggerito a Lodovico Beretta l'impostazione generale dell'atrio, contribuendo a quel salto di qualità stilistico e architettonico che caratterizzò successivamente la fabbrica.
Altri elementi, tuttavia, inducono a escludere un diretto coinvolgimento del Palladio nella progettazione dell'edificio. L'ordine impiegato nel palazzo, infatti, si discosta sensibilmente dalle soluzioni tipiche dell'architetto vicentino: l'architrave è costituito da un'unica fascia anziché essere sdoppiato e la cornice presenta proporzioni particolarmente contenute. Anche l'impostazione planimetrica si rivela estranea ai modelli palladiani, che prediligono colonne isolate inserite in spazi interni o atrii tetrastili voltati. Lo stile del palazzo Martinengo Cesaresco sembrerebbe pertanto riconducibile più genericamente all'ambiente vicino al Palladio che non alla sua diretta attività. Tra gli esempi richiamati in questo senso figurano il progetto di Giulio Romano per palazzo Thiene a Vicenza e l'ingresso di palazzo del Bo a Padova, opera di Andrea Moroni.
Descrizione Esterno Come rilevato da Fausto Lechi, l'aspetto esterno della dimora nobiliare affacciata su via Trieste è riconducibile senza dubbio alla fine del XVI secolo. Il prospetto è costituito da un lungo corpo di fabbrica, caratterizzato da proporzioni non del tutto equilibrate, ma impreziosito da un elevato piano nobile e concluso superiormente da un cornicione ornato da doccioni a forma di testa leonina.
Il portale d'ingresso è invece decorato da grandi bugne marmoree, sulle quali si alternano trofei e mascheroni. Al centro dell'arco campeggia lo stemma dei Martinengo Cesaresco, con l'aquila sorretta da due sirene e sormontata da un ricco coronamento costituito da una corona patrizia e da un elmo. Ai lati dell'estradosso del portale sono inoltre scolpite due figure femminili che, secondo Lechi, rappresenterebbero le personificazioni della Gloria e della Fama. La loro esecuzione è attribuita a Giacomo Medici, allievo di Jacopo Sansovino..
Interno Entrando nel portico d'ingresso del palazzo, a est si apre l'ambiente del grande scalone, articolato in tre rampe e dotato di balaustra, ma di limitato interesse artistico. Esso conduce al salone d'onore, alto 13 metri e lungo 26, notevole sia per le dimensioni sia per la copertura lignea, con poderose travi sorrette da modiglioni decorati. Oltre il salone si trova un altro ambiente, ornato da decorazioni della fine del XVIII secolo eseguite da Pietro Scalvini.
Procedendo oltre si sviluppa una stretta e lunga galleria, coperta da una volta affrescata verso la metà del Settecento, che introduce a quattro ulteriori stanze decorate nello stesso periodo. In questa sezione termina l'ala cinquecentesca del palazzo, circostanza segnalata anche all'esterno dalla presenza di una risega. Secondo Lechi, tuttavia, gli ambienti di maggiore interesse artistico sono quelli disposti a monte tra i due cortili, decorati da celebri artisti bresciani e milanesi dell'inizio dell'Ottocento, tra cui Giuseppe Teosa e Giuseppe Manfredini.Per una ricognizione completa e dettagliata di queste sale e delle loro decorazioni, si veda .
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